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L’elogio autocelebrativo degli “angeli del fango” che annega nell’oblio i caduti di guerra

novembre 12, 2016 Renato Farina

Ciascuno di noi ha in famiglia un morto, un invalido di quella barbara esperienza bellica. Eppure nell’ingiustizia, lì si costituì la coscienza nazionale. Da quel momento si divenne italiani

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Anche nella sciagura, nel pianto, nel ricordo c’è chi è più uguale degli altri. Il capo dello Stato è andato a Firenze, per far memoria dell’alluvione del 1966, e indicare come eroi del nostro tempo, da portare ad esempio, gli “angeli del fango”. Ragazzi e ragazze che meritoriamente spalarono la mota, ripulirono libri antichi dalla sporcizia, soprattutto raggiunsero frazioni isolate portando generi di prima necessità. In quello stesso giorno di 50 anni fa, la Carnia e il Basso Friuli furono travolti dalla furia delle acque. In particolare Latisana, a causa dello straripamento del Tagliamento, ebbe i suoi morti. Molti fiumi del Veneto, come il Piave, il Brenta e il Livenza, balzarono fuori dagli argini, e vaste zone del Polesine, sempre martoriato, furono allagate; in Trentino la città di Trento fu investita dalle furibonde acque dell’Adige. Nessuno ha mai saputo che anche Venezia soffrì danni enormi, e lo ha ricordato il cardinale Scola sul Corriere della Sera. La televisione pubblica è andata al seguito di queste storie. Perché? Spero non sia solo per l’attrazione fatale del servilismo verso il presidente del Consiglio di turno.

Ma qui io voglio dire che il prezzo del ricordo per gli “angeli del fango”, i giovani che accorsero un po’ per generosità e molto per spirito di avventura, compagni e compagne di liceo unite nella lotta, e all’addiaccio, sono stati altri angeli, che morirono nella Prima guerra mondiale, circa un milione, e che ormai sono dimenticati. Dopo Firenze sarebbe stato bene un salto del capo dello Stato a Redipuglia, a Bassano, ad Asiago.

«Trascurare questo luogo non è cosa ragionevole»
Io non sono affatto un tifoso di quella Grande Guerra. Fu una inutile strage, come disse Benedetto XV, ma non è una buona ragione per dimenticare chi pagò il prezzo della vita, o di un braccio, o di ferite portate con sé per tutta l’esistenza, di coloro che risposero, come si dice con una retorica desueta ma giusta, al “richiamo della madrepatria”. Ciascuno di noi ha in famiglia un morto, un invalido di quella barbara esperienza bellica. Eppure nello strazio e nell’ingiustizia, lì si costituì la coscienza nazionale. Non grazie alla guerra, ma salendo sopra il male e l’orrore della guerra. Da quel momento inesorabilmente si divenne italiani. Non italiani-italiani. Ma ciascuno divenne romagnolo-italiano, siculo-italiano, emiliano-italiano, lombardo-italiano e via. Bisognerebbe fare come in America, con i cimiteri con le croci bianche, oltre le colline, dove si celebrano i morti anche di guerre sbagliate, ma che videro il sacrificio di padri, nonni, bisnonni. Invece da noi si preferisce l’elogio assai scontato e autocelebrativo degli “angeli del fango”, che adesso sono tutti impegnati in un simpatico Amarcord di quanto furono buoni e generosi. Ottimo. Giusto. Un bell’esempio. Purché non sia un velo utile a coprire dolori, sacrifici sconosciuti e anime gloriose e sparite nella nebbia dell’oblio ufficiale.

Qui Boris mi interrompe. E ricorda il suo compatriota Solzenicyn, e un suo racconto, Zachar-Bisaccia. In bicicletta l’autore con un amico va a Kulikovo, il campo di una feroce battaglia sul Don: i russi resistettero ai mongolo-tartari nel 1380. «Quella terra, quella luna e quel luogo remoto erano i medesimi del 1380». Una specie di «ago piantato verso il cielo» su un’altura era il povero monumento alla memoria. E c’era il guardiano, Zachar-Bisaccia, non un’autorità, ma un uomo del popolo che da solo vegliava. Boris riprende Solzenicyn e dice che «trascurare questo luogo non è per noi russi cosa ragionevole». Così vale per noi. O no?

A proposito. Non dobbiamo avere paura della parola cimitero. Vuol dire dormitorio. I morti dormono. Noi? Svegliamoci.

Foto Ansa

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