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«La Cina sa come uscire dalla crisi ma non può farlo. Il partito comunista dovrebbe cedere potere»

novembre 12, 2012 Leone Grotti

«Negli ultimi dieci anni la Cina è peggiorata, non è riuscita a risolvere i suoi tanti problemi e l’economia rallenta. Il Partito comunista cinese per migliorare avrebbe bisogno di autodisciplina ma è difficile ottenerla non dovendo rendere conto a nessuno». Il 18mo Congresso del partito comunista cinese è entrato nel suo quinto giorno, è l’evento più importante in Cina da 10 anni a questa parte dal momento che verrà scelta la nuova leadership che comanderà per i prossimi 10 anni un miliardo e 300 milioni di persone. Xi Jinping diventerà il quinto segretario del partito comunista dopo Mao Zedong, Deng Xiaoping, Jiang Zemin e Hu Jintao. A marzo diventerà presidente della Cina al posto di Hu Jintao. Li Keqiang, invece, sarà il nuovo numero due e a marzo diventerà premier al posto di Wen Jiabao. Molti analisti si aspettavano un’apertura democratica ma Hu Jintao ha messo le cose in chiaro fin dal primo giorno: «Non copieremo mai i sistemi politici occidentali». Dopo l’intervista al grande dissidente Harry Wu, per capire meglio la transizione al potere in Cina e lo stato del paese, parla a tempi.it Steve Tsang, docente di Studi contemporanei cinesi prima all’università di Hong Kong, poi a Oxford e oggi all’università di Nottingham.

Professore Tsang, come giudica il lavoro del segretario Hu Jintao, che ha governato la Cina negli ultimi 10 anni?
Dipende da che cosa guardiamo. Gli ultimi dieci anni sono stati un periodo di crescita davvero veloce e se pensiamo all’economia è andata molto bene. Molte persone non hanno migliorato il loro standard di vita ma la maggior parte sì. Detto questo, è stato un periodo pieno di problemi: c’era un reale bisogno di bilanciare l’economia per diminuire la differenza tra ricchi e poveri e rendere lo sviluppo in Cina più sostenibile. Questo non è stato fatto.

Tra i tanti problemi della Cina ci sono una giustizia non indipendente, il divario tra ricchi e poveri, l’aumento delle proteste civili per ingiustizie sul lavoro e problemi ambientali. Da questi punti di vista la Cina è migliorata?
No, è peggiorata. C’è stato un tentativo di affrontare il problema della corruzione ma non è servito, non è stata ridotta. Lo scontento nella società è aumentato, le disuguaglianze pure, la considerazione che il partito ha delle sfide che vengono dal basso è sempre molto poca. Il sistema giudiziario non è diventato più indipendente, l’amministrazione della giustizia è peggiorata dal punto di vista qualitativo.

Non proprio la “società armoniosa” che voleva Hu Jintao.
È stato un decennio di incredibile sviluppo e crescita e di incredibili opportunità mancate.

Opportunità mancate: la Cina non ha voluto o non è riuscita a cambiare?
Negli ultimi dieci anni anche l’Italia e la Gran Bretagna hanno avuto grandi opportunità di cambiare e sono state sprecate, gli Stati Uniti avrebbero potuto fare un sacco di cose in questi dieci anni e non l’hanno fatto, per cui il fatto che Hu Jintao e la sua amministrazione abbiano perso opportunità per cambiare le cose non è qualcosa di eccezionale. Certo, la differenza è che in un sistema democratico spesso le regole ti costringono a prendere azioni a breve termine e non a lungo termine a causa dei cicli elettorali. Ma il partito comunista, per come è stato concepito e costruito da Mao, non deve affatto avere a che fare con i problemi dei cicli elettorali o del consenso, è un regime e quindi può lavorare e fare quello che vuole per cambiare il paese. Dovrebbe saperlo fare. Ma non è successo negli ultimi dieci anni.

Molti si aspettavano qualche riforma politica, invece Hu Jintao ha parlato chiaro: niente democrazia.
Non mi sono mai aspettato riforme democratiche, perché anche quando Hu Jintao parla di riforme politiche parla di governance, non di democrazia come si intende il termine in Europa o Nord America. Riforma politica non ha niente a che vedere in Cina con riforma democratica, al massimo con riforma di governance. E la governance è cambiata, il partito comunista è diventato più capace ad applicare la repressione, più efficace nel reprimere il dissenso. Per i dissidenti il livello della repressione è aumentato negli ultimi dieci anni.

La repressione è aumentata, eppure Chen Guangcheng è riuscito a scappare.
Quando si restringe la libertà a molte persone e a molti gruppi è chiaro che si rischia di perdere il controllo, a volte. Il fatto che persone come Chen esistano non è una novità. Ciò che è nuovo è quanto successo quando lui si è rifugiato nell’ambasciata americana. La Cina ha lavorato con gli Stati Uniti e questo pragmatismo per trovare lavorare una soluzione, senza aprire un conflitto duro con gli americani, è una novità.

Prima dell’apertura del Congresso ci sono state lotte intestine al partito per il potere. Un alto funzionario comunista molto in voga, Bo Xilai, è stato addirittura cacciato. Perché?
È la prima volta che la successione alla guida del partito non è già stata scritta anni e anni prima. Siccome le cose sono meno prevedibili, i giochi di potere sono più intensi. Non sono affatto sorpreso che la lotta sia più drammatica di dieci anni fa.

Cosa si aspetta dal termine del Congresso, che chiuderà il 14 novembre?
Cosa mi aspetto? Ci sarà una successione, Xi Jinping sarà il nuovo segretario generale e Li Keqiang sarà premier. Non ci saranno cambiamenti nel regime. ci sarà qualche persona diversa ma questa non è una base sufficiente per dire che la prossima generazione di gerarchi sarà diversa da quella appena passata. Non cambierà niente.

Eppure il Dalai Lama ha detto che si aspetta «sviluppi positivi per il Tibet» con il nuovo leader Xi Jinping.
Spero che abbia ragione. Sarebbe bello, non so perché abbia detto queste cose ma spero che abbia ragione. Però temo che si sbagli, è troppo ottimista. Noi sappiamo che il padre di Xi Jinping aveva buone relazioni con l’ultimo panchen lama (seconda carica spirituale del buddismo tibetano, ndr), ecco perché probabilmente qualcuno pensa che le relazioni tra Cina e Tibet potrebbero migliorare. Ma che il padre avesse buoni rapporti non significa che li avrà anche il figlio. Il Dalai Lama negli ultimi anni ha fatto di tutto per migliorare i rapporti con la Cina: si è anche dimesso da leader politico ed è rimasto solo leader religioso ma non è servito. Penso che per il Tibet sia un bene se il Dalai Lama instauri buone relazioni con la Cina. E se lui comincia già ora a dire che non si fida della prossima leadership cinese difficilmente cambierà qualcosa. Per cui l’unica cosa responsabile che può fare nella sua posizione è mostrarsi positivo. Quindi lo capisco, ma temo che si sbagli: la situazione del Tibet non migliorerà.

Xi Jinping sarà un leader diverso da Hu Jintao?
Loro sono diversi ma sono entrambi ottimi uomini di partito, che seguono la disciplina, altrimenti non avrebbero raggiunto il top della scala gerarchica. Quindi è difficile che cedano potere.

Quali sono le sfide che la nuova leadership dovrà affrontare?
L’economia
. La Cina sta rallentando e deve bilanciarsi contando di meno sull’esportazione dal momento che i suoi partner principali, Europa, Stati Uniti e Giappone, rallentano. Questo è il problema del consumo, in Cina il mercato interno deve aumentare in modo drastico. La Cina ne ha bisogno ma perché il mercato interni cresca i guadagni devono essere distribuiti alla gente, perché possano spendere. Ma in Cina solo poche persone hanno i soldi, i leader comunisti e i funzionari. Loro magari si compreranno una Ferrari invece che due ma questo non basta. Io vedo il desiderio politico di cambiare ma non la volontà. Il governo del resto non riforma in tempi buoni, riforma quando c’è una crisi. Questo vale dappertutto sia per le democrazie che per le dittature. La domanda è: quando la crisi arriverà davvero, la Cina sarà in grado di affrontarla? Al momento io ho qualche dubbio.

Il partito comunista cinese ha capito questi bisogni?
Certo e stanno cercando un modo per cambiare e per limitare la corruzione, perché se parte delle enormi risorse della Cina finisce nelle mani di pochi è a causa di pratiche corrotte. Per fare questo però il partito deve toccare grandi interessi, che spesso sono delle persone al potere. Per distribuire la ricchezza a tutti le stesse persone al potere devono autolimitarsi e cedere qualcosa. Siccome la Cina è un regime l’unico modo per cambiare è l’autodisciplina del partito comunista ma questa è difficile trovarla dappertutto.

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