Voltolina: «Una riforma del lavoro con spinte innovative. A tratti un po’ complicata»

Secondo la direttrice del sito Repubblica degli stagisti, sono buone le norme di contrasto all’eccesso di lavori parasubordinati, ma rimane irrisolto il nodo degli stage. «Ma siamo il paese dove i giuslavoristi girano con la scorta. Non è facile»

Da quando Eleonora Voltolina ha fondato (e dirige) il sito repubblicadeglistagisti, dove scandaglia, denuncia e analizza il mondo del lavoro per chi non ha un contratto a tempo indeterminato, è diventata la principale voce dei precari e dei cocopro. A tempi.it dà un giudizio sulla riforma del Lavoro appena divenuta legge.

Cosa ne pensa, per quanto riguarda soprattutto la situazione dei 2 milioni 232 mila precari italiani (dati Istat, primo trimestre 2012), delle modifiche sui contratti a termine (per esempio la sospensione aumentata a 20 giorni-1 mese prima del rinnovo) e sull’apprendistato: pensa saranno misure sufficienti per combattere l’abuso strumentale di questi contratti o creeranno rischi?
Per quanto riguarda l’apprendistato sostengo da anni che se non si riforma prima lo stage, l’apprendistato non potrà mai essere rilanciato. Purtroppo l’articolo 12 della Riforma non rivede la normativ a sullo stage, ma prevede che venga rivisto e che entro sei mesi siano concordate nuove linee guida tra governo e Regioni al riguardo. C’è un impegno a modificare il quadro, per altro nella prima versione era scritto che sarebbe stata modificato attraverso decreti legislativi, mentre nella versione finale tutto è stato sfumato per pressioni delle regioni, che ritengono si tratti di materia di competenza esclusiva loro.  Il fatto è che lo stage resta un contratto che fa concorrenza sleale all’apprendistato: resta lo strumento più conveniente oggi a disposizione dei datori di lavoro. Non prevede praticamente nessun obbligo, né di corrispondere un compenso agli stagisti, né di assumerne almeno una parte, né di prendere in tirocinio solo persone effettivamente inesperte, né di usare questo inquadramento solo per i mestieri che effettivamente necessitano di una formazione approfondita.

E per i contratti a termine?
Sebbene sia stato ridotto il periodo tra il rinnovo di un contratto e l’altro, visto che inizialmente si parlava di 90 giorni e ora di 20, mi pare una buona soluzione per scoraggiare il “gioco” delle aziende che camuffano le pause con pochi giorni di sospensione. Vorrei aggiungere qualcosa sulle Partite Iva, posso?

Cosa?
Secondo una stima che abbiamo fatto, sono almeno 350 mila in Italia le “false” partite Iva. Mi sembrano dunque interessanti i paletti che sono stati posti. I paletti introdotti sono che il reddito da monocommittente non superi l’80 per cento, che non si lavori più di otto mesi sempre per un mono committente (anziché sei mesi) e poi che non si abbia una postazione fissa dentro l’azienda per cui si lavora: la combinazione di due di questi paletti su tre, in effetti, aiuta a smascherare le false partite Iva. Il problema è stato il pessimo “blitz” fatto dal Senato, che ha introdotto con un emendamento il correttivo sui 18 mila euro all’anno lordi a prescindere dalle committenze: se si guadagna quella cifra, secondo il Senato, ciò basterebbe a dimostrare che si è una partita Iva autentica, cioè che si è scelto di esserlo. Siccome questa cifra corrisponde a 800 euro al mese netti, cioè una soglia minima di sussistenza, secondo me non rappresenta affatto un modo per dimostrare la libera scelta di essere partita Iva.

Aspi, mini aspi e indennizzo una tantum per i cocopro di sei mila euro: ci sarà più equità tra i lavoratori in uscita dal mercato del lavoro o no? Sono strumenti sufficienti o pensa ci siano stati eccessivi tagli sul valore degli indennizzi rispetto al precedente sistema della mobilità?
Sono assolutamente convinta che vadano evitate le politiche che finora hanno portato a casse integrazioni o mobilità lunghissime, senza alcuna politica attiva di ricollocamento, cioè politiche di fatto sussistenziali. Sono d’accordo quindi a un sussidio meno lungo nel tempo ma più sostanzioso. Il problema secondo me è di fondi, perché reputo la mini aspi e l’una tantum troppo ridotte quantitativamente. La Banca d’Italia ha fatto una proiezione che dimostra che ad oggi solo il 50 per cento dei lavoratori è coperto da ammortizzatori sociali: con la riforma Fornero questa percentuale aumenterà del 16 per cento. È evidente che bisogna lavorare anche per il 34  per cento che rimarrà scoperto, perché la coperta resta troppo corta, mentre un corretto sistema di welfare prevede che la coperta sia universale, anche se il sussidio fosse meno lungo nel tempo, e meno sostanzioso. Quello fatto è pur sempre un passo in avanti, ma pensiamo a quel terzo dei lavoratori ancora fuori.

E cosa ne dice del salario di base?
Il salario di base riguarderà solo i contratti a progetto, ma di fatto è una delle proposte della riforma che non viene però ancora fissata. La riforma non dice a quanto ammonterà la cifra, quando sarà approvata l’introduzione di questo salario e da quando esso partirà. Se si voleva fare una cosa semplice sarebbe bastato introdurre il salario minimo garantito, presente nella legislazione di due terzi dei paesi europei e in Usa e Australia.

Qual è il suo voto complessivo a questa riforma?
È difficile dirlo. Da una parte c’è sicuramente una spinta innovativa, dall’altra ci sono molti aspetti che avrebbero potuto essere affrontati in modo più semplice. Mi riferisco ad esempio alla riduzione delle forme di contratto: mentre oggi ne viene abolita solo una, il contratto di inserimento. Tra le spinte molto innovative vedo invece che ci si pone per la prima volta il problema di verificare la situazione dei contratti parasubordinati, che si faccia costare di più il lavoro precario che quello stabile, o che si estendano degli indennizzi di disoccupazione a contratti precari. Ma siamo il paese dove i giuslavoristi vanno in giro con la scorta e dove si vive perennemente sulle barricate su questi temi, e non è facile.