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Di Pietro festeggia Mani Pulite perché sente puzza di “vendetta”. Vendetta?

febbraio 3, 2012 Ugo Finetti

Il leader dell’Idv dice che la politica vuole vendicarsi contro i giudici (cioè lui) che hanno portato in Italia la rivoluzione dell’onestà. Convoca una manifestazione per ricordare l’arresto di Mario Chiesa. Pubblichiamo l’articolo che appare sul numero 05/2012 di Tempi in edicola, intitolato “Il braccio violento della Carta” e firmato da Ugo Finetti.

Il 17 febbraio alle 17 a Milano, Antonio Di Pietro ha convocato una manifestazione per ricordare il giorno e l’ora dell’arresto di Mario Chiesa, da cui la storia di Mani Pulite ebbe inizio. «Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio,  ha scritto di Pietro sul suo blog – lo sorprendemmo mentre intascava una mazzetta di 7 milioni di vecchie lire. Non era un “mariuolo isolato”, come provò a raccontare Bettino Craxi, ma la rotellina di un ingranaggio con cui i politici e gli amministratori pubblici succhiavano da anni il sangue al nostro Paese». Ora, dopo il voto della Camera sulla responsabilità civile dei magistrati, il leader dell’Idv torna a rilanciare la manifestazione perché sente aria di «vendetta». 
Vendetta? Pubblichiamo l’articolo che appare sul numero 02/2012 di Tempi, in edicola questa settimana, intitolato “Il braccio violento della Carta” e firmato da Ugo Finetti.

«Il giudice per privare un uomo innocente di tutti i suoi diritti civili e condannarlo ai lavori forzati, ha bisogno di una cosa sola: di tempo». Così Anton Cechov nella Russia del 1892. Il “volto demoniaco” del potere giudiziario nel sistema totalitario ha un suo orrore specifico, ma non circoscrivibile alle dittature. È però da chiedersi come una mentalità reazionaria – o comunque arbitraria e repressiva – sia potuta entrare in modo organico nella cultura di un movimento di sinistra, di emancipazione delle classi subalterne come quello comunista, e in particolare come abbia potuto radicarsi e svilupparsi persino nel comunismo all’opposizione in un paese democratico.

La via comunista al totalitarismo si basa sulla tesi secondo cui la libertà è un bene che può essere sospeso, sacrificato. Prevale su di essa il primato della “giustizia sociale”, e il Partito è innalzato a motore della Storia e del Progresso. È così che nasce la teoria della “dittatura del proletariato” e il comunismo si trasforma in una macchina da guerra alla continua caccia del nemico, del sabotatore, del soggetto dannoso per la collettività. Il magistrato-inquisitore diventa (e si sente) protagonista della cultura comunista che criminalizza l’avversario e disprezza la libertà.

Certamente in un quadro di regime democratico occidentale l’uso politico della magistratura da parte comunista si pone in modo radicalmente diverso da quel che è avvenuto nei regimi di dittatura comunista. Ma le premesse culturali risalgono a questa considerazione della libertà come bene sacrificabile in nome della conquista di un potere sempre maggiore in un paese capitalista. Di ciò è concreta espressione la “scelta di vita” che compie ogni comunista nel momento in cui, iscrivendosi, accetta di sacrificare la propria libertà per mettersi a disposizione di un potere superiore insindacabile e che ha sempre ragione (il vertice del Partito), impegnandosi a subire il regime del “centralismo democratico”, prefigurazione della “dittatura del proletariato” nella società socialista. In Italia, tuttavia, il movimento giustizialista nasce “dal basso” come “contropotere”. Come si coniuga in questo caso l’aspetto reazionario della repressione illiberale con l’essere di sinistra e all’opposizione? Facendo leva su un elemento, appunto “demoniaco”, sempre incombente nella figura del magistrato. Ancora un brano di letteratura russa all’epoca degli zar. La figura del giudice “di sinistra”, nemico dei potenti, è magistralmente descritta da Tolstoj nel 1845: «Come giudice istruttore, Ivan Il’ic sentiva che tutti, ma proprio tutti, senza eccezione, i più superbi, gli altezzosi, tutti erano in mano sua, e che gli bastava scrivere un paio di paroline ben note su un foglio di carta intestata per vedersi recapitare questa gente superba e altezzosa, in qualità di accusato o di testimone, costretta a starsene in piedi davanti a lui a rispondere alle sue domande, se non gli saltava in testa di metterla al fresco». In concreto l’uso comunista della magistratura è ben sintetizzato nella relazione tenuta da Luciano Violante il 17 ottobre 1983 alla II Commissione del Comitato centrale del Pci, quella appunto dedicata all’attività giudiziaria, presieduta all’epoca da Pietro Ingrao. Vi partecipava anche un certo Caselli, ringraziato da Ingrao tra «i 27 compagni intervenuti». Siamo sull’onda delle indagini contro il terrorismo che volgono al termine, quando Enrico Berlinguer ritiene che si possa ora passare dall’attacco giudiziario sulla propria sinistra contro i terroristi a quello sulla propria destra contro i partiti avversari: dalla “fermezza” alla “questione morale” promettendo ai magistrati gratificazione sociale e impunità. «Per la prima volta – afferma Violante riferendosi all’impegno militante degli anni precedenti – i magistrati sono entrati con i poliziotti sui luoghi di lavoro, in fabbrica, a discutere del terrorismo, delle libertà minacciate, delle riforme istituzionali e politiche per le quali era necessario battersi. Lo Stato mostra, forse per la prima volta, una faccia diversa da quella che purtroppo la classe operaia nella sua storia era abituata a vedere». E quindi il leader della politica giudiziaria comunista può concludere: «Sulla base di queste esperienze è maturata una concezione nuova del proprio ruolo, sono emersi coraggi individuali e collettivi, capacità professionali di altissimo livello, si sono manifestate grandi lealtà costituzionali». Questa “faccia diversa dello Stato”, questa emersione di “coraggi individuali e collettivi”, questa apologia dell’ingresso dei “magistrati con i poliziotti” nei luoghi di lavoro a parlare di politica celebra una “presa del potere” particolarmente illuminante.

La prima breccia si apre nel momento in cui, in nome dell’emergenza, si introduce nell’azione giudiziaria la categoria di “lotta”. Lotta significa che la magistratura viene militarizzata e che essa, come corpo paramilitare, deve muoversi in modo solidale. Controlli e verifiche saltano. Come ebbe a sbottare un magistrato di fronte a contestazioni “garantiste”: «Quando lo Stato prende impegni, bisogna mantenerli». E cioè? Se un alto ufficiale dei carabinieri ha trattato con un pentito, poi – logicamente – pm, giudice istruttore, tribunale e corte d’appello devono “timbrare”, ratificare come un uomo solo il pattuito. Lo spiraglio totalitario in una democrazia occidentale è rappresentato dall’instaurazione a livello giudiziario di questa “catena di montaggio”. È in questo clima che il Pci è cresciuto nella magistratura promettendo alla categoria una visibilità sociale (gratificazione e assenza di controlli) in un quadro illiberale. Anche nel contrastare il terrorismo rosso il Pci è riuscito a conseguire il suo principale obiettivo, spostando, negli ultimi decenni della Guerra fredda, l’attenzione delle indagini giudiziarie verso il fronte occidentale. La storia della Guerra fredda in Italia, infatti, nella letteratura giudiziaria – confortata da storici, umoristi, romanzieri e cineasti – è diventata una storia di attacchi al nostro paese tutti opera degli americani e dei loro alleati (la mafia è conseguenza dello sbarco americano, il terrorismo dell’adesione alla Nato, la corruzione dell’estromissione dei comunisti dal governo…), con il Pci che sembra essere l’unico partito ad aver difeso la democrazia. L’Unione Sovietica non sembra nemmeno aver partecipato alla Guerra fredda in Italia. Così si determina lo scenario del crollo della Prima Repubblica, dove sullo sfondo della “Fine della Storia” che assicura un mondo finalmente spoliticizzato, la Guerra fredda in Italia si conclude con la messa sotto accusa del campo occidentale e l’elevamento agli altari del comunismo in quanto “altro”, sia rispetto ai partiti italiani sia ai partiti comunisti dell’Est.

Il crollo del comunismo nel mondo, poi, determinerà l’esplodere anche del Pci in diverse direzioni: dai neocomunisti ai socialisti riformisti. Nella magistratura il postcomunismo si traduce nel prevalere della vena reazionaria sotto forma di giustizialismo. È così che i magistrati marxisti in Italia sono mandati in soffitta, ma per ridiscenderne con la maschera polverosa e rattoppata dell’ex Partito d’Azione. È un azionismo giustizialista che in nome della “società civile” delegittima la costruzione democratica dal Dopoguerra in poi come “tradimento” della Resistenza e della Costituzione. In un’Italia in cui la maggior parte dell’elettorato, orfano di un pentapartito criminalizzato e sciolto, confluisce nel centrodestra, l’azionismo giustizialista reagisce inventando un’entità autoreferenziale capace di mettere sotto accusa le maggioranze parlamentari: il “Partito della Costituzione” che impallina il principio maggioritario. Il Partito della Costituzione, in nome della difesa della Carta, predica la sospensione delle garanzie costituzionali e disegna una costellazione di contropoteri – novelle “casematte” di gramsciana memoria – che ridimensioni i risultati elettorali, dato che quando il popolo non vota a sinistra è manipolato e pericoloso ed è necessario un intervento di surroga attraverso, appunto, la magistratura. Leggiamo uno dei più rappresentativi esponenti di questo neoazionismo giustizialista, l’ex presidente della Corte costituzionale Gustavo Zagrebelsky. Se chi ha vinto le elezioni non è espressione del Partito della Costituzione, scrive il giurista, occorre svolgere una «funzione anti maggioritaria». La giustizia costituzionale, secondo il giudice di sinistra, «protegge la Repubblica» e quindi «limita la democrazia» (sic) in quanto, se gli italiani hanno votato in modo “sbagliato”, il magistrato, a partire dalla Corte Costituzionale, «limita, per così dire, la quantità della democrazia per preservarne la qualità».

Questa forma di Partito della Costituzione si delinea come quel “ritorno a Rousseau” da cui Luigi Einaudi metteva in guardia, cioè il prevalere antidemocratico dell’idea secondo cui «l’uomo è veramente libero solo se si sottomette a quella volontà generale che egli non ha voluto, ma ha semplicemente riconosciuto perché illuminato da coloro che sanno». L’azione giudiziaria è quindi usata come fonte di legittimazione alternativa rispetto a quella che viene direttamente dal popolo. C’è proprio l’azionismo giustizialista – di «quelli che sanno» – alla base di un clima di contrapposizione che non solo non ha pari in altri paesi occidentali, ma che l’Italia non aveva mai conosciuto in forme così acute e devastanti nemmeno durante la Guerra fredda.

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