Usa: donna abortisce in casa con la Ru486, arrestata. Ora si batte per cambiare la legge

Jennie Linn McCormack, 32 anni e tre figli, abortisce con la Ru486 da sola in casa e chiude il feto in una scatola di scarpe, lasciandola sul portico di casa sua. Arrestata per violazione delle leggi dell’Idaho, viene rilasciata ma fa causa allo Stato

Jennie Linn McCormack è una bellissima donna di 32 anni, ha tre figli e vive a Pocatello, nell’Idaho, Usa. Sola e disoccupata, sopravvive grazie a un sussidio di 250 dollari. Quando ha deciso di abortire il quarto figlio, concepito con uomo che ora è prigione, non avendo i soldi per recarsi nella clinica più vicina disposta a praticare l’intervento, in Utah, ha chiesto alla sorella di comprarle la pillola abortiva Ru486 e di spedirgliela. «Non potevo permettermi un altro figlio» spiega, «avrei reso la vita dei miei tre bambini ancora più difficile».

Appena la Ru486 le è arrivata per posta, credendo che la gravidanza non fosse molto avanzata, ha ingerito subito le pillole mentre si trovava da sola, in casa. L’aborto riesce, ma quando Jennie espelle il feto, si rende conto di essere oltre il terzo mese e rimane spaventate dalla grandezza del bambino. «Ero paralizzata» ricorda. Così, presa dal panico, chiude il feto in una scatola di scarpe e lo appoggia sul barbecue, che si trova sotto il portico di casa sua. Impaurita, chiama un amico, che avvisa la sorella di Jennie, la quale riporta tutto alla polizia. Secondo una legge del 1972, abortire da soli in Idaho è un crimine, punibile con una pena che va fino ai cinque anni di carcere.

Jennie viene così arrestata e rilascata poche settimane dopo per mancanza di prove, con l’aiuto del suo avvocato Richard Hearn, che fa causa al pubblico ministero della Contea di Bannock dell’Idaho con l’obiettivo di cambiarne la legislazione in materia che, vieta gli aborti che non avvengono in strutture ospedaliere. Ma Hearn mira soprattutto a modificare la cosiddetta “legge sul dolore del feto”, adottata anche in altri cinque Stati americani, che proibisce gli aborti dopo la ventesima settimana. La legge si fonda su studi secondo i quali il bambino a partire dalla ventesima settimana dal concepimento sentirebbe dolore.

L’avvocato non è appoggiato dalle lobby pro-choice che, pur appoggiando la campagna in favore della libertà delle donne di abortire anche in casa con l’aiuto di una pillola, non vogliono pubblicizzare la solitudine di un aborto fatto in casa e che ha avuto come conseguenza un feto dentro una scatola da scarpe sotto il portico di casa. «La lobby pro-choice può anche pensare che questo non sia il momento di portare il caso davanti a un giudice» dichiara l’avvocato di Jennie. «Ma loro sono così conservatori, mentre io dico che nessun caso è perfetto e poi, se non ora, quando?».

Il caso assume il sapore di un nuovo “Roe contro Wade“, una sentenza del 1973 della Corte suprema degli Stati Uniti, che rappresenta uno dei principali precedenti riguardo alla legislazione sull’aborto e che ha condizionato la legislazione di 46 Stati. Secondo la sentenza, l’aborto è un diritto nei primi tre mesi della gravidanza e diventa possibile, in alcuni casi, fino al settimo mese. Anche oltre, se la salute della donna è in pericolo.