“Vertĕre”. O del perché il liceo classico aiuta a capire l’oggi

“Il passato è per l’oggi”. Il tema in classe di una studentessa del Liceo Don Gnocchi di Carate Brianza

Pubblichiamo di seguito il tema in classe di italiano scritto da Cecilia Negri, studentessa della prima liceo Classico dell’Istituto paritario Don Carlo Gnocchi di Carate Brianza. Titolo: “Il passato è per l’oggi”.

“Ma a che cosa servirebbero i cosiddetti studi classici se i loro frammenti a noi rimasti non entrassero a far parte della nostra piccola vita?”.
(Dino Buzzati, “Sulle Alpi Bartali cede al troppo potente Coppi”, Il Corriere della Sera, 11 giugno 1949)

La più grande sfida dell’anno è stata rispondere a questa provocazione, trovare un perché alla mia scelta. Ho sempre sentito il peso di frequentare il liceo classico: sarà stata la passione per la scrittura, la voglia di studiare o la cura messa in quasi ogni mio lavoro, che hanno fatto sempre pensare a tutti che il mio futuro fosse una dritta strada verso questo indirizzo. Non so ancora se alla fine ho ceduto oppure ho voluto cercare una corrispondenza con esso, ma, dopo un anno, ho capito qualcosa di più di me e di questi studi. Una parola latina mi ha aperto la strada di questa scoperta: ‘vertĕre’.

Durante la correzione di un compito in classe di latino mi è stata proposta una contrapposizione tra i termini ‘exprimĕre’ e ‘vertĕre’: se il primo significa riportare letteralmente ogni parola senza rielaborarne la traduzione, l’altro implica una maggiore consapevolezza e immedesimazione.

‘Vertĕre’ non vuol solo dire individuare il concetto dei termini servendosi del dizionario, ma corrisponde all’azione di “volgere”, “voltare” il testo, ovvero determinare e comprendere il contesto storico e culturale per capire meglio ciò che è scritto e rendere il messaggio coerente al mondo odierno.
‘Vertĕre’ consiste nel riportare e trasmettere il significato che le parole hanno in un mondo lontano, sebbene non così tanto come pensiamo, a un mondo contemporaneo che, anche se talvolta vuole dimenticare le sue origini, ha bisogno delle sue radici per continuare a crescere.

Se non comprendiamo e non diamo ascolto a ciò che gli uomini prima di noi hanno vissuto e capito, come possiamo costruire il futuro? Ciò che il mondo antico ci consegna è la risposta alle domande che il tempo non cancella, ma porta con sé. Il cuore dell’uomo non cambia, ci possiamo solo arricchire con ciò che chi è venuto prima di noi ha cercato.

Un testo antico è come uno spartito, dove le note sono già state scelte dal compositore ma si deve prendere una decisione: suonare semplicemente ciò che è scritto o interpretarlo. Per interpretare bisogna prima studiare le pause, la linea melodica, lo stile, il contesto storico, solo così si può inserire qualcosa di nuovo per consegnarlo ad altri. La musica, solo se interpretata, diventa esperienza di incontro, dialogo tra chi compone, chi esegue e chi ascolta. Un testo antico, solo se inteso con tante conoscenze, può essere ponte e incontro tra mondi e culture lontane nel tempo.

È questo che Dino Buzzati consegna nella sua domanda divenuta per me chiave di lettura della mia quotidianità: a che cose serve conoscere il passato, perché devo studiare qualcosa che apparentemente non ha legami con me e l’oggi?

Tutto ciò serve a vivere meglio il presente, a conoscere chi sono, in che società vivo e l’origine del mio pensiero. Alla fine del primo anno posso dire che, il liceo classico, qualora vissuto col desiderio di ‘vertĕre’ trasmettendo qualcosa di sé, e non solo ‘exprimĕre’, rispondendo solo a ciò che è chiesto, aiuta a comprendere e riproporre ciò che il tempo ci ha consegnato.

La parola ‘vertĕre’ mi ha permesso di intuire il motivo per cui questi studi mi hanno affascinata fin da subito: io sono fortemente legata al passato, ai ricordi, affascinata dalle epoche lontane e quest’anno di lavoro non solo mi ha permesso di studiare ciò che mi ha preceduto nel tempo, ma anche di capire il legame che questo ha con me oggi.

Se non ci fosse questo rapporto, perché uomini distanti come Omero e Ungaretti, nel libro VI dell’Iliade l’uno, e nella poesia “Soldati” l’altro, hanno sentito il bisogno di esprimere lo stesso pensiero, la fragilità dell’uomo, nella medesima condizione che è la guerra?

A cosa servirebbe studiare l’Iliade e le gesta d’eroi se non si capisse che tutti, come Glauco, ci chiediamo chi siamo e ci ritroviamo descritti nell’immagine delle foglie autunnali che cadono con un soffio di vento?

È il ‘vertĕre’ il passato che ci rende più consapevoli del presente. È attraverso le parole e la scrittura che le cose invisibili diventano tangibili e ciò che è sparso prende ordine. Solo con una parola inizia la riflessione, un dialogo con me stessa dove imparo a giudicare cose ed eventi. Con una parola inizia la scrittura che si fa mezzo e mediazione tra passato e presente.