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A chi conviene una nuova Guerra fredda?

ottobre 28, 2016 Rodolfo Casadei

Come si è arrivati a questo punto? Non si tratta di difendere Putin o il nazionalismo russo, ma di capire quali sono stati gli errori dell’Occidente

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Era il marzo del 2000, e Vladimir Putin era da pochi mesi presidente della Federazione Russa. La Bbc lo intervistò sul tema dei rapporti con la Nato. «La Russia è parte della cultura europea», rispose. «Non posso immaginare il mio paese isolato dall’Europa, da quello che consideriamo il mondo civilizzato. È per questo che per me è difficile considerare la Nato un nemico (…). Crediamo che sia possibile parlare anche di maggiori livelli di integrazione con la Nato. Ma solo, lo ripeto, se la Russia è accettata come un partner uguale». E alla domanda se la Russia avrebbe potuto un giorno far parte della Nato, il neo-presidente rispose: «Perché no?».

Sedici anni e mezzo dopo quell’intervista, la Nato invia per la prima volta truppe in stati dell’ex Unione Sovietica, schierando nei tre paesi baltici (e in Polonia) 4 mila uomini di varie nazionalità, di cui 150 italiani; la Russia trasferisce missili attrezzati per trasportare testate nucleari a Kaliningrad, l’enclave russa incastonata fra Lituania e Polonia. La Nato installa un sistema antimissilistico in Romania e avvia i lavori per la costruzione di un altro in Polonia; la Russia sospende l’accordo con Washington sulla dismissione di 34 tonnellate di plutonio per usi bellici. Gli Stati Uniti stanziano un fondo di emergenza di 789 milioni di dollari per il 2016 e di 3,4 miliardi per il 2017 per rafforzare la loro presenza militare nell’Europa dell’Est; l’aviazione e i sommergibili russi moltiplicano le violazioni dello spazio aereo e delle acque territoriali di innumerevoli paesi europei. I paesi della Nato istituiscono sanzioni economiche contro la Russia dopo l’annessione della Crimea da parte di Mosca, i russi aggiornano la loro dottrina militare stabilendo che si riservano di rispondere a un attacco con armi convenzionali facendo ricorso alle loro armi atomiche se l’aggressione mette in pericolo la sopravvivenza dello stato. Le manovre militari della Nato e dei singoli paesi aderenti, della Russia e dei suoi alleati nel Csto, nei pressi dei confini di paesi dell’opposta alleanza aumentano pericolosamente di anno in anno.

Che cosa è andato storto in questi sedici anni per far degenerare così tanto i rapporti fra la Russia e l’Occidente? Come siamo passati dai sorrisi e dalle strette di mano fra Reagan e Gorbaciov ai sondaggi odierni, che ci dicono che l’80 per cento dei russi ha un’opinione negativa degli Stati Uniti, il 70 per cento degli americani ha un’opinione sfavorevole della Russia? Qualcuno ha sbagliato. Contrariamente a quello che si vuol far credere all’opinione pubblica gli errori più gravi non sono quelli di Putin, ma quelli degli europei e degli americani. Sempre che di errori si sia trattato, e non di atti intenzionali, di lucide provocazioni. Le incomprensioni sono state e sono tuttora reciproche, ma quelle occidentali sono più gravi di quelle russe, perché la Guerra fredda l’ha vinta la Nato, e dunque toccava agli Stati Uniti e ai loro alleati studiare un’integrazione della sconfitta Unione Sovietica, poi disgregatasi in 15 stati, nel nuovo ordine post-bellico. Non ne sono stati capaci. La Russia ferita, minacciosa, ultranazionalista che oggi ci troviamo in faccia l’abbiamo costruita noi pezzo dopo pezzo.
Dire che la colpa è soprattutto occidentale non equivale a beatificare la Russia e il suo attuale leader: si può avere una pessima opinione di Putin oppure essere suoi fan, ammirare l’orgogliosa indipendenza della Russia oppure provare orrore per i suoi riflessi imperiali, essere convinti che i russi sono incorreggibili aggressori o al contrario che si stiano difendendo da un’espansione avversaria, esecrare l’autoritarismo del sistema politico russo odierno oppure giustificarlo come l’unico sistema che può tenere insieme il paese, e in tutti i casi riconoscere che la crisi odierna è il risultato soprattutto dell’arroganza, della presunzione, della miopia occidentale. O, in alternativa, di un cinico calcolo.

Partnership senza membership
Se guardiamo all’indietro, ai 27 anni trascorsi dalla caduta del muro di Berlino, quel che vediamo è che l’Occidente ha cercato sì di integrare la Russia nel sistema globale, ma alle stesse condizioni che sono state offerte agli altri paesi dell’Est ed ex sovietici, come se la Russia erede dell’Impero zarista e di quello comunista, paese di 17 milioni di chilometri quadrati (quattro volte la superficie dell’Unione Europea a 28), dotato di 7.300 testate nucleari (al tempo dell’Urss erano 22 mila) e membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu con diritto di veto, la si potesse trattare come una Romania o una Bulgaria.

Anzi, per essere precisi, l’Unione Europea e e la Nato hanno avuto presente fin da subito che non avrebbero mai potuto assorbire la Russia, anche trasformata in un paese democratico a economia di mercato, nelle loro strutture istituzionali, e hanno seguito una politica del doppio binario: integrazione piena alle condizioni prestabilite da Bruxelles per tutti i paesi ex comunisti tranne la Russia, “partenariato senza qualifica di membro” per la Russia. Mosca a sua volta non ha mai pensato, sotto nessun governo, di fare domanda di ingresso nella Ue e nella Nato alle stesse condizioni degli altri paesi che un tempo appartennero alla sua sfera di influenza, e ha accettato le forme di partenariato che le venivano offerte ma solo come soluzione temporanea in vista di un completo riassetto delle relazioni strategiche, sia economiche sia militari, fra la Russia e il resto dell’Europa. Europei e americani, se crediamo alla loro buona fede, hanno pensato che i benefici che alla Russia sarebbero derivati dalla “partnership senza membership” avrebbero dissolto le preoccupazioni dei russi per l’allargamento dell’Unione Europea e della Nato ai paesi dell’Est e a quelli ex sovietici. I russi hanno tentato di formulare soluzioni alternative, come per esempio il Trattato di sicurezza europeo che propose nel 2009 l’allora presidente Dmitri Medvedev. L’iniziativa mirava a eliminare i blocchi militari esistenti e a garantire a ogni paese europeo, indipendentemente dalle istituzioni di integrazione politico-economica a cui apparteneva, le stesse garanzie di sicurezza. Come anche altre proposte più vaghe, non fu mai presa in considerazione da europei e americani, per la loro indisponibilità a rinunciare alla Nato come sistema di difesa collettivo. Si andò avanti integrando nell’Unione Europea e nella Nato un paese ex comunista dopo l’altro, mentre la Russia si irrigidiva progressivamente. Una breve cronologia può aiutare a capire come siamo arrivati alla rottura odierna.

Nel dicembre 1997 entrò in vigore l’Accordo di cooperazione e partenariato Ue-Russia, nel 2002 fu creato il Consiglio Nato-Russia. Nonostante i mal di pancia di Mosca, nel 2004 furono ammesse nell’Alleanza Atlantica Bulgaria, Romania, Slovacchia, Lituania, Estonia e Lettonia. Le proteste russe furono viste semplicemente come la manifestazione del vecchio riflesso sovietico di negare ai paesi vicini il diritto di decidere la loro politica estera. Nel 2007 scadde l’Accordo con Bruxelles, che da allora è rinnovato automaticamente senza sviluppi in attesa di nuovi negoziati, mentre invece alla fine del 2008 la Ue ha lanciato il suo Partenariato orientale, rivolto agli altri paesi ex sovietici. Con tre di essi ha concluso un Accordo di libero scambio pieno e approfondito (Dcfta nell’acronimo inglese): Georgia, Ucraina e Moldova. Nel frattempo la Nato aveva proclamato nel suo summit di Bucarest nell’aprile 2008 che la Georgia e l’Ucraina sarebbero diventate membri dell’Alleanza Atlantica. Ciò spinse il presidente georgiano Mikhail Saakashvili nell’agosto di quell’anno ad attaccare le regioni separatiste dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud con le quali vigeva un armistizio, causando la reazione della Russia in soccorso dei separatisti.

Maidan e media
Nonostante tutti questi sviluppi problematici, alla vigilia delle crisi dell’Ucraina e della Crimea i rapporti fra Stati Uniti e Russia erano ancora accettabili, anche perché nel 2009 Barack Obama aveva cancellato i piani per l’installazione di sistemi antimissilistici in Polonia decisi da G. W. Bush. Ancora nel giugno 2013, otto mesi prima del disastro ucraino e dell’occupazione russa della Crimea, Putin e Obama firmavano una Dichiarazione congiunta sull’impegno bilaterale rafforzato nella quale si leggeva: «Gli Stati Uniti e la Federazione Russa riaffermano la loro disponibilità a intensificare la cooperazione bilaterale basata su princìpi di reciproco rispetto, uguaglianza e genuino rispetto per i rispettivi interessi. Guidati da questo approccio, oggi abbiamo raggiunto un’intesa su un’agenda costruttiva per le relazioni fra i nostri paesi. (…) Questo vasto programma d’azione richiede un impegno rafforzato a tutti i livelli».

Otto mesi dopo vennero le proteste di Maidan, la destituzione del presidente Viktor Yanukovich, l’annessione della Crimea alla Russia, la guerriglia del Donbass, le sanzioni euro-atlantiche contro Mosca. In questa sede non è possibile ripercorrere lo sviluppo di tutti gli eventi di quel periodo, ma vanno evidenziati i due punti che maggiormente hanno contribuito al minaccioso irrigidimento russo. Il primo è il mancato rispetto del patto concluso fra Yanukovich e i leader dell’opposizione il 21 febbraio, grazie alla mediazione di Bruxelles e della Russia, che prevedeva la creazione di un governo di unità nazionale e l’indizione di elezioni presidenziali anticipate. Anziché placarsi le proteste aumentarono e il presidente filo-russo fu costretto alla fuga: in questo episodio Mosca ha visto la longa manus degli Stati Uniti, che avrebbero fatto saltare l’accordo soprattutto perché non vogliono che europei e russi raggiungano intese autonomamente da Washington. Il secondo punto è l’insistenza, sia da parte dei manifestanti di Maidan che dei media occidentali, nel sottolineare che l’ostilità del governo russo nei confronti del moto popolare ucraino derivava dal fatto che dopo Yanukovich sarebbe toccato a Putin alzare le mani davanti a una protesta di piazza. Questa cosa in tutto il mondo si chiama destabilizzazione, e non ci si poteva aspettare una risposta accomodante da parte di chi veniva messo così platealmente nel mirino.

Fondamento legale e geopolitico
Il risultato di tutto questo è che la Russia si è convinta che la politica degli Stati Uniti, al di là delle dichiarazioni firmate dai loro presidenti, è quella di erodere l’area di influenza russa esistente e soprattutto di impedire accordi di ampio respiro fra l’Unione Europea e Mosca. E così si torna agli spietati imperativi della geopolitica: l’interesse geopolitico della Russia (ma anche dell’Europa, se vogliamo essere obiettivi) sta in un’integrazione economica, politica e del sistema di sicurezza dell’Eurasia, l’interesse geopolitico degli Stati Uniti sta nell’impedire questa integrazione.

Se le cose stanno così, la sciagura incombe su di noi. Un po’ di speranza viene solo dalla considerazione che non tutti negli Stati Uniti appaiono convinti che la politica giusta sia quella di alimentare un conflitto fra la Nato e la Russia e di puntare su un “regime change” a Mosca. Dopo Putin ci sono solo gli ultranazionalisti, oppure una crisi sistemica della Russia che trasformerebbe il paese in un nuovo Iraq post-Saddam con 7 mila testate atomiche. La ricerca di un nuovo modello di integrazione fra Russia e Occidente è vitale per le ragioni della pace. Non un pacifista imbelle o un fondamentalista cattolico innamorato di Putin, ma un prestigioso ex segretario di Stato americano lo ha spiegato in un intervento di pochi mesi fa: «Per gli Stati Uniti, la fine della Guerra fredda sembrava provare la loro tradizionale fede nell’inevitabile rivoluzione democratica. E apriva la prospettiva dell’espansione di un sistema internazionale governato da regole essenzialmente legali. Ma l’esperienza storica russa è più complicata. Per un paese attraversato nei secoli da eserciti stranieri sia da est che da ovest, la sicurezza avrà sempre bisogno di un fondamento geopolitico, così come legale. Quando il suo confine di sicurezza si sposta di mille miglia dall’Elba verso est, in direzione di Mosca, la percezione russa dell’ordine mondiale conterrà sempre una componente inevitabilmente strategica. La sfida del nostro tempo è di fondere le due prospettive – la legale e la geopolitica – in un concetto coerente». L’uomo che ha detto questo si chiama Henry Kissinger.

Foto Ansa

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