La via d’uscita per il caso Charlie Kirk
Anche quando spararono a Trump, erano bastate poche ore per far sparire il dato nudo e crudo di cronaca. E cioè: hanno provato a uccidere il candidato alla presidenza degli Stati Uniti. Si iniziò a scrivere “attentato” tra virgolette, si cominciò a discutere quanto sarebbero cambiati i sondaggi, ci si chiese se – in fondo – non fosse la quasi logica e giusta punizione per un uomo “divisivo” e “controverso” (eufemismi giornalistici rivelatori di profondo disprezzo).
Con l’assassinio di Charlie Kirk è successo di nuovo. Nel momento stesso in cui erano iniziati a circolare sui social i video del colpo alla giugulare del povero Charlie, subito si è cominciato a dibattere se l’avesse meritato o meno, se le sue opinioni fossero presentabili o meno, se, come orrendamente detto da Piergiorgio Odifreddi, non fosse normale che «chi semina vento, raccoglie tempesta».
Un giorno, forse, qualche esperto ci spiegherà quanto queste reazioni fegatose fossero figlie della comunicazione social, ma a noi pare che questa incapacità di stare davanti ai dati sia rivelatrice di un problema persino più grave del fatto di determinare se quello di Kirk sia stato un assassinio politico o meno.
Un asso del dibattito
Charlie Kirk non era un santarellino né un missionario in terra d’infedeli. Era un attivista politico con idee forti su immigrazione, gender, islam, aborto e armi. Le sosteneva con la convinzione tipica dei cristiani americani, ma sempre all’interno di un confronto. Da molte reazioni si capisce che quel che mandava ai pazzi i suoi avversari era la sua abilità dialettica nel ribaltare le istanze woke per mostrare quel che realmente sono: povere idee molto superficiali e ideologiche.
Kirk discuteva con tutti parlando, polemizzando, attaccando lancia in resta i suoi avversari. Ma in modo meno caricaturale e ideologico di quel che si sta cercando di dare a intendere in questi giorni. Come, ad esempio, ha fatto il Post in un articolo che non si sa se definire più patetico o più rivelatore di una difficoltà ad ammettere una banale verità: Kirk era un asso nel confronto dialettico, usava le parole meglio dei suoi avversari, sapeva smarcarsi da certe rigidità tipiche del mondo Maga.

Il confronto con il ragazzo trans
Sul transattivismo e le cliniche per cambiare sesso, ad esempio, era durissimo. Ma nei confronti delle persone trans, no. Da buon cristiano sapeva dividere il giudizio (duro) sull’ideologia, dal giudizio (comprensivo) sulle persone. «La mia preghiera per chi si crede trans», diceva, «è quella di smettere di far la guerra al proprio corpo e di imparare ad amare il corpo donato da Dio». Online si trova un dialogo con uno studente che rivela la propria volontà di cambiare sesso; Kirk gli rivolge parole calibrate, invitandolo a pensare bene alla sua intenzione, a non sottovalutare l’effetto dei farmaci, a consultare un medico prima di prendere decisioni definitive.
Tutto questo, per certi giornalisti di casa nostra è insopportabile. Roberto Saviano è arrivato a dire di non avere «alcuna empatia con Charlie Kirk. Disprezzo ciò che ha detto, ciò che ha fatto. Non riesco ad accodarmi al coro morale, con tutto il rispetto, di chi dice che qualsiasi vita umana va rispettata».
Ieri sulla prima pagina di Repubblica, accanto a un articolo di Concita De Gregorio che invitava a «fermare la violenza delle parole», c’era un’intervista allo scrittore americano Scott Turow il cui senso era riassunto nel titolo: “L’omicidio di Kirk figlio dell’estremismo istigato dalla destra”.
Le parole violente sono sempre quelle altrui
Da qualche giorno, Charlie Kirk ha smesso di essere un giovane padre assassinato in un luogo pubblico e ha iniziato a essere un pretesto per rinfacciarsi la colpa della violenza sociale. Capita sempre così. Quando un fatto smette di essere un fatto, quando la realtà nel suo evidente accadere diventa un pretesto per parlare d’altro, subentra un’altra logica: trovare il colpevole che ci liberi dalla sensazione di avere qualcosa di cui farci perdonare anche noi. Le parole (degli altri) generano violenza. Le opinioni (degli altri) armano le mani dei folli. Il credo (degli altri) è il movente. Noi siamo i puri, noi siamo il bene.
Da questo punto di vista, nemmeno il mondo Maga è esente da colpe (Trump ha invocato subito la pena di morte per l’assassino, Bannon ha invitato l’Fbi a «sfondare qualche porta»). Anche lì è forte la tentazione di spiegare tutto frettolosamente, senza un minimo di analisi critica e autocritica, limitandosi a pensare che l’unica reazione alla boria moralistica di sinistra sia una boria di destra uguale e contraria, ma più potente.

Puntare il dito o trovare un’uscita
In questo marasma si sono sentite poche voci assennate e dissonanti. Giuliano Ferrara sul Foglio ha notato quella calibrata e lucida di Bernie Sanders, il vecchio esponente della sinistra democratica, che in un discorso pieno di buon senso non si è rifugiato dietro nessun “ma però” per condannare l’attentato.
E sempre sul Foglio, ieri, sono state riportate le parole del governatore repubblicano dello Utah, Spencer Cox, che, senza perdersi in analisi fuorvianti, ha richiamato tutti a «fare qualcosa di diverso», facendo loro notare «come hanno reagito gli abitanti dello Utah le ultime due notti. Non ci sono stati disordini, non ci sono stati saccheggi, non ci sono state auto incendiate, non c’è stata violenza. Ci sono state veglie e preghiere e persone che si sono riunite per condividere l’umanità. E questo, signore e signori, credo sia la risposta a tutto ciò. Possiamo restituire violenza con violenza. Possiamo restituire odio con odio. E questo è il problema con la violenza politica: è che metastatizza. Perché possiamo sempre puntare il dito all’altra parte. E a un certo punto, dobbiamo trovare un’uscita, o la situazione peggiorerà sempre di più».
Il padre dell’assassino
“Trovare un’uscita”. Ecco un modo intelligente per rispettare la realtà senza rifugiarsi subito nelle interpretazioni, nell’individuazione dei colpevoli, nello sbiancamento dei sensi di colpa. Pensate al dramma di Matt Robinson, il padre del presunto assassino che, secondo alcune rivelazioni di stampa, ha convinto il figlio Tyler a confessare. Su molti quotidiani è scattato subito il clic colpevolista e ci si è limitati a fargli la radiografia politica («è un mormone, conservatore, trumpiano, pro armi»), senza che nessuno provasse a immedesimarsi in questo padre che si trova di fronte un figlio che ha ucciso in modo orribile un altro uomo.
Partire dalla realtà vuol dire anche questo. È un lavoro duro. È forse anche per questo che abbiamo così paura a farlo.
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4 commenti
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Che gli abitanti dello Utah, pur in maggioranza repubblicani, non abbiano scatenato disordini è un altro fatto.
Grazie per questo bellissimo articolo, che indica l’unica via di uscita.
A proposito di realtà… “Gli abitanti dello Utah in preghiera”, ahahhahhah gli abitanti dello Utah… troppa realtà dire che era “il popolo” MAGA dello Utah?
O forse quei MAGA sono ancora asserragliati al campidoglio.
Povero Gianluca, non mi pare molto furbo ridere del proprio limite cognitivo, per cui ti spiego: hai ragione, è proprio come dici tu, il disprezzato popolo (se metti le virgolette li stai già insultando) di cui la maggioranza era probabilmente MAGA, ma sicuramente qualche persona con sale in zucca si trova anche dall’altra parte, vedi Sanders, non ha saccheggiato negozi e bruciato auto, ha fatto altro. Questa è la notizia. Semplice. Reale.
@Gianluca Samsa: perché lei pensa di conoscere tutti quelli che si sono riuniti in preghiera nello Utah, uno ad uno? Un pò pretenzioso, direi!