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Dalle miniere scozzesi alle Coppe Europee. Ritratto di Shankly, il rivoluzionario

settembre 2, 2013 Emmanuele Michela

«Essere primi significa essere primi. Secondi è già nulla». Nel giorno in cui si ricorda l’autore di questa frase, il manager Bill Shankly, il suo Liverpool batte l’odiato Manchester United e a sorpresa salta in testa alla Premier, primo da solo a punteggio pieno dopo tre giornate. Il regalo lo fa il gol di Sturridge, […]

«Essere primi significa essere primi. Secondi è già nulla». Nel giorno in cui si ricorda l’autore di questa frase, il manager Bill Shankly, il suo Liverpool batte l’odiato Manchester United e a sorpresa salta in testa alla Premier, primo da solo a punteggio pieno dopo tre giornate. Il regalo lo fa il gol di Sturridge, che dopo appena quattro minuti sovverte un pronostico nettamente a favore dei Red Devils e porta il club di Rodgers al vertice del campionato, dove da tempo non si vedeva. E offre il modo più bello per celebrare quell’allenatore scozzese, di cui oggi ricorre il centenario della nascita.

L’INFANZIA: CALCIO E MINIERE. Anfield Road ieri era tutta per lui: sciarpe, magliette, coreografie solo ed esclusivamente in ricordo di Bill Shankly. Come scordarsi di un uomo che prese il club dalla serie B e lo portò a giocarsi la Coppa Campioni? Come dimenticarsi di un allenatore che per 15 anni rimase alla guida del Liverpool diventando un tutt’uno con città e tifosi, considerati parte della “santa trinità” del calcio, assieme a calciatori ed allenatori? La storia di Shankly inizia nel 1913, da un piccolo villaggio della Scozia, Glenbuck: poche centinaia di anime e una miniera di carbone. Il calcio lì era strumento di svago per rilassare mente e corpo dalle fatiche vita sotto terra, ma anche un mezzo per evadere da quella realtà così dura: non è un caso se il club locale dilettantistico, i Cherrypickers, in cinquant’anni di storia hanno dato i natali ad almeno 38 calciatori poi diventati professionisti. Tra questi spicca tutta la famiglia Shankly: 5 fratelli, tutti poi finiti a fare il giocatore. Bill era il più giovane, l’unico che con i Cherrypickers fece solo un provino prima che il club morisse. Ma fu anche l’unico ad arrivare fino in Nazionale.

L’ARRIVO A LIVERPOOL. Dodici le sue presenza con la Scozia, ottenute in virtù delle sue belle apparizioni con la maglia del Preston North End. Ma la vera “leggenda Shankly” nacque 10 anni dopo l’abbandono dell’attività agonistica, quando fu chiamato ad essere l’allenatore del Liverpool: i Reds da ormai 5 anni erano in cerca di sé nel fango dalla Second Division inglese, l’anno prima oltre ad aver fallito il ritorno nella massima serie erano stati eliminati dalla FA Cup per mano di un club di Non-League, il Worcester. Ma Shankly mise insieme carisma e tattica, motivazioni e schemi: in dieci anni trasformò un club vecchio e stanco in vero e proprio fenomeno europeo. Lui era il guru, il suo vice Bob Paisley lo stratega: nel ’63-’64 il Liverpool era già tornato a vincere il titolo in First Division. Un anno dopo fu sbattuto fuori dalla Coppa Campioni in semifinale dall’Inter: all’andata gli inglesi vinsero 3-1, al ritorno patirono un incredibile 3-0 che li rimandò in patria a bocca asciutta. Ma la leggenda dei Reds stava nascendo: negli stessi anni in cui i Beatles rendevano celebre la cittadina inglese, il club locale vinceva due campionati, due coppe di lega e pure una Coppa Uefa.

L’AMORE PER I TIFOSI. Il tutto firmato Shankly, ovviamente. Che poi lasciò il posto al suo vice, Paisley, che in pochi anni riuscì ad arrivare là dove Bill non era arrivato, la Coppa Campioni. Eppure la Kop, il settore di Anfield Road che ospita il tifo più caldo e popolare, continua a ricordare con maggiore affetto quell’allenatore, burbero e carismatico, socialista fino al midollo. Una statua fuori dallo stadio lo ricorda braccia al cielo e sciarpa al collo: per lui il tifo era parte della squadra, i primi proprietari del club. C’è un aneddoto che spiega bene: era il ’73, e il club si concesse un giro d’onore allo stadio dopo la vittoria di Coppa Uefa. Un poliziotto raccolse una sciarpa lanciata da un tifoso e la gettò a bordo campo: «Non farlo», gli disse Bill, «Per te è solo una sciarpa, per un tifoso rappresenta una vita», la prese e se la mise al collo, come segno di gratitudine verso il pubblico. Altre “massime” celebri offrono tutta la dimensione della sua personalità, istrionica e bizzarra: «Quando non ho nulla da fare, guardo la parte bassa della classifica per vedere come se la cava l’Everton», «Qualcuno crede che il calcio sia questione di vita o di morte. Si sbaglia, è molto di più», «Ci sono solo due squadre di calcio nel Merseyside: il Liverpool e le riserve del Liverpool». Quando nell’81 morì all’improvviso per un attacco di cuore, il suo corpo fu cremato e le ceneri cosparse sul verde di Anfield Road.

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