La difficile vita dei cristiani in Terra Santa. «Qui è casa nostra»
Restare o andarsene? Riuscirò a trovare un lavoro? Torneranno i pellegrinaggi? Mi devo sentire coinvolto anche io nel conflitto? Che futuro esiste per noi? Queste le domande di molti cristiani locali. In Terra Santa i cristiani sono in maggioranza palestinesi e solo una piccola minoranza è di lingua ebraica.
Dopo il covid e tre anni di guerra la situazione sta diventando sempre più complessa per giovani e famiglie. Nonostante da parte del Patriarcato latino e della Custodia di Terra Santa siano no arrivati molto aiuti, molti cristiani, anche se non tutti, vogliono andarsene.
«Qui non è più sicuro»
Amy ha 14 anni e vive nella città vecchia di Gerusalemme con la sua famiglia. Frequenta una scuola cattolica con insegnamento in lingua tedesca. «Mi considero benedetta a poter vivere nei luoghi dove ha camminato Cristo», dice. La ragazzina discute di religione a scuola con le sue amiche musulmane, spiegando anche il significato di alcuni valori fondamentali del cristianesimo, come per esempio la morte e la resurrezione. Colpisce molto il modo in cui ne parla; lo sguardo è dritto e fiero, senza timori. «Siamo una minoranza – aggiunge -, ma grazie agli insegnamenti della mia famiglia non ho paura di parlare del mio credo».
Amy, però, non vede il suo futuro in Terra Santa e vorrebbe andare a studiare all’estero. Alla domanda sul futuro di un’ipotetica famiglia risponde che la costruirà all’estero. «Non voglio che i miei figli debbano affrontare e andare incontro alle stesse paure che ho avuto io durante la guerra. Qui non è più sicuro».
«Siamo una famiglia»
Tamara ha 23 anni ed è originaria della città vecchia di Gerusalemme, anche se ora vive al di fuori delle mura con la sua famiglia. Parla un ebraico perfetto e sta studiando psicologia, oltre a suonare il violino. «Qui, a volte, la religione diventa un argomento “pesante”: determina molto società e i rapporti nelle famiglie. È una cosa che non mi piace». La ragazza fa qualche esempio a riguardo della sua famiglia e dei suoi genitori, ma poi aggiunge: «C’è però un aspetto che mi piace. Poiché la comunità cristiana è piccola, tutti sanno tutto di tutti, come in una famiglia. Lo si vede bene in occasione della Pasqua, che pare proprio una festa di famiglia, con le persone che scendono in strada per celebrare Cristo Risorto».
Nonostante le difficoltà, Tamara vuole vivere a Gerusalemme. «Siamo davvero pochi come cristiani e prima di parlare della mia religione ad altre persone cerco di capire chi ho davanti». Abbassa lo sguardo e poi riprende: «Voglio creare una famiglia qui e avere dei bambini. Noi cristiani dobbiamo rimanere qui, la nostra presenza non deve sparire. Costruire un futuro con dei bambini è l’unico modo per dimostrare che ci siamo ancora».
Gli scontri durante le funzioni
Janet ha 17 anni e vive sotto il Monte degli Ulivi, ha due fratelli più piccoli. «Per me essere cristiana vuol dire rappresentare ideali di amore ed empatia». È una ragazza timida, ma sempre disponibile ad aiutare chi è in difficoltà. Janet fa parte della banda degli scout ortodossi di Gerusalemme e partecipa sempre a tutte le parate che accompagnano le celebrazioni solenni.
Ci dice di sentirsi sicura in quanto cristiana, ma ammette che è più colpicato esserlo durante i giorni solenni. «Il Sabato santo in città vecchia a Gerusalemme ci sono troppi controlli e, ogni volta, la situazione degenera tra credenti che vogliono accedere ai luoghi sacri e forze dell’ordine. Molte volte ci viene vietato di entrare nel Santo Sepolcro e non lo trovo giusto. Abbiamo il diritto di andare a pregare dove vogliamo. A volte negli scontri con la polizia le persone cadono a terra o vengono schiacciate contro le balaustre».
Janet vuole andare all’estero per i suoi studi universitari. Le piacerebbe sperimentare cosa vuole dire vivere fuori dalla terra in cui è nata. Ma non è sicura di volerlo fare per sempre: «La Terra Santa è la mia casa. Sono molto legata alla mia famiglia e alle mie radici cristiane».
Uno dei giorni più belli
Larsen ha 20 anni ed è di Betlemme. Per lei la situazione è ancora più complicata. Il papà lavora in un negozio di souvenir e, grazie a una borsa di studio del Patriarcato, ora studia ad Amman. «Ogni volta che volevo vedere i miei cugini dovevano venire loro in West Bank. Purtroppo avere i permessi per andare anche solo a pregare al Santo Sepolcro nelle festività è diventato difficile».
Al di là del muro, la vita è molto diversa dai suoi cugini di Gerusalemme. «Ogni volta che vogliamo viaggiare dobbiamo passare attraverso il ponte di Allenby ed è sempre complicato». La ragazza partecipa sempre alla celebrazione dell’entrata del Patriarca latino a Betlemme. «È un evento emozionante. Non si è celebrato per due anni per rispettare le persone che sono morte durante la guerra. L’anno scorso, finalmente, siamo tornati a festeggiare. In molti sono scesi in strada, altri salutavano dai balconi mentre passava il cardinale Pizzaballa. È una dei giorni di festa più belli a Betlemme».
La popolazione ha paura
Jamil ha 36 anni, è sposato ed è padre di un bimbo di 6 anni. “Camminare tutti i giorni passando tra i luoghi Santi è qualcosa che non capita a tutti,. Da questo punto di vista siamo dei privilegiati». Jamil dice di non sentirsi sempre sicuro in quanto cristiano. «Gli attacchi ai religiosi, o a chiunque abbia una croce al collo, sono inaccettabili. Questo incute paura nella popolazione».
Jamil ha vissuto a Ramallah con la sua famiglia per poi spostarsi a Gerusalemme durante la secondo Intifada. Fa parte di una delle tante famiglie “miste”: metà cristiani cattolici e metà cristiani ortodossi. I matrimoni di questo tipo sono molto frequenti in Terra Santa, dove i cristiani sono sempre stati una minoranza.
Non esclude di uscire dal paese, forse per un periodo, ma è molto legato alla sua terra e non vuole che la presenza cristiana continui a diminuire. Suo figlio frequenta la scuola della Custodia dove, tutte le mattine, i bambini, cristiani e musulmani, recitano insieme la preghiera di san Francesco e poi iniziano le attività scolastiche. Nell’ora di religione vengono divisi tra i due gruppi religiosi e hanno due insegnanti diverse: gli uni studiano le preghiere islamiche, gli altri le preghiere e i testi cristiani.
Scuola della domenica
Dopo il 7 ottobre molti giovani cristiani hanno lasciato il paese. Tanti ragazzi cercano di andare a fare uno stage all’estero, frequentare un corso e poi non rientrare. Sia padre Francesco Ielpo, custode di Terra Santa, sia il cardinale Pierbattista Pizzaballa ricordano ogni volta l’importanza della presenza cristiana in Terra Santa, anche per il futuro di questi territori. I cristiani potrebbero presentarsi come mediatori e portatori di un messaggio di pace e di speranza. A volte, proprio quest’ultima sembra un sogno impossibile. Il villaggio cristiano di Taybeh in Cisgiordania continua ad essere attaccato dai coloni israeliani che arrivano a distruggere proprietà, alzare bandiere e provocare incendi.
A Gerusalemme si cercano luoghi protetti dove poter svolgere attività ricreative con i bamnini. Nella parrocchia di san Salvatore in città vecchia viene organizzata la “Scuola della domenica” prima della Santa Messa: un misto di catechismo, giochi e piccole attività artistiche prima di partecipare alla funzione religiosa. In un quartiere di Gerusalemme est, Beit Hanina, la Custodia ha inaugurato un nuovo campo da calcio ed è stato sistemato lo spazio dell’oratorio.
A Betlemme grazie a Pro Terra Sancta vengono organizzati corsi di cucina, cucito, primo soccorso e attività per i più piccoli. Un modo per non far sentire le persone della città abbandonate.
Più complessa e drammatica è la situazione dei cristiani che abitano nel nord della Cisgiordania oltre Nablus e vicini a Jenin. Anche in quei luoghi ci sono cristiani che hanno deciso di rimanere, nonostante le continue chiusure delle città. Le comunità cristiane pregano nelle chiese di Rafidia, Aboud, Zababdeh.
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