Yara, procura Bergamo: «Valutiamo il giudizio immediato, certi delle prove»

Il pm che ha condotto le indagini: «La certezza investigativa l’abbiamo, la traccia genetica è molto significativa, ma continuiamo ad indagare».

Il pm di Bergamo Letizia Ruggeri, che ha guidato le indagini sul caso di Yara Gambirasio, ha convocato una conferenza stampa, dopo che il gip non ha convalidato il fermo di Massimo Bossetti ma ha comunque disposto l’ordinanza di custodia cautelare ieri. Il pm ha detto di «non poter escludere la possibilità del giudizio immediato», il rito processuale speciale usato davanti all’evidenza della prova di colpevolezza di un indagato (si salta l’udienza preliminare, andando direttamente in aula). Si tratta di una scelta, eventualmente, che la direbbe lunga sulla granitica fiducia della procura nelle prove raccolte sin qui.

«IL DNA NOSTRO FARO». D’altra parte è stata la stessa pm Ruggeri ad esprimere questa posizione: «Il dna è stato un faro per noi» ha detto, aggiungendo che «È stata un’indagine faticosissima, è stata un’indagine pazzesca». Ruggeri ha quindi ricordato tutte le fasi dell’inchiesta. Sono state sottoposte a screening 120mila utenze telefoniche, ed è stato isolata la traccia di dna sui leggins e gli slip di Yara, attribuita a “Ignoto 1”. A quel punto sono state analizzati 13mila campioni di dna. Tra questi ne è risultato uno che aveva una compatibilità con quello di Ignoto 1, ma dovuta ad un grado di parentela con il presunto assassino: si tratta del campione di dna di un uomo che gestisce un bar nella zona in cui è stata ritrovata Yara, ed è un parente di Giuseppe Guerinoni, l’autista che è risultato essere il “padre di ignoto 1”. Da lui si è passati all’analisi del dna di tutte le donne che potevano averlo conosciuto, fino ad Ester Arzuffi, risultata dall’esame del dna “madre di ignoto 1”, e poi da lei all’identificazione di Bossetti. Si è trattato, ha spiegato il pm, «di un’indagine rigorosa, un puzzle che si è quasi completato».

«IL GIP HA ACCOLTO L’IMPIANTO ACCUSATORIO». Il pm ha quindi spiegato che il gip «pur non avendo convalidato il fermo, per ragioni formali, ha confermato l’impianto e disposto la custodia cautelare per gravi indizi di colpevolezza». Poi ha proseguito: «La traccia genetica è molto, molto significativa. Il materiale, che secondo i periti potrebbe essere sangue, è stato ritrovato in grande quantità sui pantaloni e sugli indumenti della ragazzina, in corrispondenza con un taglio effettuato con un’arma molto affilata. Questa posizione potrebbe indicarci un possibile movente: ma di questo bisognerà discutere al momento opportuno, durante il processo. Certo, noi non smettiamo di indagare». Poi: «La certezza investigativa l’abbiamo. Ci guardiamo bene dal considerare questo un caso chiuso. Le indagini continuano, non sono chiuse. Vi sono gravi indizi e pressanti motivi di custodia cautelare» e appunto il pm si è riservata la valutazione di chiedere il rito immediato.

«IL DNA NON È SUFFICIENTE». Intanto però sono state diverse le voci dal mondo giuridico che hanno sottolineato come il dna possa non essere sufficiente a provare la colpevolezza in un processo. La corte di Cassazione penale, con una sentenza del 2004 che fa giurisprudenza, ha stabilito che il dna «atteso l’elevatissimo numero delle ricorrenze statistiche confermative, tale da rendere infinitesimale la possibilità di un errore, presentano natura di prova, e non di mero elemento indiziario». Dall’altra parte, però, l’avvocato difensore di Bossetti, Silvia Gazzetti ha ricordato che «nel caso di via Poma non è stato così»: il dna, da un’altra sentenza della Cassazione penale, non è stato ritenuto sufficiente a condannare un uomo, Raniero Busco (che comunque aveva una rapporto con la vittima che permetteva di spiegare in vari modi la presenza di sue tracce di dna sugli indumenti).

COME PER VIA POMA. Lo conferma al Secolo XIX anche il medico legale che si è occupato del delitto di via Poma, Giovanni Arcudi: «Il dna non basta per poter vincere un processo». Arcudi ha sottolineato che dalle tracce recuperate nell’indagine si apprende solo che «il dna sugli indumenti di Yara è del figlio di Guerinoni e di Ester Arzuffi». Ciò posto «sappiamo solo che c’è una piccola traccia organica di quell’uomo sulla scena del delitto. Questo non ci dice nulla di più. Lui nega tutto e ora toccherà agli investigatori ricostruire tutto un contesto».