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«Ecco cosa chiediamo noi partite Iva al nuovo governo»

febbraio 12, 2013 Chiara Rizzo

Le richieste delle partite Iva: stop alla pressione fiscale introdotta dalla Fornero, equo compenso e salario minimo, casse mutualistiche per l’indennità di malattia e il riconoscimento della maternità.

Il popolo delle partite Iva presenta le proprie proposte ai candidati alle politiche e alle regionali. Lo fa attraverso Acta (Associazioni consulenti del terziario avanzato), che rappresenta molte delle 8 milioni di posizioni aperte, secondo il rapporto Ires-Cgil 2012, di cui 6 milioni e mezzo attive. Le illustra a tempi.it Anna Soru, presidente di Acta.

Avete elaborato un piano di 5 proposte e lo avete intitolato “Dica no 33”. Perché?
“Dica no 33″ è il punto più urgente. Sulla base della riforma Fornero, dal 2014 al 2018 le partite Iva passeranno a pagare dal 27 al 33 per cento di contributi. Così pagheremo più di artigiani e commercianti, che arriveranno al 24, e più degli altri professionisti che hanno una cassa (avvocati, ingegneri, commercialisti e psicologi), che pagano tra il 12 e il 16 per cento. Questo sarà un problema anche per la concorrenza, perché ci può capitare di essere sugli stessi mercati dei professionisti con cassa e quelli magari potranno farsi pagare di meno la stessa prestazione. A noi viene anche tolta qualsiasi possibilità di previdenza integrativa: oggi il sistema contributivo non può garantirci un futuro previdenziale adeguato, sia perché paghiamo il prezzo di intere generazioni di pensionati con il sistema retributivo, sia perché la nostra rivalutazione sarà legata al Pil, che negli ultimi dieci anni è andato maluccio e che sconteremo male nel nostro futuro pensionistico, in base alle previsioni: se pagheremo il 33 per cento alla previdenza pubblica, come possiamo pensare di ricorrere ad una previdenza privata alternativa?

Uno dei punti principali del vostro programma riguarda il problema della previsione del reddito. Come funzionano le cose oggi per voi, e cosa proponete?
Attualmente noi paghiamo gli anticipi fiscali, sulla base del reddito dell’anno precedente. Ciò significa pagare anticipi alti, a prescindere di come effettivamente andranno le nostre entrate, sottoposte ad una variazione fisiologica di anno in anno. Se gli anticipi fiscali si calcolassero invece sulla media del reddito di ogni triennio, con aliquote triennali, come chiediamo oggi, si pagherebbe in maniera proporzionale ai lavoratori dipendenti che hanno redditi costanti.

C’è poi il problema della doppia contribuzione per alcune partite Iva.
Chi ha una Srl, cioè una piccola società, oggi paga sia la cassa commercianti che la gestione separata Inps. Dal momento che si propone di spingere alla crescita del mondo dei freelance ad esempio, con  le aggregazioni, questo tipo di imposizione non la favorisce. Chiediamo perciò di pagarne una sola. In più, chiediamo un regime fiscale agevolato: si parla molto di flessibilità nel mercato del lavoro, per favorire la crescita, e si parla della detassazione degli straordinari del lavoro dipendente. Il lavoro autonomo di per sé garantisce flessibilità, perché non valorizzarlo offrendo agevolazioni fiscali? Noi proponiamo un regime fiscale agevolato per redditi fino ai 70-80 mila euro e per coloro che abbiano anche dei collaboratori, con l’obiettivo di aumentare l’occupazione.

Quali impegni chiedete ai politici per ridare valore al lavoro?
Anzitutto l’introduzione del salario minimo. Significa che qualunque attività subordinata non può essere pagata sotto una certa soglia oraria. Il nostro obiettivo è eliminare il lavoro gratuito: in un sondaggio realizzato nel 2012 tra i nostri iscritti, più della metà hanno denunciato la richiesta ricevuta di lavoro gratuito. Il secondo obiettivo che ci poniamo, è che sia impossibile avere persone che come oggi percepiscano 3 euro al giorno. Questo però vale per chi viene pagato all’ora. Ma quando il lavoro è pagato per prestazione (ad esempio articoli per siti web)? Si è parlato spesso in passato di tariffe minime come strumento di monopolio, ma in realtà nella situazione odierna c’è una tale concorrenza che il problema non è evitare comportamenti monopolistici, semmai ridare dignità al lavoro di tutti. Ci sono giornalisti freelance, ad esempio, pagati 3 euro al pezzo. Chiediamo di introdurre tariffe minime sulla base della legge dell’equo compenso che è stata da poco approvata per i giornalisti. Il problema di tariffe al ribasso si pone spesso con la pubblica amministrazione, per questo chiediamo anche regole dei bandi, che contrastino il diffondersi del massimo ribasso.

Chiedete anche un nuovo sistema welfare. Come funziona quello attuale e cosa vorreste?
La maternità oggi è stabilita con diverse categorie per gli autonomi e i dipendenti. Le partite Iva hanno diritto alla maternità solo se hanno lavorato nell’anno precedente. Noi chiediamo che sia garantita a tutti: non si può fingere una gravidanza, per cui si tratta di qualcosa che si presta alla copertura universalistica. Secondo noi si può trovare anche una copertura finanziaria, dato che hanno alzato l’età pensionistica alle donne, questi risparmi potrebbero essere restituiti anche alle mamme lavoratrici a partita Iva. Il secondo punto riguarda l’indennità per malattia: oggi in teoria abbiamo la copertura per la malattia domiciliare, introdotta dal decreto Salva Italia nel 2012. L’Inps però tuttora si rifiuta di riconoscerla, perciò chiediamo, dato che comunque l’indennità per le partite Iva è piuttosto ridotta, di poterci organizzare con una assicurazione mutualistica, una società di mutuo soccorso, con cui coprire noi stessi queste indennità.

Alcuni politici hanno già aderito al vostro programma. Quali?
Tra gli altri, hanno aderito Daniele Capezzone (Pdl) e Giuliano Cazzola (Fare – Fid). Stefano Fassina (Pd) ha risposto ad alcune nostre domande ma non ha dato un’adesione. Per noi l’obiettivo principale è stato comunque costringerli a rispondere su questi temi, sollevare l’attenzione su questi problemi.

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