Tutti vogliono il voto moderato, ma i moderati chi sono?

Berlusconi dice di averli rappresentati per 18 anni, Renzi li cerca. Fenomenologia dell’elettore che guarda al centro ma ha smesso di votarlo.

Opposti degli estremisti (quanto meno semanticamente), geograficamente localizzati al centro ma restii ad identificarsi totalmente con esso, in attesa che l’offerta politica da quelle parti assuma connotati precisi. A seconda di chi ne parli, sono rappresentati alternativamente come un bacino d’elettori presentabili oppure il grumo dell’indecisione molle di chi, non sapendo da che parte buttarsi, staziona nel mezzo. Ove è immensamente facile essere strattonati. Ma è questo il destino dei moderati. E chi non li sopporta dirà giustamente che se lo cercano, un destino così. Di fatto non manca giorno in cui un articolo di giornale ne misuri gli umori, le prospettive, le sedicenti guide e (sempre più spesso) gli smarrimenti. L’ultimo, di smarrimento, è quello conseguente ai movimenti di Silvio Berlusconi.

CI SI ACCAPIGLIA DA UN VENTENNIO. Sui moderati ci si accapiglia più o meno da quando Berlusconi, per dimostrare quanto amava l’Italia, ha deciso di candidarsi. Lui l’ha fatto per rappresentarli, i moderati, i suoi avversari sostengono che più che altro li abbia corrotti e confusi. Di certo ha allargato la platea dei loro potenziali rappresentanti. Nel novembre del 1993, durante l’inaugurazione di un Euromercato a Casalecchio di Reno, un Berlusconi ancora sul ciglio dell’agone politico diceva che «se l’area moderata non si aggrega, il destino di questo paese sarà di essere governato da un 40 per cento che non rappresenta il nuovo né come idee né come uomini». Sono i giorni in cui Gianfranco Fini ha sorprendentemente conquistato il ballottaggio nelle elezioni comunali della capitale arrivando davanti a Francesco Rutelli. «Se fossi romano – dice Berlusconi ai giornalisti che gli chiedono un’opinione – voterei per Fini. Non avrei un secondo di esitazione perché è l’esponente che raggruppa quell’area moderata che si è unita e può garantire un futuro al paese». Gianfranco Fini, già pupillo di Almirante, rappresentante dell’area moderata? Sembra un controsenso, ma è un fatto che la storia politica dell’attuale presidente della Camera passi anche da quella patente di moderatismo attribuitagli da Berlusconi, in un momento che passerà alla storia come lo “sdoganamento” (termine che a Fini e ai suoi non è mai andato giù).

IL SANTO GRAAL. Insomma quello dei moderati è un traguardo, un momento di passaggio anche temporaneo che permette di voltare pagina o restare. Restarci è una bella tentazione e lo sa bene proprio il presidente della Camera che insieme a Casini e Rutelli ha voluto metterci le tende nel campo dei moderati terzopolisti e centristi. Con risultati fino ad ora poco esaltanti, è vero. Ma d’altronde l’unione di tutti i moderati è il santo Graal, la cima più impervia, la panacea cui spesso destra e sinistra si propongono di ricorrere. Poche settimane fa sul Giornale Giuliano Ferrara scriveva che l’unico modo per salvare la destra liberale e popolare italiana è – appunto – unire tutti i moderati, schivando gli agguati «di un centro ex terzopolista che vuole fare una razzia di personalità moderate del Pdl e mandare a fondo tutto per contrattare posti con il centrosinistra dato per vincente». L’analisi acuta lascia lo spazio per una considerazione fenomenologica terra terra: i moderati sono un bottino prezioso che va difeso da chi vuole impadronirsene.

TUTTI MODERATI. Il candidato in grado di conquistare i moderati è una tentazione, una via d’uscita dalle situazioni più incresciose. Prendete la martoriata Lombardia. Dopo che Roberto Formigoni ha messo insieme una nuova giunta con la promessa di elezioni nel giro di pochi mesi, destra e sinistra si scaldano. E, ovviamente, l’appello al moderatismo non può mancare. Da entrambe le parti. Solo poche settimane fa Mariastella Gelmini, negando di essere in corsa per la successione del Celeste, auspicava per la regione una «grande riunione di tutti i moderati. Non solo noi e la Lega». Forse il moderatismo gode della proprietà transitiva, sicché se un partito ce l’ha nel dna, ne beneficiano anche i componenti della coalizione. Lega compresa. Intanto, mentre a destra prende quota il nome di Gabriele Albertini e rimane aperta la questione del rapporto con il Carroccio, a sinistra si tenta di mettere in campo il candidato giusto per la prima vera occasione dopo vent’anni di governo di centrodestra. Sul tavolo ci sono i nomi di Pippo Civati, Bruno Tabacci e Alessandra Kustermann. Ma il più gettonato sembra Fabio Pizzul, consigliere regionale Pd e outsider. Per la Lombardia – ha detto il sindaco Pisapia a Otto e mezzo – «ci vuole un candidato diverso da me, visto l’elettorato moderato: zone come la Valtellina o le valli bergamasche non voterebbero mai uno di sinistra che rivendica il suo essere di sinistra».

URGE UNA DEFINIZIONE. L’uomo in grado di conquistare le valli sembra appunto essere Fabio Pizzul, figlio del celebre cronista Bruno. Nel confermare la propria disponibilità l’outsider rivendica con orgoglio l’appartenenza alla grande famiglia dei moderati e per definirla (il problema della definizione, evidentemente, è sentito) cita il compianto cardinal Martini: «In un discorso di sant’Ambrogio aveva detto che il moderatismo deve essere inteso come capacità di risolvere i problemi: in questo senso mi ci ritrovo». Prima di Pizzul le speranze dei democratici si erano concentrate su Umberto Ambrosoli, avvocato penalista e figlio del liquidatore della banca di Michele Sindona ucciso da un killer della mafia. Ambrosoli si è tirato indietro, ma se ci ripensasse – ha detto Pizzul a Repubblica – sarei «il primo a sostenerlo». Il moderato non sgomita, il moderato fa posto a chi ha più titoli di lui. Per l’appunto: risolve i problemi. I moderati vanno molto di moda, specie quando all’orizzonte si profilano dei grillismi. Sarà per questo che la più grande critica a Matteo Renzi, dopo le periodiche ramanzine di chi gli contesta l’uso del termine “rottamazione” riferito alle persone (l’ha sgridato il padre, su Chi, e gli ha fatto una bella predica Barbara Spinelli su Repubblica) è quella di flirtare troppo con l’elettorato moderato. E in questo caso “moderato” è inteso come pendente a destra. Ad apprezzare la volontà di allargare il consenso sono solo i sostenitori del sindaco di Firenze, tutti gli altri (apparati pd in testa) hanno già emesso la sentenza di connivenza con il nemico. «Se perde le primarie – twittava maliziosamente qualche giorno fa Enrico Mentana – Renzi può presentarsi alle altre». Cioè a quelle del centrodestra. Renzi piace a troppi, insomma. Soprattutto: piace alla gente che non piace (a sinistra), e colleziona endorsement che vanno da Berlusconi fino a Lele Mora passando per Daniela Santanché.

GUARDO MA NON VOTO IL CENTRO. Tutto questo sembra solo aumentare la nebbia sui moderati. Forse i moderati stanno alla destra come i riformisti stanno alla sinistra. Forse i moderati stanno un po’ in giro dappertutto e servono a correggere gli estremismi dei vari schieramenti, come quel goccio di acqua calda che si aggiunge al brodo troppo salato. Forse i moderati stanno lì, latenti, in attesa che l’offerta politica dalle loro parti si chiarisca, ora che pure l’Italia Futura di Montezemolo e le associazioni legate a Todi sembrano intenzionate a parcheggiare da quelle parti. Forse i moderati sono quelli che guardano sempre con un occhio di riguardo al centro, ma hanno smesso di votarlo sempre e comunque.