Ucraina, Petraeus: «Kiev non può pensare di infilare un dito nell’occhio di Mosca e aspettarsi che non reagisca»

Il generale ex capo della Cia invoca «una strategia raffinata» per risolvere la crisi tra Occidente e Mosca, che comprende anche lauti guadagni per gli Stati Uniti

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«Il nuovo governo di Kiev non può pensare di infilare un dito nell’occhio di Mosca e aspettarsi che non reagisca. Quindi deve dare garanzie sulle basi e sul trattamento della popolazione russa in tutto il paese, anche se riafferma pure la determinazione a combattere per difendere la sua sovranità e l’indipendenza». A fare il punto sulla situazione in Ucraina è un generale che di esperienza ne ha parecchia: David Petraeus ha guidato le truppe Usa in Iraq e Afghanistan e ha guidato la Cia prima di essere costretto a dimettersi.

IL GAS AMERICANO. Per abbassare la tensione sempre più alta in Crimea, dove il Parlamento ha votato ieri l’annessione alla Russia, che sarà ratificata o meno da un referendum popolare il 16 marzo, secondo Petraeus non basta che Kiev assuma un atteggiamento più equilibrato, ci vuole anche un aiuto da parte soprattutto degli Stati Uniti: «Questa è una partita complessa – ha dichiarato all’organizzazione culturale di Manhattan 92Y – più grande di quanto non appaia, che richiede un fronte occidentale molto unito. Sarà decisiva la linea dell’Europa, che ha scambi molto più ampi dei nostri con la Russia. Io capisco le preoccupazioni dei nostri alleati. Proprio per questo sono favorevole all’aumento della produzione negli Stati Uniti e all’esportazione di shale oil e shale gas». L’Europa, insomma, potrebbe contare sugli Usa, pronti a rubare un’importante fetta di mercato alla Russia.

PUTIN SI DANNEGGIA. Questo potrebbe frenare l’azione di Putin, che «ironicamente ha fatto tutto quello che poteva per rafforzare il sostegno economico internazionale nei confronti dell’Ucraina e in generale del nuovo governo. Fino a qualche settimana fa l’Fmi esitava ad intervenire in aiuto di Kiev; ora nel giro di due giorni sono arrivati 11 miliardi di euro dall’Unione Europea e un miliardo dagli Stati Uniti». Anche per questo, «con una strategia raffinata», si può risolvere la situazione.

«CAPIAMO LA CRIMEA». La partita economica è fondamentale. A Kiev, secondo quanto riportato dalla Stampa, donne e uomini manifestano davanti alla Banca centrale chiedendo «dove sono i nostri soldi?» e della Crimea dicono: «Facciano come vogliono, ma niente guerra. Quasi li capiamo: in fondo, pensioni e stipendi in Russia sono il doppio dei nostri». In Crimea intanto, dove oltre il 70 per cento della popolazione è di etnia russa, ci si prepara al voto.
Se la maggioranza sembra favorevole all’annessione a Mosca, non sono tutti d’accordo, come uno dei deputati dell’opposizione Leonid Pilunskij: «Hanno fatto tutto da soli – dichiara – Nessuno ci aveva avvisato nemmeno della convocazione dell’aula. È una follia. Io e tanti altri russi ci sentiamo ucraini nonostante le nostre origini». Su 81 parlamentari, 78 hanno votato sì all’annessione: «Molti l’hanno fatto perché votare no, con i fucili puntati addosso, non è una cosa facile».

«SIAMO GIÀ IN RUSSIA?». Contrario al referendum è anche il presidente dell’associazione che rappresenta in Crimea la minoranza tatara, Refat Chubarov: «Boicotteremo il voto. La nostra gente non andrà alle urne e non ci limiteremo a questo». La maggioranza però continua ad essere favorevole a staccarsi da Kiev: «Siamo già in Russia da oggi?», chiedeva ieri un giovane entusiasta dopo il voto del Parlamento. «Ho conservato il passaporto russo dal 1991, non vedo l’ora di stracciare quello ucraino».

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