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Cosa ci aspetta se l’Italia finisce in mezzo fra Esm e Fmi

dicembre 17, 2016 Rodolfo Casadei

Se chiediamo prestiti, rischiamo di finire stritolati come la Grecia di Tsipras, infilandoci in un tunnel di confusione e di umiliazioni a ripetizione

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Cosa potrebbe succedere se il governo Gentiloni seguisse il consiglio che la signora Merkel ha suggerito all’Italia per interposta persona, cioè attraverso il suo consigliere economico Volker Wieland? Ovvero di chiedere un piano di aiuti all’Esm, il Meccanismo di stabilità europeo diretto dal tedesco Klaus Regling, e al Fondo monetario internazionale (Fmi) per combattere seriamente l’alto debito pubblico e la bassa crescita economica? Ovviamente succederebbe che l’Italia perderebbe la sua indipendenza per quanto riguarda le decisioni di politica economica, ma anche che ci infileremmo in un tunnel di confusione e di umiliazioni a ripetizione, senza solide certezze sul risultato finale di sacrifici e mortificazioni. Lo dimostra quello che in questi stessi giorni sta succedendo al piano di salvataggio europeo della Grecia, una telenovela che va avanti dal maggio 2010, quando fu varato il primo pacchetto di aiuti, e che, stando alle carte, dovrebbe durare ancora molto se l’architettura dell’euro non verrà giù prima.

Il 14 dicembre scorso l’Esm ha sospeso le sue più recenti misure di alleggerimento del debito greco in reazione all’approvazione da parte del parlamento di Atene di un provvedimento che ripropone in un’altra forma il versamento natalizio una tantum a favore dei pensionati più poveri che era stato cancellato nel contesto del terzo pacchetto di aiuti alla Grecia (quello concordato nell’agosto 2015, pari a 86,5 miliardi di euro di aiuti) e di un altro che non applica un aumento dell’Iva alle isole delle Egeo interessate dalla crisi dei migranti. I governatori dell’Esm altro non sono che i ministri delle Finanze dell’eurogruppo (i paesi dell’euro), ed è bastato che il ministro tedesco delle Finanze Wolfgang Schaüble obiettasse che andava misurato l’impatto delle decisioni del parlamento di Atene sull’assetto delle finanze greche prima di attivare le misure di alleggerimento decise la settimana prima, perché queste fossero automaticamente sospese. Lo spread sui titoli greci ha ripreso subito a salire, e la Borsa di Atene ha registrato perdite significative. Il giorno dopo un portavoce del presidente dell’eurogruppo, che è il ministro delle Finanze olandese Jeroen Dijsselbloem, ha dichiarato che le azioni del governo greco «sembrano non essere in linea coi nostri accordi».

In buona sostanza mentre otteneva una limatura dei tassi di interesse sulla propria esposizione debitoria, il governo greco permetteva che il parlamento votasse un esborso di 617 milioni di euro a favore dei pensionati più poveri (1,6 milioni di persone) senza averne prima parlato coi governatori dell’Esm. Il primo ministro Alexis Tsipras ha difeso la misura, affermando che l’avanzo di bilancio greco quest’anno permette tale spesa, ma l’Esm sembra non essere per nulla d’accordo. La questione degli avanzi di bilancio greci evoca un altro conflitto, che coinvolge tre soggetti: l’eurogruppo, il governo greco e il Fmi. Quest’ultimo non ha ancora aderito al piano di salvataggio della Grecia (il terzo dal 2010) deciso nell’agosto 2015, perché ritiene irrealistici gli obiettivi in esso contenuti.

Secondo il piano la Grecia deve produrre a partire dal 2018 avanzi di bilancio del 3,5 per cento annuo sul Pil per i seguenti dieci anni (se non si profilano prima grossi miglioramenti della situazione) per continuare a ricevere assistenza finanziaria dall’Europa e, auspicabilmente, dal Fmi. Ma il Fmi obietta che l’obiettivo del 3,5 per cento, voluto dai tedeschi, è irrealistico, e si tradurrà in un taglio delle spese per investimento e per servizi pubblici come la sanità che avranno ricadute negative anche sulla crescita economica, e quindi sulla sostenibilità del debito. Il Fmi ha proposto due possibili strade alternative: cancellare una quota del debito greco e abbassare l’avanzo di bilancio all’1,5 per cento, oppure se gli stati europei non sono disposti a cancellare altro debito greco mantenere il 3,5 per cento come obiettivo di avanzo primario, ma procedere alle riforme del sistema pensionistico e delle aliquote fiscali in modo tale da poter conseguire veramente l’obiettivo.

Questa posizione, esposta anche recentemente su un blog del Fmi, manda puntualmente su tutte le furie sia Bruxelles (meglio sarebbe dire Lussemburgo, dove si trova la sede dell’Esm) che Atene. La Ue infatti sostiene che tutto sta andando bene, che la Grecia ha ripreso a crescere (quest’anno più 0,6 per cento, secondo segno positivo del Pil dal 2008 a questa parte) e che l’obiettivo del 3,5 per cento non va messo in discussione; il governo greco accusa il Fmi di volere in realtà imporre più austerità di quella già pretesa dall’Europa. In effetti Tsipras ha accettato il pacchetto dell’agosto 2015, inclusa l’irrealistica clausola del 3,5 per cento, pur di portare a casa gli aiuti indispensabili in quel momento e nella convinzione di potere poi manovrare politicamente in modo da non rispettare gli accordi alla lettera. Che è esattamente quello che ha cercato di fare nella settimana in corso. Ma a quanto pare con poca fortuna. Un premier italiano saprebbe fare meglio?

Foto Ansa/Ap

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