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Fukushima, un anno dopo. Quante bugie ci hanno detto sul nucleare

marzo 7, 2012 Oscar Giannino

Berlino ha la terza bolletta più appesantita d’Europa per il dietrofront post-tsunami. ThyssenKrupp ha ceduto a Outukumpu il sito di Krefeld, e i finlandesi hanno chiuso: il costo dell’energia non conviene.

Pubblichiamo l’articolo di Oscar Giannino che appare sul numero 09/2012 di Tempi in edicola questa settimana.

L11 marzo sarà un anno dallo tsunami che si abbatté sui tre reattori in esercizio dei sei componenti la centrale nucleare Dai-ichi a Fukushima. Mi sottraggo volentieri alla gara catastrofale alla quale assisteremo sui media italiani. Scrissi allora per primo in Italia una stima della tenuta dell’impianto, a poche ore dal sisma e dallo tsunami che provocarono 15.848 morti accertati e oltre 3.300 ancora dispersi. L’impianto, pur anziano e non tarato per eventi di quella intensità, mostrava di aver retto abbastanza bene. Me ne vennero migliaia e migliaia di mail di insulti. Eppure, a distanza di un anno, non una sola vittima si deve all’incidente nucleare. La zona di evacuazione resta di 20 chilometri di raggio, decine di operatori della Tepco (l’azienda che gestisce l’impianto, ha perso 6,2 miliardi di dollari nel 2011) hanno assorbito, nei turni per contenere i danni, radiazioni pari al massimo consentito in numerosi anni di esposizione ordinaria, l’inquinamento marino da radionuclidi resta monitorato. Purtuttavia, ripeto: non UNA sola vittima. Io non ho cambiato idea. Non me ne importa un fico che mi ridano dietro. Penso che abbiano fatto bene Stati Uniti, Francia e Cina e altri 26 paesi a non deviare dai programmi nucleari. In Italia sappiamo com’è andata, nel referendum di poche settimane successivo. 

Invece, ho vinto un’altra scommessa. A Radio24, agli ascoltatori ed esperti che mi trattavano da matto indicando la lista di paesi che avevano cambiato idea dopo Fukushima, a cominciare da quella Germania che spesso cito come esempio di virtù e che comunque è l’euroleader, replicai a un certo punto che in capo a un anno avrebbero cambiato idea di nuovo. A giudicare dai giornali tedeschi, la scommessa è vinta. Angela Merkel fermò subito i sette reattori più vecchi. Per poi, a fine maggio 2011, decidere l’uscita dal nucleare nel 2022, con tanto di ratifica dei due rami del Parlamento tedesco. L’obiettivo era di coprire tale quota sia tramite ottimizzazione e riduzione dei consumi del 10 per cento entro il 2020, sia aumentando la produzione da rinnovabilli. Già a giugno 2011 Angela Merkel ha dichiarato al Bundestag che, per garantire la sicurezza energetica nel prossimo decennio, la Germania avrà bisogno di almeno 10 GW, e fino a 20 GW di capacità addizionale, il più dei quali da carbone e gas. Senonché era un conto impostato sulla mera stima della capacità di generazione aggiuntiva. In realtà è molto più salato. Perché prima le centrali atomiche germaniche erano in prossimità dei concentramenti produttivi energivori. Ora la Germania ha scoperto che occorrono altre decine di miliardi di investimento sulla rete ad alta tensione, sugli accumulatori ad alta potenza, dal nord verso il sud e da est verso ovest. Sull’ultimo Spiegel potete leggere l’acrimonia con cui gli energivori tedeschi mettono nel mirino l’uscita dal nucleare. La bolletta energetica più pesante in Europa per il “no” post-Fukushima è della Danimarca, poi viene l’Italia. Ma al terzo posto viene la Germania, con un più 16,5 per cento. ThyssenKrupp, il maggiore produttore di acciaio tedesco, ha ceduto ai finlandesi di Outukumpu siti come quello di Krefeld. E subito i finnici hanno deciso di chiudere perché il costo dell’energia tedesco non conviene oggi e tanto meno converrà domani. Per i liberali della Fdp, contrari all’uscita dall’atomo, la deindustrializzazione tedesca è solo all’inizio. «Costi e offerta energetica sono diventati il primo rischio a minare la localizzazione di industrie in Germania», dice Hans Heinrich Driftmann, presidente delle Camere dell’industria e del commercio.

In Italia il ritornello verd-ambientalista è che la Germania sia il modello da seguire per la sua leadership tecnologica nelle rinnovabili, nonché per le ricadute occupazionali. Non è così. Lo Spiegel non è una testata di destra, ma scrive che non c’è segno dell’atteso miracolo verde. Molte aziende produttrici di turbine eoliche e pannelli solari chiuderanno, ora che il governo si è convinto a ridurre del 30 per cento gli incentivi. Non è stato facile. Per mesi si sono guardati in cagnesco, il ministro dell’Ambiente Norbert Röttgen (Cdu) e quello dell’Economia Philipp Rösler (Fdp). Röttgen era contrario ai tagli dei sussidi alle rinnovabili chiesti da Rösler. Ora ha vinto il liberale, ma per mesi la Germania non ha votato a Bruxelles sulle questioni energetiche, col governo spaccato a metà. Gli impianti ormai cominciano a chiudere. A Krefeld, dicono, il costo del chilowattora è triplicato rispetto al 2010. Analoghi problemi per tutti i gruppi attivi nella lavorazione dell’alluminio, del rame, delle leghe metalliche. Il ceo di ThyssenKrupp, Heinrich Hiesinger, dice che l’obiettivo non è di tornare al nucleare ma di ancorare lo sforzo tedesco a prezzi ed eventualmente anche a sussidi europei – sussidi, la terribile parola “greca”!

Bene, allora: un’altra scommessa, nell’anniversario di Fukushima. Vediamo che cosa davvero decide la Germania, appena passate le elezioni nella primavera 2013. Solo noi sbagliamo, risbagliamo e poi risbagliamo ancora peggio, o i tedeschi ci terranno compagnia?

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