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Altro che «meno di un caffè al mese». Le tasse sui risparmi costano care e non smettono mai di lievitare

giugno 27, 2014 Redazione

Scatta dal 1° luglio l’aumento dal 20 al 26 per cento delle aliquote sulle rendite finanziarie. Una patrimoniale che porterà il salasso su conti correnti e libretti postali a quota 3 miliardi di euro nel 2015

tasse-fisco-dichiarazione-redditi-euroÈ in arrivo l’ennesimo prelievo dalle tasche degli italiani. Martedì 1° luglio, infatti, scatterà l’aumento dal 20 al 26 per cento delle aliquote sulle rendite finanziarie. Tra cui rientrano gli interessi e altri proventi che derivano da conti correnti, depositi bancari e postali, obbligazioni, fondi comuni, polizze vita, dividendi e plusvalenze su azioni. Detto in una parola che in Italia «resta ancora un tabù», come fa notare il quotidiano Libero: «Patrimoniale».

«MENO DI UN CAFFE’ AL MESE»? «In meno di tre anni – scrive Ugo Bertone su Libero – i balzelli sul risparmio si sono moltiplicati: bolli sui depositi titoli, aumenti di aliquote dal 12,5 al 20 per cento (gennaio 2012) su titoli, fondi e conti deposito, nuovi aumenti dei bolli dallo 0,15 allo 0,20 per cento, la novità della Tobin tax all’italiana suggerita da frau Merkel». E ora, «a completare l’opera, l’aumento dal 20 al 26 per cento delle aliquote sulle rendite finanziarie».
L’operazione, secondo un tweet del responsabile economico del Pd, Filippo Taddei, dovrebbe costare ai contribuenti italiani «meno di un caffè al mese». Un caffè piuttosto caro, se si considera che «il salasso è di circa 755 milioni, tanti ne produrrà il prelievo da conti correnti, libretti postali e certificati di deposito. Ma già nel 2015 il gettito previsto salirà a 3 miliardi», prosegue Bertone.

LE SOLITE SPEREQUAZIONI. Tanto per fare un esempio, nel caso di «un investimento da 10 mila euro con un rendimento del 3 per cento in un anno con un profitto di 300 euro», si pagheranno al fisco «98 euro, il 32,6 per cento dei guadagni». Perché a quei 300 euro «devo sottrarre il 26 per cento, ossia 78 euro, più l’imposta di bollo dello 0,2 per mille sull’intero capitale investito (in questo caso 20 euro)». Un prelievo che sarebbe pari a 72 euro se, invece, il rendimento fosse del 2 per cento, ovvero il «36 per cento dei profitti». Insomma, commenta l’articolista, «più basso è il rendimento degli investimenti e più alta la tassazione, perché incide di più il bollo».

PIU’ TASSE PER 4,4 MILIARDI. A sottolineare la persistente oppressività del fisco italiano è stata la Corte dei Conti. Che ha appena confermato come, nel 2013, le tasse siano aumentate complessivamente di 4,4 miliardi di euro. «Stiamo abbassando le tasse», ha detto, però, di recente il premier Renzi. Sarà, ma le prime previsioni dell’Associazione geometri fiscalisti (Agefis) su Tasi+Imu dicono che il prelievo salirà quest’anno a 26 miliardi di euro. Contro i 21 miliardi del 2013, quando l’Imu ha fatto il suo debutto, e i 24 del 2012, quando è stata abolita sulle prime case. A conferma del fatto che gli italiani debbano, almeno per ora, prepararsi soltanto all’ennesima nuova infornata di tasse.

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2 Commenti

  1. francesco taddei says:

    già ma certificato il fallimento del grande seduttore di arcore, con annessi lupi, mauro, formigoni, alfano e tutti i moderati, che in quanto moderati a fare la rivoluzione (pacifica) liberale non ci pensano neanche quando vanno di corpo, allora a chi affidarci? magari possiamo dichiarare guerra a lugano e farci invadere.

    • filomena says:

      Non tutti gli italiani si devono preoccupare dell’aumento della tassazione sulle rendite, solo quelli che hanno le rendite. La gran parte arriva a malapena a fine mese e di investimenti e azioni non sa neppure come sono fatti. Poi che le tasse sulle rendite di chi evidentemente se lo può permettere di fare investimenti, possano essere usate ad esempio per la cassa integrazione di chi è stato licenziato, mi sembra cosa doverosa.

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