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Trovati due scheletri medioevali che si tengono per mano. Li hanno chiamati Romeo e Giulietta

aprile 30, 2013 Annalisa Teggi

«Matrimoni imprudenti, dite!» gridò Michael «E secondo voi
esiste in cielo o in terra un qualche matrimonio che sia prudente?
Tanto varrebbe metterci a parlare di suicidi prudenti».
G.K. Chesterton, Uomovivo

 

C’è chi li vorrebbe vedere così: due cadaveri che si tengono per mano. Se il matrimonio è la tomba dell’amore, attualmente c’è chi vorrebbe proprio sotterrare il vincolo affettivo tra uomo e donna, seppellendolo in un polverone di indistinta neutralità sessuale – e persino senza premurarsi di dargli degna sepoltura.

Accidenti, dunque, agli archeologi, il cui mestiere, invece, è quello di scavare e portare alla luce le cose nascoste. Ed ecco che in Romania sono stati trovati due scheletri, inequivocabilmente di un uomo e di una donna, che nella loro tomba si tengono per mano. Risalgono all’epoca medievale, e pare che lui sia morto per un incidente che gli ha procurato un trauma toracico e di lei alcuni dicono che sia morta per un colpo al cuore (ma non è ovviamente sicuro). Da qui il soprannome con cui sono stati ribattezzati: Romeo e Giulietta.

Roba d’altri tempi, roba medievale. Però, la loro immagine, vista così è proprio emblematica: ossa che si guardano e si tengono mano nella mano. Chissà che cosa è capitato loro. Chi li ha trovati, guardandoli, ha avuto un pensiero istintivo: Romeo e Giulietta. Non c’è, però, da stupirsi se a breve saltasse fuori lo storico scientifico di turno a svelare che dietro c’è una vicenda ben più prosaica: ad esempio (ipotizzo liberamente), gli studi geologici più scrupolosi potrebbero confermare che la loro sepoltura risale al tempo in cui un forte terremoto colpì la zona, e quindi – non essendoci dati evidenti a supporto di un legame amoroso tra i due – la cosa scientificamente più probabile sarebbe supporre che fossero dei perfetti estranei a spasso per la città. Così, al momento del terremoto, lui venne colpito da un qualche pezzo di pietra precipitante e lei venne stroncata da un infarto per il terrore di quella scossa. Nel putiferio del cataclisma i loro cadaveri finirono vicini, per puro caso, e leggermente sovrapposti.

Ma – questo è notevole – l’immaginazione di chi si è imbattuto in quei due scheletri non ha optato per questa storia di prosaica casualità. Perché l’immaginazione dell’uomo è tanto spontanea quanto emblematica e, immediatamente, reagisce interpretando i segni, forse non nel modo scientificamente più verisimile, ma nel modo umanamente più attraente. Chissà perché. In ogni caso, il puro istinto immaginativo (che non è mera fantasticheria, ma la risorsa più divina che abbiamo) ha emesso il suo verdetto: Romeo e Giulietta.

Certe storie eterne ci restano addosso, come parlassero di qualcosa che ci appartiene, ben oltre la superficie della semplice trama. Di cosa parla, dunque, questa tragedia di Shakespeare? A prima vista è una domanda facile, ma al giorno d’oggi non so fino a che punto sia lecito esser certi anche degli elementi base della trama. Stando a un recente allestimento teatrale messo in scena a Verona non è da escludere una lettura meno tradizionalista dell’opera, cioè: non è detto – in fin dei conti – che i protagonisti in questione fossero un ragazzo e una ragazza, potevano benissimo essere due uomini. Ed è un’osservazione filologica, a detta del regista, che così dichiara: «Non c’è nulla di nuovo visto che, nell’epoca elisabettiana le donne non potevano recitare e i ruoli erano ricoperti da soli uomini. Del resto questo è anche un messaggio per dire che l’amore è universale, non necessariamente tra un uomo e una donna, ma anche tra uomo e uomo e donna e donna». Alla fine è l’amore universale che trionfa, perché chi avanza questa ipotesi interpretativa non la manifesta poi apertamente in un titolo chiaro, che, a questo punto, poteva ben essere Romeo e Giulio, ma si barrica dietro un più neutro, onnicomprensivo e generico L’elisir di Verona. Ed è questo il trucco, l’elisir: siamo tutti accolti dentro un grande abbraccio universale, senza più nomi, senza distinzioni, solo una nuvola di indistinta tolleranza.

Alla luce dell’attuale dibattito sul matrimonio, anche io – a ben vedere – potrei produrre una mia provocatoria interpretazione bigotto-cattolica di questa celebre tragedia, senza commettere strafalcioni testuali, ma solo forzando un po’ la mano qua e là: due esseri di sesso diverso si innamorano, ma il matrimonio tra queste due creature è visto nella società che li circonda come un’offesa tremenda, una cosa da tenere nascosta perché genererebbe scontri violenti; non resta loro che una soluzione: celebrarlo in segreto con l’aiuto di un frate, cioè avendo il supporto di quell’unica istituzione che da sempre difende e celebra come sacramento la creazione di vincoli tra esseri di sesso diverso – la Chiesa.

Ma così facendo, anch’io tradirei Shakespeare e, soprattutto, tradirei qualcosa di me nel falsificare ciò che Shakespeare consegnò alla voce della poesia. Perché non spetta a noi custodire la tradizione del passato adattandola ai tempi, spetta invece al passato, che si tramanda nella tradizione, custodire la parte più preziosa di noi. Le grandi opere d’arte sono come il ritornello di una canzone: ci raccontano qualcosa che non muta anche se tutto va avanti. Non occorre reinventarle, ma sforzarci di ritrovarle per come già sono. Noi invece eccediamo in nuove teorie, nuovi punti di vista, nuove conquiste del pensiero; mettiamo sottosopra il nostro baule umano, che ci sembra pieno di cose stantie da innovare, modificare, reinventare – perché in realtà non le capiamo più. E riguardo alle questioni umane di base (nascita, matrimonio, morte) è proprio vero che ci stanno sfuggendo di mano gli elementi basilari, che invece da sempre i poeti hanno sentito il dovere di cantare e rendere eterni – come a dire: insopprimibili.

Per questo, il signor Chesterton prosegue dicendo che non c’è bisogno di modernizzare Shakespeare, ma c’è in realtà molto bisogno di capire proprio ciò che Shakespeare diceva: «Ma ci sono persone che probabilmente hanno bisogno di una traduzione persino delle parole di Shakespeare. Ad ogni modo, quello che un uomo apprende da Romeo e Giulietta non è una nuova teoria sul sesso; è il mistero di qualcosa di più di ciò che gli edonisti chiamano sesso, e che i cialtroni chiamano sex˗appeal».

Non è una teoria sull’amore universale quella che ci viene narrata in Romeo e Giulietta. Non c’è nessun elisir a Verona, e non c’è neppure nessun narcotico che avvolga nella nebbia del «vogliamoci tutti bene» il sapore agro del finale. A Verona c’è innanzitutto la guerra, quella netta: una fazione contro l’altra, l’odio delle ripicche, occhio per occhio, Capuleti contro Montecchi. Un potente contro un altro potente, quel genere di conflitti che conosciamo bene, perché non abitano solo nel mondo esterno fuori dalla nostra anima. L’amore non è affatto universale, non si diffonde spontaneamente e ovunque – non regna sovrano. Neanche quando siamo a tu per tu con noi stessi. A Verona c’è lo status quo di noi, dissidi che tracimano in scelte violente: o questo o quello. Questa è la nostra modalità di base, perché noi non siamo spontaneamente propensi ad accogliere ciò che giudichiamo nemico, altro, opposto. Ma a Verona si manifesta poi il mistero di una ferita che si può rimarginare non con un diplomatico cerotto, ma con un sacrificio; non con la neutra tolleranza reciproca, ma con un ardore ancora più infuocato della violenza che distrugge.

Il poeta mette in scena a Verona il mistero che c’è dietro l’immagine di ogni innamoramento tra uomo e donna: è qualcosa di eccezionale vedere l’incontro di due elementi opposti che generano. Sono naturalmente opposti (maschile e femminile), quanto politicamente contrapposti (Capuleti e Montecchi). E così raffigurati, Romeo e Giulietta generano a Verona putiferio e sconquasso, generano infine un sacrificio fecondo. E fin qui è la voce Shakespeare. Solo a questo punto del percorso, io mi permetto di aggiungere ciò che scorgo nell’eco di questa trama. Scorgo l’idea che non ci sia pace, bensì solo indifferenza reciproca, in una quieta omogeneità politicamente corretta. La verità è che non c’è modo di tenersi alla larga da traumi al torace e infarti. Io sento innanzitutto in me il bisogno che i miei conflitti non siano appianati in una pace fatta di annullamento (strette di mano che sono come lavarsene le mani). Occorre un modo di tenersi per mano che sia più incandescente della violenza. Occorre un conflitto fecondo, e ne vedo un segno in ciò che da sempre si celebra nel matrimonio. È un’ipotesi di carità generatrice, dentro i costanti dissidi che non vengono meno. E più che nelle tragedie, la vera natura del matrimonio tra uomo e donna viene fuori meglio nelle commedie, proprio perché parla di un bene che non è affatto idillico, composto e rasserenante – eppure genera; genera per conflitto tra gli opposti, non per somma di similtudini.

«Vorrei dire per via di metafora che i sessi sono due ostinati pezzi di ferro, che se mai si potranno fondere, si fonderanno allo stato incandescente. Ogni donna finirà per scoprire che suo marito è un animale egoista, perché ogni uomo lo è, se paragonato all’ideale femminile. Ogni uomo deve scoprire che sua moglie è irritabile, vale a dire tanto sensibile da fare impazzire: perché di fronte all’ideale maschile ogni donna è folle. Tutto il valore dei normali rapporti tra uomo e donna sta nel fatto che essi incominciano veramente a criticarsi quando incominciano ad ammirarsi davvero. Ed è bello che sia così. Coloro che da Dio vennero separati, nessun uomo osi unire» (G. K. Chesterton, da La nonna del drago e altre serissime storie).

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1 Commenti

  1. Giulio Dante Guerra scrive:

    Questa del “Romeo and Juliet” in versione gay proprio non la capisco. Quel vuol dire il fatto che, ai tempi di Shakespeare, le donne non potessero esibirsi in teatro, e quindi anche le parti femminili erano recitate da uomini? Ma questi non ci sono mai stati a Pisa a vedere le farse vernacole della Brigata dei Dottori, o a Livorno a vedere quelle di Beppe Orlandi? Anche lì recitavano solo uomini, ma fuori della scena non si comportavano “da donne”! Fra le altre cose, la tragedia di Shakespeare ha la sua fonte primaria nell’episodio, delle “Metamorfosi” ovidiane, di Piramo e Tisbe. I quali – non ostante che l’autore vivesse in una società in cui addirittura l’omosessualità pedofila era tollerata o quasi, almeno fino alla “restauratio moris maiorum” auguste a, che confinò sulle rive del Mar Nero lo stesso Ovidio – sono, inequivocabilmente, “puer” e “puella”. Qui non c’è il balcone di casa Cappelletti – diventata poi “Capulet” nella versione inglese – ma un buco nel muro che divide le due case. Buco che, sia pure solo in una siepe, ricompare nel racconto “Romeo e Giulietta”, dal “Don Camillo” di Giovannino Guareschi. Dove il finale tragico è scongiurato dall’intervento di Don Camillo, aiutato, in questo, da Peppone. Siccome, però, in una tragedia che si rispetti, almeno un paio di morti ci vogliono, qui si spaccano reciprocamente le teste i due vecchi litigaioli, “aiutati”, ovviamente, da Don Camillo…

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