Ancora tasse sugli affitti? «Ma lo Stato si mangia già tutti i guadagni di noi proprietari fino al 16 ottobre»

Sforza Fogliani (Confedilizia) spiega perché, tra burocrazia e imposte, “locare” un immobile in Italia è ormai una scommessa persa in partenza. E cosa chiede al governo Letta

«Si può dire che dal 1° gennaio all’autunno tutti i ricavi di un affittuario se ne vanno in tasse. Solo da metà ottobre in poi riuscirà a guadagnare qualcosa». L’immagine utilizzata dall’avvocato Corrado Sforza Fogliani, presidente di Confedilizia, non è esagerata. Non a caso c’era anche la voce dell'”Organizzazione storica della proprietà immobiliare” tra quelle che hanno chiesto al governo Letta di non procedere con l’ulteriore aumento annunciato della tassazione, richiesta per ora rimasta insoddisfatta.

Avvocato Sforza Fogliani, cosa era previsto nell’emendamento da voi richiesto alla Commissione Bilancio?
Avevamo chiesto di non ripristinare la tassazione (abolita nel 2011 e respinta solo 3 mesi fa) degli immobili non locati anche contro la volontà del proprietario. È un’ignominia non degna di un paese civile. Anche il voltafaccia del governo sulla service tax, approvata e ufficialmente comunicata dalla presidenza del Consiglio nell’agosto scorso, rappresenta una nuova, reiterata vittoria del partito della spesa e dello spreco locale non attenuata dal pur positivo riferimento alla necessità che le aliquote della tassa servizi siano correlate da parte dei Comuni ai servizi e ai loro costi. Proviamo profonda delusione per non essere stati ascoltati. Nessuno avrebbe immaginato che si sarebbe trovato il coraggio di aumentare il livello massimo della tassazione in una situazione nella quale, già oggi, i proprietari che affittano i loro immobili di fatto versano interamente allo Stato il canone percepito dall’1 gennaio fino al 16 ottobre, riuscendo a tenere per sé solo l’incasso degli ultimi 77 giorni dell’anno. Salvo ovviamente fatti straordinari, comunque ricorrenti. Vorremmo fare un appello al ministro Maurizio Lupi perché intervenga e provveda a tutelare la locazione, che in questo modo non porta a nessuna redditività.

Lo Stato quindi si prende la maggior parte degli introiti degli affitti.
Ci aggiunga poi che le emergenze: se disgraziatamente nell’immobile affittato saltano fuori lavori urgenti a cui provvedere, un problema a una tubatura o alla caldaia, interventi che non si possono rimandare per il benessere dell’inquilino, allora le cose vanno anche peggio. Il proprietario va in perdita. E ancora: se un inquilino se ne va e ne subentra un altro, le cose peggiorano ulteriormente. C’è da fare un nuovo contratto e si aggiungono altri costi.

E magari l’inquilino è pure moroso…
Innanzitutto bisogna sapere che al fisco non interessa che l’inquilino paghi o non paghi il dovuto: l’affittuario paga le tasse anche se non riceve l’affitto. Recuperare le mensilità non pagate è un problema del proprietario, che dovrà procedere con una causa legale. L’inquilino però può appellarsi alla propria “morosità incolpevole”, che se gli sarà riconosciuta lo solleverà dal dover pagare. Confedilizia aveva chiesto l’introduzione di criteri oggettivi per ottenere questo diritto, per esempio la perdita del lavoro o un malattia invalidante. Neanche su questo siamo stati ascoltati, e così il criterio per accettare la “morosità incolpevole” rimane soggettivo e attribuito dal giudice.

È per questo che si fa così tanto ricorso al cosiddetto “nero”? Fra le tasse e tutto il resto, è l’unico modo per contentare entrambe le parti?
Gli inquilini non devono sottostare a offerte di questo tipo. Non giustifico assolutamente, in nessun caso, il “nero”. Tuttavia spesso è lo Stato che non riesce a incoraggiare la legalità. Ricordo per esempio un articolo uscito sul Corriere della Sera il 15 luglio 2013 in cui scritto da Pietro Ichino, senatore e professore, lamentava il fatto di non essere ancora riuscito a mettere in regola una casa che voleva affittare. Tra marche da bollo, sportelli, impiegati e pratiche da compilare online, talvolta seguire le trafile burocratiche diventa davvero complesso. Se ha avuto difficoltà Ichino, che – ripeto – è senatore e professore, immaginiamoci quante potrà averne una persona comune.