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Milano è una bella signora

agosto 29, 2011 Mariapia Bruno

«Non è vero che sono brutta. Non è vero che sopra di me c’è sempre la nebbia. Non è vero che sono fredda e penso solo ai soldi. [..] Per chi mi avete preso? Io sono Milano. E sono una bella signora«. Sono ironiche ma perfettamente azzeccate le parole con cui Raffaella Rietmann e Michele Tranquillini descrivono la città della “Madunina” nel libro Un giorno a Milano. Ed è proprio una bella signora questa grande città lombarda, capitale del design, dell’arte, della moda, dell’economia, del business e dell’editoria dove la creatività, il desiderio di innovazione, le nuove tecnologie strizzano l’occhio alla storia e alla tradizione dando vita a una cornice affascinante, un vero e proprio cantiere di cultura. Dalla Piazza del Duomo, cuore sempre pulsante, alle porte Ticinese, Vittoria e Romana, fino alle nuove zone periferiche, i luoghi dell’arte meneghini, sempre piu numerosi, si stagliano per tutta l’area urbana. Alcuni di loro hanno già fatto la storia con le loro note collezioni, come la Pinacoteca di Brera e quella Ambrosiana, altri sono diventati dei veri e propri simboli, come la chiesa di Santa Maria delle Grazie nel cui refettorio si respira la magia dell’Ultima Cena di Leonardo, altri ancora nascono e si rinnovano come figli del XXI secolo proiettando sempre più verso il futuro questa straordinaria industria del bello. Fresco di apertura, il nuovo Museo del Novecento è destinato a divenire uno dei punti di riferimento di eccellenza per la città. Sorto nell’appena restaurato palazzo dell’Arengario, edificio costruito negli anni Cinquanta sul lato sinistro del Duomo, questo tanto atteso spazio espositivo, che festeggia proprio in questi giorni i suoi primi quattro mesi di successo con numeri da record (piu di 400 mila visitatori in tre mesi con punte di oltre 8 mila ingressi in alcune giornate), racconta l’arte del XX secolo attraverso una collezione di oltre 400 opere e si propone allo stesso tempo come luogo di incontro, confronto e apprendimento.

 

Il Palazzo stesso, non è solo una semplice architettura-contenitore, ma – come ha sottolineato l’architetto Italo Rota, responsabile del suo restauro – «è uno spazio da visitare col corpo per entrare in contatto con una serie infinita di capolavori che abbiamo visto tante volte riprodotti sulle copertine di tanti libri di tutto il mondo. Una installazione per attivare il b-side di Piazza del Duomo che ha sempre vissuto dell’eterno successo della galleria (Galleria Vittorio Emanuele). Un equilibrio necessario per un centro a trecentosessanta gradi, religioso e profano che riflette l’anima della nostra città». Si valorizza la piazza e si valorizza l’edificio, che diventa a sua volta una grande opera d’arte che ingloba al suo interno quelle splendide creazioni realizzate dalla mano di coloro che hanno dato vita alle correnti artistiche italiane del secolo scorso. Una volta varcata la soglia dell’Arengario, sulla cui facciata svettano i bassorilievi di Arturo Martini, e percorsa la rampa elicoidale che, avvolgendosi tra i piani, ricorda il Guggenheim di New York, ci si trova di fronte al maestoso Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo (1901). L’opera, simbolo della contemporaneità per eccellenza, puo’ assurgere a un doppio significato: allo stesso modo in cui i suoi protagonisti marciano verso la “luce” per far valere i propri diritti di lavoratori, il pubblico inizia la propria marcia all’interno del museo per poter ammirare sotto una nuova luce i tesori che questo conserva. Una piccola sala dedicata alle Avanguardie Internazionali precede la grande branca futurista dove capeggiano in tutta la loro milanesità le opere del grande Umberto Boccioni; si tratta di una collezione unica al mondo che comprende anche il manifesto pittorico del Futurismo, Elasticità (1912). Completano e arricchiscono la sala le composizioni di Giacomo Balla, Gino Severini, Ardengo Soffici, Fortunato Depero, Achille Funi, Mario Sironi e Carlo Carrà, la cui Natura morta con squadra (1917) preannuncia i cambiamenti di stile del dopoguerra.

 

Le sale monografiche a seguire vedono come protagonisti Giorgio Morandi, Arturo Martini, Fausto Melotti, Lucio Fontana, Piero Manzoni, Marino Marini e il padre della metafisica Giorgio de Chirico. Di quest’ultimo merita una citazione la splendida tela “Le trouble du philosophe” (1925-26) che rappresenta la metamorfosi di un inquietante manichino in una persona che avviene grazie alla ragione umana, qui espressa attraverso l’inquietudine, tipica del filosofo, che spinge a una profonda riflessione. Ricche di fascino sono anche le installazioni di Lucio Fontana, Struttura al Neon (1951) e Concetti spaziali, che dominano il salone della torre dell’Arengario, sempre aperta alla visita indipendentemente dall’ingresso al museo, che si affaccia direttamente sulla Piazza del Duomo permettendo di godere di una veduta tanto incantevole di giorno quanto romantica la sera. E la stessa piazza cambia volto, come sottolinea l’ex sindaco di Milano Letizia Moratti, «ponendosi al centro di un grande circuito culturale che comprende il nuovo Museo del Novecento, Palazzo Reale, il Museo del Duomo e la Cattedrale. Ancora una volta storia e tradizione insieme». Ma c’e un altro luogo di cultura dove la storia e la tradizione vanno di pari passo, la prestigiosa Galleria d’Arte Moderna (GAM – Via Palestro 16) dove le creazioni di Francesco Hayez, Andrea Appiani, Tranquillo Cremona, Giovanni Segantini, Antonio Canova, Daniele Ranzoni, Medardo Rosso, Gaetano Previati e molti altri, costituiscono la piu grande collezione municipale d’arte dell’Ottocento milanese e italiano. Conservate nelle eleganti sale della Villa Reale del conte Lodovico Barbiano di Belgiojoso, dimora elegante e funzionale progettata dall’architetto austriaco Leopoldo Pollack, collaboratore del massimo rappresentante del Neoclassicismo lombardo Giuseppe Piermarini, questa selezione di opere neoclassiche, romantiche, divisioniste e impressioniste rappresentano l’arte in divenire del XVIII e XIX secolo, soprattutto quella che prese avvio dall’Accademia di Brera per affermarsi anche a livello internazionale. Sono capolavori acquisiti attraverso il collezionismo e le donazioni di importanti famiglie, che suggellano il trionfo della modernità, intesa nella sua accezione illuminista, rivoluzionaria e soprattutto risorgimentale.

 

Il destino pubblico della Villa fu infatti legato all’Unità d’Italia, dato che dopo il 1861 l’edificio venne destinato a sede definitiva per le collezioni d’arte moderna della città. Allo stile classico e razionale della sede fa eco l’incantevole giardino dove le forme naturali e romantiche della vegetazione lasciano riaffiorare le antiche rovine ed esaltano nella sua totalità l’elegante e ricercato percorso di visita, uno dei piu suggestivi dell’intero capoluogo. In questo immenso hub di progresso e cultura che è la città di Milano non ci si poteva di certo dimenticare di destinare una sede al costume e all’immagine. Nel quadrilatero della moda, infatti, è stato da poco piu di un anno inaugurato all’interno della dimora nobiliare rococo’ di Palazzo Morando, nella centralissima via Sant’Andrea, un nuovo spazio espositivo che si configura come un palinsesto di stili di arredo, abiti, tessuti e accessori che raccontano la storia della città e la tradizione del vestire e dell’abitare dei suoi ceti piu privilegiati. Frivolo a prima vista, questo allestimento non è, come spiega l’ex assessore alla Cultura del Comune di Milano Massimiliano Finazzer Flory, soltanto «un museo della moda, poiché sarebbe una contraddizione fissare negli schemi museali classici la moda che, al contrario, è continua evoluzione, cambiamento, creatività. Palazzo Morando si presenta, piuttosto, come un luogo del sapere e dell’emozione, dove ammirare, in oltre 2 mila metri quadrati, i capolavori del passato, analizzare l’immagine del presente e costruire suggestioni per il futuro». E’ uno spazio polivalente in cui la messa in scena di una immagine fresca e giocosa del costume e della moda stimola il visitatore a una ricerca personale e originale di nuovi e inediti linguaggi estetici. E proprio nella Milano letteraria, la città dei nuovi linguaggi e delle nuove forme di comunicazione, la sede della casa editrice Bonelli, che ha dato vita a Tex, Dylan Dog, Zagor e Martin Mystère, della Astorina di Diabolic e della Disney Italia di Topolino, non poteva mancare uno spazio dedicato alla cosiddetta “nona arte”, quella del fumetto. Inaugurato il primo aprile, promosso dal Comune di Milano e affidato alla Fondazione Franco Fossati, Wow – Spazio fumetto (Viale Campania 12) si presenta come un originalissimo punto di riferimento dedicato tutti coloro, autentici appassionati o curiosi profani, che vogliono (ri)scoprire quest’arte così espressiva che appassiona da anni le piu diverse generazioni. In una grande casa di oltre 1000 mq verranno ospitate mostre ed eventi dedicati alle diverse declinazioni dei comics, del cinema d’animazione, dell’illustrazione, della letteratura di genere. Un percorso culturale nuovo che però parte già ricco di elementi interessanti e con un archivio di oltre mezzo milione di pezzi tra cui si distinguono albi a fumetti, enciclopedie, libri di saggistica e narrativa, manuali tecnici, portfoli di autori, rassegne bibliografiche, disegni originali e documenti di ogni tipo. E ancora una volta quanto appare bella Milano, e quanto è valida e diversificata la sua offerta culturale che, nutrita da una incessante e sempre esuberante creatività, viene incontro a tutti i gusti, strizzando l’occhio sia agli amanti della tradizione che ai cultori del contemporaneo, senza dimenticare di accontentare i sempre piu numerosi fautori delle nuove tendenze.

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La rassegna stampa di Tempi

Tempi Motori – a cura di Red Live

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