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Democrazia? No, plutocrazia. L’avanzata dei milionari in Ucraina e nell’Europa orientale

aprile 13, 2014 Rodolfo Casadei

Il re del cioccolato a Kiev, il magnate a Praga, il paperone filantropo a Bratislava. A furia di tagliare i costi della politica, a est di Vienna si allunga l’ombra dei plutocrati. Chi sono i leader “nuovi” e ricchissimi dell’altra Europa


Dovevamo portare la democrazia nei paesi dell’Est e dell’ex Unione Sovietica, e invece ci abbiamo portato la plutocrazia. Se passiamo in rassegna i paesi dell’Europa orientale che negli ultimi dieci anni sono diventati membri dell’Unione Europea o hanno firmato con essa accordi di associazione, scopriamo che in molti di essi sono al potere o stanno per andarci milionari e miliardari. Per la via delle urne e non con un colpo di Stato, certo. Dalla Slovacchia all’Ucraina, dalla Repubblica Ceca alla Polonia, ovunque è un fiorire di nuovi partiti creati dal nulla da magnati che si candidano e in un batter d’occhi vengono sospinti dal suffragio popolare alle massime magistrature.

In Ucraina a meno di catastrofici imprevisti dell’ultima ora il prossimo capo dello Stato sarà il re del cioccolato Petro Poroshenko (foto a fianco), un uomo titolare di un patrimonio pari a 1,3 miliardi di dollari. Dopo il ritiro dalla competizione dell’ex pugile Vitali Klitschko che ha contemporaneamente invitato i suoi simpatizzanti a votare Poroshenko, quest’ultimo è nettamente in testa nei sondaggi per le elezioni presidenziali di fine maggio, con grande vantaggio sull’ex primo ministro ed eroina della Rivoluzione arancione Yulia Tymoshenko, vista ormai dall’opinione pubblica ucraina come un personaggio del passato. In Slovacchia il solidissimo primo ministro socialdemocratico Robert Fico, da quindici anni perno attorno a cui ruota la politica slovacca, è stato sconfitto nel suo tentativo di cumulare anche la carica di capo dello Stato dal neofita della politica Andrej Kiska, milionario filantropo senza alcun passato politico, che alle elezioni presidenziali del 29 marzo scorso è stato votato dal 60 per cento degli slovacchi.

È andata appena un po’ meno bene ad Andrej Babis, il secondo uomo più ricco della Repubblica Ceca con un patrimonio di 2 miliardi di dollari e un impero imprenditoriale che si estende dalla produzione di fertilizzanti ai media, dalla chimica agli alimentari: presentatosi alle elezioni politiche dell’ottobre scorso col suo partito personale Ano (che in lingua ceca significa “Sì”) fondato nel 2011, Babis è finito secondo alle spalle dei socialdemocratici del nuovo capo del governo Bohuslav Sobotka col 18,7 per cento dei voti, ha conquistato il vicepremierato in un esecutivo di coalizione a tre (c’è anche un piccolo partito democristiano) ma soprattutto il portafoglio di ministro delle Finanze al quale teneva, per dare una svolta all’economia ceca e soprattutto ai rapporti fra imprese e pubblica amministrazione.

In Polonia, storicamente il primo paese dell’Est in cui un miliardario si presentò candidato alle elezioni in epoca post-comunista (nel 1990 il magnate polacco emigrato in Canada Stanislaw Tyminski sfidò alle prime presidenziali libere niente meno che Lech Walesa, arrivando al ballottaggio dopo aver relegato in terza posizione un mostro sacro come Tadeusz Mazowiecki), è riuscito a imporre la sua presenza all’interno di un paesaggio politico che sembrava già consolidato Janusz Palikot, un altro imprenditore multimilionario e self-made man, che nel 2011 ha deciso di presentarsi alle elezioni politiche con un partito che porta il suo nome e ha raccolto il 10 per cento dei voti. In Lettonia il milionario Julijs Krumis annuncia che non scenderà in politica, ma sponsorizzerà un nuovo partito e un nuovo leader che incarnino i valori oggi mancanti alla guida del paese: «L’onestà, il senso dello Stato e il patriottismo».

L’orientamento degli elettori
Insomma, chi credeva che i Tyminski fossero una cosa del passato, dei primordi della democrazia nell’Est Europa, che i Berlusconi fossero l’espressione della classica anomalia italiana, o che dieci anni di integrazione nell’Unione Europea avessero innescato un processo lineare di evoluzione dalle nomenclature filo-sovietiche a partiti di ispirazione occidentale sul modello tedesco o francese, adesso deve ricredersi. La plutocrazia stende la sua ala sui paesi a est di Vienna. E la sua ombra è accolta con approvazione da quote crescenti di elettorato. Le analisi del fenomeno si moltiplicano.

Quella più fredda e oggettiva nota che oggi i finanziamenti europei e americani per lo sviluppo delle istituzioni democratiche nei paesi post-comunisti sono una fonte che si è quasi prosciugata. In mancanza di tali risorse, con una società civile interamente assorbita dallo sforzo per migliorare le proprie condizioni economiche, le novità politiche possono arrivare solo da outsider danarosi disponibili a investire parte del loro patrimonio in un’avventura anzitutto elettorale. L’altra spiegazione che si suole dare è imperniata sulla diffusa insoddisfazione del popolo nei confronti della classe politica tradizionale, accusata – anche nei paesi dove i tassi di crescita del Pil sono positivi – di tutti i peggiori vizi della partitocrazia, in particolare quello di non voler lottare contro la corruzione nella pubblica amministrazione (e anzi di approfittare di essa), e di sfruttare il potere politico per arricchirsi anziché per servire il bene comune.

Gli elettori allora si orientano su milionari e miliardari che scendono berlusconianamente in campo, opinando che chi è già ricco non avrà bisogno di approfittare del potere politico per arricchirsi, anzi potrà portare la propria esperienza di manager di successo all’interno delle istituzioni. I magnati candidati, a loro volta, presentano puntualmente piattaforme programmatiche che mettono al primo posto la lotta alla corruzione e promettono di razionalizzare la gestione economica e di rilanciare lo sviluppo. Sono quasi tutti europeisti convinti, e perciò promettono di introdurre nella politica dei loro paesi gli “standard europei” che i loro predecessori non sarebbero stati in grado di implementare. Poroshenko per esempio dichiara: «Sappiamo come usare l’esperienza occidentale per combattere la corruzione e dimostrare tolleranza zero. Abbiamo bisogno di assistenza finanziaria, ma prima di tutto dobbiamo eliminare la corruzione».

Vantare la propria purezza e preannunciare epurazioni, però, in politica è sempre operazione non priva di rischi. Nei momenti di esasperazione popolare è garanzia di successo, ma ci sarà sempre qualcuno che si metterà a scavare nel passato e nel presente dell’araldo della purezza, nell’intento di dimostrare che il sedicente puro è in realtà impuro. Alcuni dei miliardari che stanno salendo i gradini delle più alte magistrature, per esempio, sono in politica da tempo; altri devono il loro successo come industriali alle privatizzazioni degli anni immediatamente successivi alla caduta del comunismo, quando con un tozzo di pane si acquisivano grandi impianti produttivi a condizione di essere ammanicati con le persone giuste. Poroshenko a questo riguardo è personaggio paradigmatico.

Negli anni Novanta ha accumulato un piccolo capitale prima come consulente aziendale, poi acquistando e rivendendo in Ucraina le noci da cui si ricava il cacao; con esso ha acquistato gli impianti di produzione del mediocre cioccolato sovietico in territorio ucraino durante una delle ondate di privatizzazioni di quel periodo, e nel 1995 li ha combinati nel conglomerato Roshen, produttore e distributore di cioccolatini, caramelle, barrette di cioccolato, canditi. Oggi i dolci Roshen si vendono in Asia, Nordafrica ed Europa, mentre le sue quote del mercato russo sono state recentemente strangolate dalle autorità locali per vendetta contro il ruolo di Poroshenko nelle vicende politiche ucraine nel corso dell’ultimo anno. Quindi il re del cioccolato ha esteso i suoi interessi alla cantieristica navale, agli impianti automobilistici e ai media (la sua tivù, Kanal 5, è una delle più apprezzate del paese).

Nel 1998 era già deputato e non certo per sovvertire il sistema: sosteneva disciplinatamente il governo filo-russo. Al tempo della Rivoluzione arancione, invece, è stato ministro degli Esteri del presidente filo-occidentale Yuschenko, poi col filo-russo Yanukovich per qualche mese nel 2012 ministro dello Sviluppo economico. Quindi la svolta europeista, che gli è valsa le “attenzioni” delle autorità russe che hanno tolto dal mercato i suoi prodotti per motivi sanitari. Nei giorni di Maidan Poroshenko era l’unico multimilionario ucraino presente in mezzo alle barricate, impegnato a trattenere gli esagitati e a distribuire le sue barrette di Nero dominicano e Vaniglia malgascia fra i manifestanti infreddoliti.

Gli zig-zag non turbano la gente
Gli zig-zag del re del cioccolato sembrano non turbare l’opinione pubblica ucraina, che distingue milionario da milionario. Già tre anni fa l’Ucraina risultava essere il paese al mondo col maggior numero di milionari nel governo: cinque su sedici membri dell’esecutivo del premier Azarov, al tempo della presidenza Yanukovich, superavano i 100 milioni di dollari di patrimonio, e uno di essi il miliardo. Fra loro c’era il ministro per le Infrastrutture Borys Kolesnikov, attuale uomo forte del Partito delle Regioni dopo la fuga del capo dello Stato eletto. Si tratta del personaggio che garantì il successo degli Europei di calcio in Ucraina nel 2012: fece costruire quattro stadi e altrettanti aeroporti nel giro di diciotto mesi. Anche il governo in carica ha dovuto fare ricorso a due miliardari per garantire l’ordine nelle regioni orientali del paese, le più industrializzate e filo-russe. Igor Kolomoysky e Sergey Taruta, proprietario della più grande banca del paese il primo e industriale minerario il secondo, sono stati nominati governatori rispettivamente di Dnepropetrovsk e di Donetsk.

Al ceco Andrej Babis (foto a destra), invece, nessuno può rimproverare di essersi arricchito mescolando politica e affari. Ma gli attacchi sono moralmente più insidiosi: prima della Rivoluzione di velluto del 1989 Babis era un iscritto del Partito comunista e, secondo documenti sulla cui autenticità si discute, un informatore della polizia politica. Il magnate nega ogni addebito, che se fosse dimostrato lo costringerebbe a norma di legge ad abbandonare gli incarichi che gli sono stati da poco assegnati.

Responsabile non solo del bilancio, ma degli enti incaricati della sorveglianza sulle dichiarazioni fiscali e sulle attività finanziarie, Babis annuncia un giorno sì e uno no piani innovativi e decisivi per la lotta all’evasione fiscale e alla corruzione negli appalti pubblici, nel mentre che respinge le proposte dei partner socialdemocratici maggioritari nella coalizione di aumentare il prelievo sui profitti delle grandi imprese. Il tutto in un’ottica di risanamento del bilancio per stare dentro ai parametri europei di deficit e indebitamento. Ma tanto attivismo attira un’altra critica di peso: Babis si è dimesso dal posto di presidente del consiglio di amministrazione di Agrofert, il gioiello del suo impero industriale, ma ne mantiene la proprietà. Il conflitto di interessi è evidente: l’uomo a capo degli organi di sorveglianza fiscale e finanziaria è lo stesso che possiede una delle più grandi imprese da sorvegliare.

Accuse insidiose
Non è mai stato comunista (pur avendo chiesto ma non ottenuto la tessera del partito quando aveva 19 anni) né si è arricchito grazie ad amicizie politiche Andrej Kiska (foto a fianco), a sorpresa nuovo presidente slovacco. Ma anche contro di lui sono piovute accuse che ne mettono in dubbio moralità e affidabilità. Il filantropo che avrebbe in questi anni permesso a migliaia di famiglie di curare i loro bambini malati di cancro grazie alla Ong Dobry Andel (Angelo buono), si sarebbe in realtà arricchito con l’usura, praticando tassi di interesse troppo alti quando deteneva gli istituti finanziari Triangel e Quatro e il loro giro di carte di credito. Recentemente un’altra società finanziaria di cui Kiska è azionista, la TGI Money, è stata multata dal regolatore ceco per irregolarità di gestione.

Ma le accuse più insidiose sono state quelle che il premier Fico ha lanciato contro Kiska nel corso della campagna elettorale, affermando che una presidenza del milionario avrebbe messo in paricolo la sicurezza del paese a causa della vicinanza di costui a Scientology. Kiska ha replicato che la sua crisi di fede ha implicato escursioni nei territori del buddhismo e dell’ebraismo, ma si è conclusa col ritorno fra le braccia della Chiesa cattolica. Nemmeno dichiarazioni di sostegno a Fico da parte del presidente dell’europarlamento Martin Schulz e del capo di Stato francese François Hollande hanno seminato dubbi nell’elettorato slovacco, che ha plebiscitato Kiska.
Logico: a forza di tagliare i costi della politica, la politica ai massimi livelli la potrà fare solo chi può sostenere da sé certi costi. Vuoi vedere che stavolta sarà l’Est a fare da battistrada all’Ovest?

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2 Commenti

  1. francesco taddei scrive:

    l’occupazione degli operai e il talento dei cervelli possono trovare sviluppo grazie a chi ha soldi da spendere.

  2. augusto scrive:

    Del resto anche in Europa occidentale e nel Nordamerica non si può più parlare di democrazia, ma appunto di plutocrazia, con tutte le ricadute negative che stiamo vivendo sulla nostra pelle.Grazie a Rodolfo Casadei per il coraggioso articolo.

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