Cosa c’entra il governo Netanyahu con le violenze dei coloni in Cisgiordania

Di Rodolfo Casadei
03 Dicembre 2025
La questione degli attacchi degli estremisti contro la popolazione civile palestinese non può essere separata dalle politiche governative nei Territori Occupati. E mette a rischio la fragile tregua
Il presidente israeliano, Benjamin Netanyahu, parla al telefono nell'Aula della Knesset
Il presidente israeliano, Benjamin Netanyahu, nell'Aula della Knesset (foto Ansa)

Sono passati appena quattro giorni fra la dichiarazione di condanna degli attacchi dei coloni israeliani contro i civili palestinesi in Cisgiordania da parte dei ministri degli Esteri di Germania, Francia, Italia e Regno Unito e l’aggressione ai volontari italiani e canadesi alloggiati presso il villaggio palestinese di Ein al-Duyuk, nei pressi di Gerico domenica scorsa. Questi ultimi erano sul posto nel contesto di una missione di solidarietà internazionale mirata a ridurre i rischi per la popolazione locale, da qualche tempo oggetto delle violenze di coloni estremisti di un vicino insediamento illegale, creato appena due mesi fa.

Record di attacchi dei coloni in Cisgiordania

Nella loro dichiarazione del 26 novembre i quattro ministri lamentavano il fatto che, secondo le statistiche dell’Ocha (l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari), «Il numero di attacchi ha raggiunto nuovi massimi: (…) nel mese di ottobre sono stati registrati 264 attacchi, il numero più alto di attacchi da parte di coloni in un solo mese da quando le Nazioni Unite hanno iniziato a registrare tali incidenti nel 2006».

Manifestavano anche la loro preoccupazione per il fatto che gli attacchi minavano il successo del piano in 20 punti per Gaza e le prospettive di pace e sicurezza a lungo termine per lo stesso stato di Israele. Ribadivano l’opposizione dei loro paesi a qualunque forma di annessione – «parziale, totale o de facto» – della West Bank a Israele, e alle «politiche di insediamento che violano il diritto internazionale».

A questo proposito i ministri prendevano di mira uno specifico atto del governo Netanyahu: «Dopo l’approvazione ufficiale dell’insediamento E1 nell’agosto 2025, che frammenterebbe la Cisgiordania (il nuovo insediamento collega quello di Ma’ale Adumin a Gerusalemme Est, aumentando la separazione di quest’ultima dai territori palestinesi – ndt), nelle ultime tre settimane sono stati approvati più di 3 mila progetti di unità abitative, raggiungendo quota 28 mila da gennaio, un massimo storico. Invitiamo il governo israeliano a invertire la sua politica».

Una coppia di israeliani osserva da Gerusalemme il maxi insediamento di Ma’ale Adumin in Cisgiordania, 20 agosto 2025 (foto Ansa)
Una coppia di israeliani osserva da Gerusalemme il maxi insediamento di Ma’ale Adumin in Cisgiordania, 20 agosto 2025 (foto Ansa)

Le violenze dei coloni e la politica di Israele

Come la dichiarazione dei ministri europei lascia intendere, benché opera di una minoranza dei 700 mila coloni ebrei installati attualmente in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, la questione della violenza degli estremisti contro la popolazione civile palestinese non può essere separata dalle politiche governative in materia di insediamenti israeliani nei Territori Occupati. L’aumento degli attacchi negli ultimi due anni è certamente collegato al pogrom del 7 ottobre 2023 e alla guerra di Gaza, ma anche alla politica pro-insediamenti dell’attuale governo Netanyahu, in carica dal 2022, ed è proseguito anche dopo il cessate il fuoco e la firma del piano di pace di Sharm El Sheikh. 

L’Ocha calcola in 9.600 gli attacchi di coloni a palestinesi fra il 2006 ed oggi, e registra un’escalation recente. Mentre fra il 2006 e il 2020 gli incidenti sono oscillati fra i 118 e i 379 all’anno, nel 2021 erano già 540, 856 nel 2022 e 1.229 nel 2023. Nel 2024 hanno toccato il massimo storico di 1.449, già superato dai 1.485 censiti fra l’inizio del 2025 e la fine di novembre.

Sempre più insediamenti illegali

I record di attacchi degli ultimi anni corrispondono a un aumento nel ritmo di creazione di insediamenti illegali in base alla legge israeliana, di legalizzazione degli stessi e di istituzione di insediamenti approvati dal governo. Attualmente in Cisgiordania esisterebbero, secondo i dati dell’organizzazione pacifista israeliana Peace Now!, 141 insediamenti riconosciuti (escludendo Gerusalemme Est) e 224 avamposti (outposts) non riconosciuti. Il computo può cambiare rapidamente, perché siamo in una fase di espansione degli avamposti illegali e di legalizzazione degli stessi.

Il fenomeno degli avamposti informali

Il fenomeno degli avamposti informali è esploso al tempo degli accordi di Oslo quando, nel contesto dei negoziati per la soluzione del conflitto israelo-palestinese, lo Stato israeliano arresta la creazione di insediamenti approvati. Dopo l’occupazione della Cisgiordania nel 1967 i governi israeliani approvano insediamenti di civili in questo territorio (non riconosciuti a livello internazionale) per ragioni militari e di sicurezza in generale. Si calcola che alla fine del 1988 fossero circa 110. Fra la metà degli anni Novanta e il 2005 vengono creati più di 100 avamposti non riconosciuti dalle autorità. Nel 2005 il fenomeno si arresta, per riprendere al tempo del secondo governo Netanyahu, fra la fine del 2011 e l’inizio del 2012. Fra tale anno e il 2019 vengono creati, sempre secondo Peace Now!, 32 nuovi avamposti illegali; di questi 15 vengono legalizzati nello stesso arco di tempo.

Questi dati (100 avamposti nel decennio che va al 2005, 32 nei sette anni fra il 2012 e il 2019) si possono comparare con quel che è successo fra il 2023 ed oggi: ben 130 outposts sono sorti in meno di tre anni. Si tenga presente che l’attuale governo di coalizione guidato da Netanyahu, che si regge su di una maggioranza che oltre al Likud comprende i partiti estremisti favorevoli all’insediamento di nuove colonie e all’annessione a Israele di tutta o quasi la Cisgiordania, cioè Potere ebraico guidato da Itamar Ben-Gvir e il partito del sionismo religioso capeggiato da Bezalel Smotrich, è entrato in carica il 29 dicembre 2022.

Cosa fanno le autorità militari e civili

L’attuale governo ha anche battuto il record degli avamposti illegali legalizzati: sarebbero 30 fra il suo insediamento ed oggi, ben 22 dei quali nel solo anno 2023. Per altri 31 sarebbero state avviate le procedure di autorizzazione. Storicamente nessun governo israeliano ha mai rimosso outposts in Cisgiordania, con l’eccezione di quelli di Migron (nel 2012, al tempo del secondo governo Netanyahu) e Amona (nel 2017, al tempo del quarto governo Netanyahu), su ordine della Corte Suprema di Israele.

Un incendio a Al-Lada'in, nei pressi del villaggio di Beit Lid, dopo un attacco dei coloni israeliani
Un incendio a Al-Lada’in, nei pressi del villaggio di Beit Lid, dopo un attacco dei coloni israeliani (foto Ansa)

L’escalation di attacchi dei coloni contro i civili palestinesi solleva la questione del comportamento delle autorità militari e civili israeliane rispetto a queste aggressioni. Gli attacchi hanno condotto in alcuni casi all’esodo di popolazioni locali, come nel caso delle comunità seminomadiche sulle colline a nord-est di Ramallah, 38 delle quali si sono viste costrette ad abbandonare l’area in cui pascolavano il loro bestiame, secondo B’Tselem, un’associazione israeliana per i diritti umani.

Attualmente i villaggi che hanno più problemi sono quelli nei pressi di Ramallah, come Burqa e Beitin. Qui bande di aggressori hanno dato alle fiamme auto ed edifici dei residenti. Altrove ad essere impedita è la raccolta delle olive, una delle principali fonti di reddito dei palestinesi (e una delle principali occasioni di solidarietà internazionale, con gruppi di attivisti stranieri che partecipano alla raccolta nella convinzione, normalmente smentita dai fatti, di dissuadere con la loro presenza gli attacchi dei coloni). 

Gli assalti a Beit Lid e Deir Sharaf

L’assalto dell’11 novembre ai villaggi di Beit Lid e Deir Sharaf da parte di coloni mascherati che hanno dato fuoco a proprietà palestinesi e si sono scontrati coi militari israeliani inviati sul posto per fermare le violenze ha provocato condanna da parte dei vertici dello stato e del governo. Il presidente Isaac Herzog ha definito l’attacco  un atto «grave e scioccante», che ha «oltrepassato una linea rossa» e di fronte al quale «tutte le autorità dello stato devono agire in modo deciso per sradicare il fenomeno»; Netanyahu ha incolpato dei fatti «una minoranza» che «non rappresenta l’ampio insieme dei coloni, persone rispettose della legge e leali allo stato»; le violenze «saranno represse con tutta la forza possibile, perché siamo uno stato di diritto e lo stato di diritto agisce secondo la legge».

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Le autorità militari hanno reagito attraverso il capo di stato maggiore dell’esercito Eyal Zamir, che ha affermato che le forze armate «non tollereranno il fenomeno di una minoranza di criminali che macchiano una popolazione rispettosa della legge». Immediatamente dopo gli attacchi, condotti da una folla fra le 100 e le 200 unità, la polizia israeliana ha arrestato 4 coloni. Tre di essi sono stati successivamente rilasciati.

Aggressori impuniti

Le statistiche disponibili su inchieste e condanne di colpevoli degli attacchi ai civili in Cisgiordania indicano una quasi totale impunità degli aggressori. L’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din ha analizzato 1.701 indagini di polizia su crimini commessi da israeliani contro palestinesi nella West Bank fra il 2005 e il 2024, evidenziando che il 93,8 per cento dei casi si sono conclusi senza che nessun indagato venisse rinviato a giudizio. Per quanto riguarda il 6 per cento dei casi che sono andati a processo, nella metà di essi il verdetto è stato di assoluzione.

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