Vivere in Italia al tempo delle code alle poste, delle scartoffie e delle supercazzole fiscali

Come abbiamo potuto ridurre la grande cultura occidentale a questo insopportabile supplizio burocratico? (Se serve aria fresca fatevi un giro su mollotutto.com)

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Ho capito che eravamo perduti una ventina d’anni fa. Col mio Maggiolino Volkswagen bianco presi un semaforo rosso e un agente della polizia urbana mi fermò. Non c’era discussione. Mi scusai e chiesi di conciliare. I più giovani o neopatentati non sanno di che cosa io stia parlando. Magari si sono imbattuti in qualche vecchio film, dove il vigile pone la domanda all’automobilista preso in fallo: «Che fa? Concilia?», e non ci hanno capito nulla. Significa(va) pagare subito la multa, lì per lì. Il vigile ti dava una ricevuta e faccenda chiusa. Siccome detesto le scartoffie e le trafile, anticipai il tema: «Posso conciliare?». L’agente mi guardò storto e rispose brusco: «Non sa che non è più possibile?». Per una volta nella vita ebbi la risposta pronta: «No, non lo sapevo. Si vede che non prendo multe da un bel po’». Lui sorrise. Mi spiegò che la prassi era stata abolita perché qualche vigile disonesto si intascava la somma. Presto mi sarebbe arrivato un modulo a casa e con quello sarei andato a saldare in posta.

Ecco, eravamo perduti. Ci eravamo rovinati con le nostre mani. Adesso arriva il postino a casa. Se non ci sei ti lascia il biglietto azzurro o giallo. Il biglietto ti dice di andare in posta a ritirare la raccomandata. Ci vai. Fai la fila. La raccomandata dice che hai preso la multa. Dice che tre mesi prima hai parcheggiato in divieto di sosta nella tal via, o che andavi a 57 chilometri orari in centro abitato dalle parti di Forlì. Non ti ricordi nemmeno di esserci stato, a Forlì, né di conoscere la via in cui ti è imputato il divieto di sosta. In ogni caso, deve rimetterti a fare la fila per pagare. Spesso ti sei scocciato. Dici: torno domattina. L’indomani la fila parte da fuori l’ufficio postale. Il giorno successivo avevi già fissato il tennis, o magari avevi promesso alla zia di portarle le medicine. E così ti arriverà un’altra raccomandata. È la vecchia multa più la maggiorazione. Ti viene voglia di sparare.

La nostra esistenza non è scandita dalle stagioni, dal calendario liturgico, dal canto del gallo, ma dalle scadenze burocratiche. Ogni tanto il telefonino fa bip-bip. Mi avverte che entro una settimana devo pagare i contributi della bambinaia. Mi arriva la mail del commercialista: devo pagare la differenza dell’addizionale Irpef perché il trasferimento del domicilio fiscale è fallito per l’ennesima volta, in qualche misterioso passaggio da ufficio a ufficio, da scrivania a scrivania. Proprio in questi giorni, per i lavoratori autonomi, è cominciata una delirante maratona di adempimenti fiscali che non si chiamano soltanto Ires e Irap ma sono anche imposte di bollo, dichiarazioni integrative, comunicazioni delle operazioni rilevanti ai fini Iva, comunicazione all’anagrafe tributaria di contratti stipulati con le società di leasing, adempimenti contabili con registrazione anche cumulativa. Ci sono capolavori di surrealismo: «Imposta sostitutiva sulle plusvalenze e sugli altri redditi diversi di cui alle lettere da C-bis) a C-quinquies del comma 1 dell’art. 67 del Tuir». Solo le addizionali – termine ultimo 15 novembre – sono ventiquattro.

In realtà non so di che cosa sto parlando. Non ci capisco nulla: copio dal sito dell’Agenzia delle Entrate. Sentite questa: «Persone fisiche titolari di partita Iva che rateizzano e che hanno effettuato il primo versamento entro il 17 giugno: versamento 6° rata primo acconto 2013 e saldo 2012 dell’Addizionale Comunale all’Irpef». Ci sono le ritenute, le cedolari secche, le imposte sostitutive come la «imposta sostitutiva su ciascuna plusvalenza o altro reddito diverso realizzato in regime di risparmio amministrato». Alla voce “altro” sale un desiderio irresistibile di Prozac: Ivie, Ivafe, rate di creditori pignoratizi, redditi soggetti a tassazione separata, negoziazioni ad alta frequenza; totale, 44 voci.

L’incubo del numero verde
Quattro anni fa abbiamo fatto l’ultimo trasloco. Mia moglie mi avvicina con gli occhi iniettati di sangue. È sconvolta dal terrore. Mi dice: «Amore, le volture le fai tu!». Il dolore mi paralizza, pietrificato in un attonito silenzio non riesco a obiettare nulla. Ok, mi metto lì. Numero verde. Col numero verde del gas digito quello che devo digitare, in tre passaggi parlo con una gentile signora e in capo a un quarto d’ora l’operazione è fatta. Mi sento una farfalla. Tutto qui? Vedi che le cose migliorano?

Mi metto col numero verde dell’elettricità. Al secondo passaggio la linea cade. Riprovo, uguale. Quattro, cinque volte, non cambia nulla. Finalmente trovo la linea: squilla per un po’ e non succede niente. Dopo qualche giorno decido di andare alla sede centrale. Devo prendere un numerino. Ma dovrò fare la fila che adesso è ad A122, la fila che adesso è a 13/H o la fila che adesso è a QR3? Le delucidazioni allo sportello centrale. Fila allo sportello centrale. Fila allo sportello di competenza e a fine mattinata la voltura è completata. Devo aspettare che arrivi a casa la prima bolletta e poi potrò fare la domiciliazione in banca.

La bolletta non arriva. Chiamo il numero verde. Vabbè, lasciamo stare. Dopo due tentativi, chiamo il capo ufficio stampa. Nessun problema, dice: arriverà. Mi staccano la luce perché sono insolvente. Torno alla sede centrale. Al termine di una lunga e faticosa ricerca, mi dicono che la voltura non è stata completata perché sono insolvente sul vecchio contratto. Dico che non è possibile, il vecchio contratto era domiciliato in banca, ci deve essere un errore. Intanto in via del tutto eccezionale riattaccano la luce. Comincia una lunga disputa fra banca e azienda dell’elettricità. Mi chiama la banca: tutto a posto, aspetti la prima bolletta e ce la porti per la domiciliazione.

La bolletta non arriva. Mi ristaccano la luce. Vado in banca, distruggo un paio di uffici, torno alla sede dell’azienda elettrica, ricomincia tutto da capo; mi staccano la luce per la terza volta, ritorno alla sede dell’azienda elettrica, minaccio di incatenarmi, piango, muovo le corde della pietà, mi mettono a disposizione un dipendente che setaccia la mia vita di fruitore del servizio. Trova, sparse in un lustro di pagamenti, quattro bollette ancora non pagate. Non pagate dalla banca, sia chiaro. Mi dà un modulo. Col modulo devo andare nell’ufficio accanto a pagare. Poi devo tornare da lui, scavalcare la fila scusandomi e incassando insulti. Lo devo fare altre tre volte, finché tutte le bollette in sospeso non sono pagate. Finalmente la voltura è certificata. Presto mi arriverà la prima bolletta eccetera. Questo giochino da poche righe è andato avanti più di un anno. Ora mi è arrivata una busta dall’azienda del gas: c’è una bolletta mai pagata…

Abbiamo compilato moduli di preiscrizione a scuola. Moduli di iscrizione. Epperò mia figlia Benedetta il primo giorno del secondo anno delle elementari si è ritrovata di nuovo in prima classe ed è tornata piangendo perché credeva di essere stata bocciata. Moduli per il corso di teatro, moduli per il corso di coro, moduli per la mensa, moduli per le gite, moduli per i libri di testo.

Le comunicazioni previdenziali risultano ancora incomplete. Non ricevo più i documenti per la tassa sui rifiuti. La Rai reclama vecchi canoni (boh?). Incombe la revisione della caldaia, e non ho ancora cambiato il tubo fuori norma perché sporge dalla parete esterna dodici centimetri anziché quindici (vado a memoria). Il microchip sotto pelle del gatto è scaduto. Le rate condominiali sono scritte in cirillico. Gli scontrini della farmacia in vista della dichiarazione dei redditi sono andati perduti. La scheda delle vaccinazioni del bambino piccolo è introvabile. La scheda elettorale di mia moglie non contempla l’ultimo cambio di residenza; la mia, chissà perché, sì.

Come siamo arrivati fin qui?
Ma come ci siamo infilati in questo manicomio? Come ha potuto la cultura occidentale portarci alla devastazione scientifica dei, diciamo così, nervi? Quale mostro ci ha attirato fra le sue braccia?

Ne parlo con un amico. Mi dice: «Mollo tutto punto com. Vallo a vedere. Tu non sei il tipo che molla tutto e parte, ma vallo a vedere, ti viene su un po’ il fiato». Vado e leggo: «Cercare lavoro ai Caraibi o partire per una nuova vita in Sud America. Aprire un bar su una spiaggia e vivere tutto l’anno in costume da bagno. Sogni, propositi, grida d’aiuto. I forum di discussione online ne sono pieni. E ogni giorno sono migliaia le persone che cercano di mettere insieme energie, risorse e informazioni per partire, trasferirsi e conquistare il proprio posto al sole, in tutti i sensi».

Gli italiani all’estero sono quattro milioni. Qui – su mollotutto.com – alcuni raccontano come è andata. Roberta e Aldo erano liberi professionisti in Friuli, ora sono nella Repubblica Dominicana, Caraibi, a fare gli agenti immobiliari. Pagano il 29 per cento di tasse, e questione chiusa: «Qui non c’è qualcuno che ogni giorno viene a chiederti spiegazioni o conguagli o anticipi».

Raffaele, architetto di Bologna che lavorava col pubblico, da tre anni pagava le tasse su compensi non ancora ricevuti; stufo di andare in rosso, è andato a Panama, dove pure fa l’architetto, paga il 25 per cento di tasse in un botto solo ed è retribuito regolarmente. Mi pare di vederli, e di sentirli. Dicono: «Quando ci si accorge di essere nauseati dall’Italia, spesso è troppo tardi».

Su mollotutto vi spiegano quali sono i posti dove la vita costa meno, quali procedure seguire per cambiare nome (se vi serve), dove è più facile ottenere la cittadinanza, come evitare truffe, come funziona l’assistenza sanitaria in giro per il mondo. Ci sono le mail di chi è già partito e concede appoggio. Ci sono le foto. Ci sono tutti quei sorrisi…

Scusate, ora devo fare un salto in posta: un’angosciante raccomandata dall’Agenzia delle entrate.

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