Yara, difensori di Bossetti: «Nuovi elementi»

Alcuni attrezzi rubati al muratore sospettato di essere l’omicida, tra cui potrebbe esserci l’arma del delitto, potrebbero spiegare la presenza del dna dell’uomo sugli indumenti della vittima.

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Massimo Giuseppe Bossetti (foto facebook)
Massimo Giuseppe Bossetti (foto facebook)

Secondo i difensori di Massimo Bossetti, in custodia cautelare in carcere con l’accusa di aver ucciso Yara Gambirasio, ci sarebbero «elementi interessanti» che potrebbero dimostrare l’estraneità dell’uomo – che si è sempre proclamato innocente sin qui – nell’omicidio. Tra questi elementi ce ne potrebbero essere alcuni che spiegherebbero come il suo dna sia finito sugli indumenti di Yara: si tratta di prove che la difesa intenderebbe presentare all’udienza davanti al tribunale del riesame di Brescia.

GLI ATTREZZI RUBATI. Secondo Repubblica, Bossetti avrebbe detto ai suoi legali che «Posso spiegare la presenza del mio dna sul corpo di Yara». Ai giornalisti uno degli avvocati dell’uomo, Claudio Salvagni ha spiegato che non intedeva rivelare altre informazioni perché «Non le brucio, affronteremo queste spiegazioni a tempo debito, anche al processo». Ma secondo il quotidiano la spiegazione sta in alcuni attrezzi: una livella elettronica, una bindella, due scalpelli di cui uno a punta acuminata, cazzuole e un distanziatore. “Sono gli attrezzi da lavoro che due anni fa – stando a una denuncia presentata da Bossetti ai carabinieri -vennero infatti rubati dall’interno dell’Iveco Daily parcheggiato sotto la casa di via Piana di Sopra a Mapello. Bossetti potrebbe spiegare – pur non avendolo denunciato ai militari dell’Arma – che la sparizione di questi o altri attrezzi, e magari anche di guanti o indumenti del lavoro, risale in realtà a prima del 26 novembre 2010” scrive Repubblica. Bisogna chiarire come mai Bossetti non abbia denunciato prima, nemmeno durante i primi interrogatori, la sparizione di questi attrezzi, ma l’ipotesi della difesa è che tra essi potrebbero esservi oggetti usati durante il delitto, forse anche l’arma (potrebbe essere lo scalpello con la punta acuminata) e che in questo modo il dna del principale accusato si è trovato sugli indumenti della vittima.

IL SECONDO UOMO. Oggi finalmente a Bossetti è stato concesso di incontrare in carcere la moglie, che in questi giorni lo ha strenuamente difeso tanto davanti ai pm che davanti ai media. Intanto, Tgcom24 e la redazione di News Mediaset, riportano un secondo retroscena interessante per la difesa dell’uomo. Secondo fonti investigative sentite dai giornalisti Mediaset, infatti, gli inquirenti nel massimo riserbo starebbero indagando sulla possibile complicità di un secondo uomo. Per Tgcom24 “Tutto scaturisce da alcune considerazioni legate alle intercettazioni telefoniche in mano agli inquirenti e sulle quali vige il massimo riserbo: Bossetti sarebbe troppo esile” per aver ucciso e poi spostato da solo il corpo di Yara, fino al centro del campo di Chignolo dove la ragazza è stata poi trovata. Se si trattasse di un’informazione vera, tuttavia, la caccia degli investigatori in qualche modo metterebbe in dubbio la granitica certezza dell’accusa sulle responsabilità di Bossetti.

I DILEMMI DEL CELLULARE. Sempre secondo Repubblica, inoltre, le indagini starebbero cercando di rispondere ad ulteriori dubbi. Si sa fino ad oggi che il cellulare di Bossetti ha agganciato la cella di Mapello alle 17.45 del 26 novembre 2010, mentre quello di Yara l’ha agganciata un’ora dopo, alle 18.49. Mapello è la cella di riferimento però anche dell’abitazione di Bossetti. Gli inquirenti starebbero cercando risposta ad alcune domande: “Perché l’utenza di Bossetti aggancia la cella di Mapello ma non lascia traccia a Chignolo d’Isola, nel campo in cui Yara fu colpita alla testa con un corpo contundente e poi con un’arma da taglio per essere lasciata agonizzante? Forse l’apparecchio del muratore era stato lasciato a Mapello?”.

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