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Chesterton contro le statistiche. Che sono false anche quando sono vere

novembre 6, 2017 Gilbert Keith Chesterton

«È impossibile per l’intelletto umano (che è divino) sentire un fatto come un fatto. Sempre esso sente un fatto come una verità, che è una cosa del tutto diversa»

chesterton-ansa

Pubblichiamo un articolo di Gilbert Keith Chesterton uscito il 18 novembre 1905 sull’Illustrated London News e tradotto in italiano da Umberta Mesina per G. K. Chesterton – Il blog dell’Uomo Vivo.

È un errore supporre che le statistiche siano semplicemente non veritiere. Esse sono anche malvagie. Per come sono usate oggigiorno, servono allo scopo di far sentire le masse impotenti e vili. Se io decido di fumarmi una pipa, non sono certo meno libero per il fatto che diecimila altri stanno facendo esattamente la stessa cosa.

La gente ha usato fin troppo liberamente, per esempio, il concetto di “reazione”. Se mio padre pensava che il caramello fosse meglio del miele, e io penso che il miele sia meglio del caramello, l’Inghilterra ha vissuto una reazione. Se un partito vince un’elezione, e un altro partito vince un’altra elezione, è una reazione. Qualcuno ha inventato una frase veramente maligna per dirlo: lo chiamano “il pendolo che oscilla”. Ma un uomo dovrebbe vergognarsi di essere paragonato a un pezzo di piombo. Un pendolo oscilla perché non può fare altro. Ma se c’è un uomo disposto a considerare sé stesso alla luce del pendolo, io non so che farmene. Un uomo simile dovrebbe impiccarsi. Allora sì che potrebbe essere un pendolo e dondolare a volontà. Ma gli individui vivi non si comportano in questa maniera meccanica; e per quanto riguarda gli individui vivi nessuno si sogna mai di aspettarselo.

È verissimo che se trovi un albero chino su un fiume e lo tiri indietro con violenza (con la tua ben nota forza erculea) e poi lo lasci andare, quello tenderà a riprendere la sua posizione originaria. Ma non è vero per un essere umano. Non è vero che, se trovi un rispettabile gentiluomo chino su un libro e lo tiri con violenza all’indietro e poi lo lasci andare, egli riprenderà la sua posizione originaria. Non lo farà proprio per niente. Si butterà in ogni sorta di posizioni nuove e animate e, potendo, ti farà un occhio nero. E poi gli statistici dicono che se hai una lunga fila di duemila rispettabili gentiluomini, chini su duemila distinti libri, e li tiri all’indietro e li lasci andare, essi torneranno tutti ai loro posti come i tasti di un pianoforte. Io ne dubito grandemente. Credo che ti faranno un occhio nero; e nel caso che non ti capiti di avere duemila occhi, o almeno abbastanza occhi per tutti, attenderanno in una lunga coda, come la gente a teatro, per avere il privilegio di farti un occhio nero. Ad ogni modo immagino che, se agisci in base a quel principio statistico, te le suoneranno. Lo spero proprio.

E ho pure un altro motivo di dissenso verso le statistiche. Credo che siano del tutto fuorvianti anche quando sono corrette. La cosa che dicono può a volte essere effettivamente e realmente vera; ma anche in quel caso la cosa che intendono è falsa. E bisogna sempre ricordare che questo significato non solo è l’unica cosa a cui dovremmo prestare attenzione ma è, di regola, letteralmente l’unica cosa che la nostra mente recepisce. Quando uno ci dice qualcosa per strada, noi sentiamo ciò che intende; non sentiamo quello che dice. Quando leggiamo una frase in un libro, noi leggiamo quello che intende; non possiamo vedere quello che dice. E lo stesso accade quando leggiamo le statistiche.

È impossibile per l’intelletto umano (che è divino) sentire un fatto come un fatto. Sempre esso sente un fatto come una verità, che è una cosa del tutto diversa. Una verità è un fatto con un significato. Molti fatti non hanno nessun significato, stando a quanto realmente siamo in grado di scoprire; ma l’intelletto umano (che è divino) sempre aggiunge un significato al fatto di cui sente. Se noi sentiamo che Robinson ha comprato un parafuoco nuovo, sempre desideriamo poter dire: “È proprio da Robinson!”. Se non sentiamo niente altro che questo, che un tale a Worthing ha un gatto, le nostre anime fanno uno sforzo oscuro e inconsapevole per trovare una qualche connessione tra lo spirito di Worthing e l’amore per gli animali domestici, tra i canti notturni del felino e il rumore del mare di notte.

Così, quando qualche noioso e rispettabile Libro Blu o dizionario ci propina qualche noiosa e rispettabile statistica, come che il numero di arcidiaconi omicidi è il doppio di quello dei diaconi omicidi, o che cinquemila bambini mangiano sapone a Battersea e solo quattromila a Chelsea, è quasi impossibile evitare di trarre un’inconscia deduzione dai fatti, o perlomeno di far sì che i fatti significhino qualcosa; di fantasticare per un momento su cose profonde e inspiegabili come Battersea o lo stato morale degli arcidiaconi. In breve, è psicologicamente impossibile, quando sentiamo vere statistiche scientifiche, non pensare che significhino qualcosa. Generalmente non significano niente. A volte significano qualcosa che non è vero.

Lasciatemi fare un esempio immaginario, ma molto ordinario e diretto, del modo in cui la cosa succede, per come la vedo io. Supponiamo, per la discussione, che voi e io viviamo in una strada rispettabile. Al numero 1, diciamo, vivono i Pilkington. Be’, Pilkington lo conosciamo tutti, povero diavolo. È un uomo che sembra incapace per costituzione di fare un qualunque lavoro. Resterebbe a letto tutto il giorno se non fosse che sua moglie è una persona focosa e un tantino prepotente; ma perfino lei riesce a farlo alzare per colazione solo verso le undici. Al numero 2 stanno i Vernon-Spatchcock, i quali, lo sappiamo tutti, vivono la Vita Semplice e non riescono a tenersi la servitù. Hanno pianificato le loro giornate con una puntualità spaventosa per un mero ideale igienico. Ogni mattina verso le quattro partono per una lunga passeggiata verso Hampstead o qualche altro posto discutibilmente salubre e tornano a casa alle undici precise, quando prendono il loro primo pasto: un piccolo frutto e un po’ di latte o qualche porcheria del genere. Al numero 3 c’è il mio amico Miggs, che fa una decente colazione da cristiani a un decente orario da cristiani. Al numero 4 abita il maggiore Macnab, la cui moglie è così invalida, e lui è un marito così cavalleresco che, per quanto affamato possa ritrovarsi, ritarda sempre la colazione fino a che lei non è in grado di scendere, cosa che in genere accade verso le undici. Ai numeri 5 e 6 sono due noiose persone sane che fanno colazione rispettivamente alle nove e alle dieci. Al numero 7 c’è nientemeno che l’illustre Hinks; e come sapete tutti dalle innumerevoli interviste illustrate, Hinks trova che riesce a lavorare meglio nell’arietta fresca del mattino; è quando le brume si diradano e il sole comincia a scoprire la sua faccia di bronzo che gli si affollano nella mente quelle stravaganti fantasie e quei teneri mezzi cenni con cui ci delizia ogni settimana in “The Money-Lender” [L’Usuraio, ndt]. Di conseguenza, egli trova più comodo scrivere prima di colazione; e di solito, nell’estasi della composizione, scrive fin verso le undici, quando comincia a fare colazione. Al numero 8 sta un altro tizio pigro e ordinario, che si alza per far colazione alle undici perché gli va bene così. Al numero 9 vive l’onorevole Galahad Graeme, che si alza tardi per ovvie ragioni e con un gran mal di testa. Al numero 10 ci sono i Wimble, che sono fissati con tutto ciò che è francese e fanno quello che chiamano déjeneur alle undici in punto. Al numero 11 abita un tale di nome Pickles, che fa colazione alle nove.

E adesso lungo questa via arriva il Raccoglitore di Statistiche. Fa domande circa le condizioni summenzionate e scopre questo fatto matematico e incontrovertibile: che di queste undici famiglie una maggioranza di non meno di sette fa colazione alle undici. Questo è un fatto, non c’è dubbio. Ma è tutto qui. Non è un fatto significativo. Non è una verità. Non significa niente di niente. Ma il guaio, in questa faccenda, è quel che ho detto: nel momento in cui abbiamo il fatto non possiamo fare a meno di sentirci come se fosse qualcosa di più di un fatto. Il Raccoglitore di Statistiche scrive un gran libro, o fa un discorso solenne, in cui dice con lucidità e decisione: “Nella via tale non meno di sette persone su undici fanno colazione alle undici”. E la mente dell’uomo (che, posso sottolineare, è divina) istintivamente aggiunge una generalizzazione spirituale e un commento. E dice: “Pigre bestiacce”. Ma questo è sbagliatissimo e falso. Le persone nella via che ho descritto non sono più pigre di chiunque altro. Hinks lavora come un indemoniato. I Vernon-Spatchcock non mangiano alle undici perché sono pigri, ma perché sono così sgradevolmente energici. Il maggiore Macnab è occupato tutto il giorno con la sua “Storia della Spedizione per il Salvataggio della Signora Muggleton”. La via sembra pigra in un libro di fatti; ma è indaffarata e prolifica nel libro della vita. Le statistiche non danno mai la verità, perché non danno mai le ragioni. Ci sono novecentonovantanove ragioni per fare qualunque cosa; e se le persone non hanno nessuna di queste ragioni per fare qualcosa, allora la fanno senza una ragione.

Forse pensate che questo mio esempio sia bizzarro o inadatto perché il Raccoglitore di Statistiche non s’è ancora preoccupato di quale ora scegliamo per fare colazione. Non siate troppo sicuro in proposito. La logica è essenzialmente una cosa folle; e noi non sappiamo che cosa potrebbero inventarsi la prossima volta gli oppressori scientifici dell’umanità. Ma è rigorosamente e letteralmente vero che il metodo descritto sopra è il metodo applicato a molti importantissimi e dolorosi problemi morali dei nostri giorni. Per esempio, è il metodo applicato al problema del bere. Questo statistico immaginario dice: “Sette persone contro quattro fanno colazione alle undici” ma si dimentica di dire perché fanno colazione alle undici. Lo statistico vero dice: “Sette persone contro quattro” (in un posto o nell’altro) “si mettono a bere”; ma non chiede mai perché si mettano a bere.

Mettersi a bere è un atto puramente esterno, come far colazione alle undici. Due uomini non solo possono mettersi a bere per ragioni diverse; possono mettersi a bere per ragioni opposte. Jones si mette a bere perché è povero e non ha alcun altro piacere. Smith si mette a bere perché è ricco e non ha niente altro da fare. Brown si mette a bere perché è prosaico e non sa godersi nient’altro. Robinson si mette a bere perché è poetico e può godersi qualunque altra cosa, ma ha sete di più godimento. Tomkin si mette a bere perché è un uomo animoso e avido di esperienza. Jenkins si mette a bere perché è un vigliacco e teme il dolore. L’abitudine dei moderni statistici è sempre di acchiappare tutti questi atti esterni, che non significano niente, di separarli dalle loro cause psicologiche, che significano tutto, e poi di infilarli così staccati nella mente umana (che a ragione è stata chiamata divina) dove essi producono un’impressione del tutto falsa. Dicono: “C’è stato il tal numero di colazioni alle undici in Tub Street” anche se queste includono alcune colazioni pigre, alcune colazioni energiche e alcune colazioni episodiche. Dicono: “Il tal numero di uomini si sono ubriacati” anche se questo include uno sposo felice, due poeti infelici e un dipsomane. Dicono: “Il tal numero di uomini è stato colpito in una delle nostre strade” ma ne nascondono le ragioni. E a che diamine ci serve tutto questo?

Foto Ansa

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