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Il vero volto della guerra

maggio 27, 2016 Rodolfo Casadei

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La guerra è una brutta e strana bestia, i giornalisti che la frequentano cercano di raccontarla a lettori e telespettatori, e le tecnologie della comunicazione sempre più sofisticate dovrebbero facilitare l’impresa rispetto al passato. Succede il contrario: si ha l’impressione che con l’andare del tempo le guerre diventino sempre più incomprensibili per il pubblico occidentale. Aumenta la quantità delle notizie e delle immagini, e aumenta pure la rapidità con cui vengono diffuse. Di una strage in un paese africano o in un paese arabo una volta si veniva a conoscenza anche un paio di mesi dopo che aveva avuto luogo, oggi la notizia fa il giro del mondo quasi in tempo reale. Ma la capacità di dare un senso agli orrori delle guerre sembra scemare per un motivo che non ha a che fare con le difficoltà comunicative, ma con una crescente distanza culturale.

In Occidente si continua a pensare alle guerre nei termini di una lotta fra buoni e cattivi, fra oppressori e oppressi. I buoni sono per loro natura inclini a rispettare il diritto internazionale e aborrono i crimini di guerra, il contrario dei cattivi, che possono essere facilmente identificati proprio perché ne commettono in continuazione. Questo schema permea il sistema dei media al punto che gli stessi inviati non riescono a metterlo in discussione coi loro servizi sul terreno. Sono le forze e gli interessi politici in campo a determinare il clima dell’informazione. Così quella della Siria diventa una guerra dove i governativi, che rappresentano la parte “sbagliata”, si accaniscono sui civili coi barili bomba e sugli ospedali nelle aree sotto il controllo dei ribelli coi bombardamenti aerei; mentre i ribelli, che sono la parte “giusta”, non compiono mai atti del genere ma solo li subiscono. Dei loro razzi, missili artigianali, bombole del gas riempite di esplosivo e schegge che cadono sui quartieri popolari delle zone governative si sa solo dalla stampa di nicchia e da qualche sito internet. Se la notizia arriva sulla stampa mainstream, il sottinteso è che si deve essere trattato di un errore di mira. Quando i “buoni” colpiscono obiettivi civili, si tratta sicuramente di un errore, quando i “cattivi” compiono azione analoga, si tratta certamente di un atto intenzionale.

Arriva davvero a proposito un rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sulle strutture sanitarie colpite nel corso di combattimenti in questi ultimi due anni. Il rapporto parla di circa mille vittime – 959 morti fra medici, infermieri, pazienti – causate da 594 attacchi totali, un dato evidentemente agghiacciante, ma le informazioni più istruttive riguardano l’origine delle aggressioni. Lo studio attesta che più del 60 per cento degli attacchi sono stati sicuramente intenzionali, il 20 per cento accidentali e il resto non determinabile. Più del 50 per cento delle aggressioni è stato compiuto da forze governative, un terzo del totale da gruppi ribelli armati e il resto è di origine sconosciuta. Se ripartiamo proporzionalmente gli attacchi non attribuibili e incerti quanto a intenzionalità fra le due categorie principali, possiamo concludere che quasi i tre quarti degli attacchi sono stati intenzionali, e che grosso modo sono stati compiuti dai governativi per il 60 per cento e dai ribelli per il 40.

I dati dell’Oms confermano quella che è da parecchio tempo la mia impressione di inviato. Non sono un reporter di guerra, sono un reporter sociale che si è recato in teatri di guerra per raccontare le storie delle vittime civili, il destino dei piccoli e dei deboli. Molto presto mi sono reso conto che la violenza mirata contro la popolazione civile non combattente è un fattore rilevante, ben calcolato, per niente secondario nelle dinamiche dei conflitti armati. Le scuole, gli ospedali e gli ambulatori, le chiese e le strutture ecclesiali, le moschee, le panetterie, i mercati, sono bersagli presi di mira non solo dai gruppi unanimemente definiti terroristici, ma nella maggior parte dei casi da tutti i belligeranti presenti. Intimidire e terrorizzare la popolazione civile che vive nella regione occupata dal nemico, demoralizzarla e dimostrarle che non può fidarsi della protezione di chi controlla il territorio in cui vive, punirla per il fatto che non si è schierata dalla propria parte e che con la sua collocazione mostra una lealtà, passiva o attiva non importa, nei confronti del potere locale: queste sono le ragioni per le quali le parti belligeranti decidono di riservare una quota della loro violenza distruttiva ai non combattenti.

Queste cose, come afferma il rapporto dell’Oms, durante una guerra le fanno tutti: succedono quando le forze governative sono rappresentate dall’esercito siriano e dai suoi alleati russi ma anche quando si tratta delle forze della Nato in Afghanistan, e succedono quando i ribelli sono costituiti dai talebani e da Al Qaeda, ma anche quando si tratta del Libero Esercito siriano e affini. Nessuno ha il monopolio del cinismo, e nessuno rinuncia a mettere in difficoltà il suo nemico creando scontento e disperazione, spesso anche ribellione, presso la sua popolazione civile. Chiedete a chi ha vissuto i giorni degli ultimi due anni della Seconda Guerra mondiale in Italia: l’aviazione alleata, che insieme alle truppe di terra e ai reparti partigiani ha liberato l’Italia dall’occupazione tedesca, nel 1943 non si esimeva dal bombardare i centri storici delle nostre città, all’evidente scopo di causare una ribellione popolare contro il pericolante governo fascista.

La stessa logica vale per quanto riguarda gli aiuti umanitari alle popolazioni assediate. Anche qui ci troviamo davanti a un rapporto dell’Onu. In esso si legge che in aprile il 41,9 per cento dei civili siriani che vivono in aree sotto assedio hanno ricevuto aiuti internazionali: un aumento significativo rispetto al 21 per cento del mese precedente, ma comunque una percentuale ancora troppo bassa. E la colpa naturalmente è quasi sempre dei governativi, che usano l’assedio mirato a produrre affamamento di massa come arma di guerra. Perché sono tanto crudeli da permettere il passaggio di aiuti solo col contagocce? Tiro a indovinare: forse perché gli aiuti umanitari vanno principalmente a vantaggio dei combattenti? Forse perché permettono ai nemici di rifocillarsi e tornare rinfrancati ai loro posti di combattimento? Di solito sono i governativi a fare la figura dei cattivi solo perché di solito sono i governativi ad assediare in modo efficiente i caposaldi avversari, più raramente accade il contrario.

Mi chiederete: ma allora secondo te cosa devono fare i civili in zone di combattimenti? Andarsene appena possibile, cercare rifugio altrove, è la mia risposta. Anche trasferirsi nel territorio degli assedianti è meglio che rimanere in quello degli assediati: ho visto coi miei occhi in Siria migliaia di sfollati interni provenienti dai territori sotto controllo ribelle, arabi sunniti come la stragrande maggioranza dei ribelli, sistemati in centri di accoglienza in zona governativa. Nessuno indaga sulle loro opinioni politiche, nessuno cerca di sapere cosa stanno facendo i loro parenti rimasti in zona ribelle. L’essere passati sotto il controllo governativo è motivo sufficiente per essere trattati equamente, anzi: i governativi cercano di farsi buona pubblicità garantendo ai civili provenienti dalle zone ribelli una qualità della vita superiore a quella di prima. Purtroppo talvolta ai civili non è possibile scegliere di evacuare la zona dove abitano: verrebbero presi per traditori da chi esercita il controllo del territorio che vorrebbero lasciare e subirebbero rappresaglie, oppure non se la sentono di abbandonare i loro familiari direttamente coinvolti nei combattimenti.

La guerra è una strana bestia anche perché succedono cose che chi ne è fuori fa molta fatica a comprendere. Sul Wall Street Journal del 24 maggio è apparso un articolo molto istruttivo: racconta della vita a un check-point al confine fra la regione della Siria controllata dai miliziani curdi e quella occupata dall’Isis. Al check-point passano camion e merci nelle due direzioni: dai curdi ai jihadisti e dai jihadisti ai curdi. In questi tempi, dopo i bombardamenti contro le raffinerie che si trovavano nei territori dello Stato Islamico, i curdi esportano carburante verso Raqqa in cambio di prodotti alimentari provenienti dalle terre del califfato. Ad Aleppo i ribelli ogni tanto chiudono le centrali di pompaggio dell’acquedotto e lasciano tutta la città senza acqua perché i governativi non trasferiscono loro la quantità di elettricità richiesta. La guerra è anche questo: nemici giurati che trafficano e commerciano fra loro perché è la cosa più pratica da fare per consolidare la propria posizione.

Ricordo il mio ultimo giorno ad Aleppo nell’estate scorsa: al terminale generale delle corriere, che si trova nella zona sotto controllo governativo, nella grande confusione di bus e passeggeri in partenza, si sentiva gridare ripetutamente: “Raqqa! Raqqa!”. No, non era una manifestazione a favore dell’Isis, o un grido di allarme: era l’avviso per i passeggeri che avevano prenotato le corriere che andavano nella capitale siriana dello Stato Islamico. Ogni giorno in Siria migliaia di persone fanno la spola fra i territori controllati da Assad e quelli dominati dall’Isis: affari da sbrigare, merci da scambiare, parenti da visitare, uno stipendio della funzione pubblica da incassare presso una banca. Chiamatela resistenza umana, chiamatelo insopprimibile desiderio di normalità, chiamatela mancanza di alternative. In ogni caso, si tratta della realtà che tante volte resta nascosta e soffocata sotto l’apparente abbondanza di informazioni e notizie in tempo reale.

Foto Ansa/Ap


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