Armi ai jihadisti. Lettera dal carcere del giornalista turco che ha messo nei guai Erdogan

Ha mostrato in prima pagina prove delle armi turche consegnate ai jihadisti in Siria: «Sono una spia ma sono un novellino. I giudici hanno una sola prova, che è stata stampata in 100 mila copie»

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«Sono una spia. Anche se non so per quale paese sto spiando». Riesce a trovare la forza per essere ironico Can Dündar, direttore del giornale turco Cumhuriyet, autore di uno scoop internazionale sulle armi inviate dalla Turchia ai jihadisti in Siria, per questo sotto processo per spionaggio e terrorismo, e incarcerato in attesa del verdetto.

«COME SPIA SONO UN NOVELLINO». In una lettera pubblicata da Hurriyet, il giornalista incarcerato su richiesta diretta del presidente Recep Tayyip Erdogan per aver pubblicato in prima pagina le foto delle casse di armi, scrive: «Non hanno nessuna prova che dimostri che sono una spia. Secondo il verdetto del giudice (che ha autorizzato la sua incarcerazione durante il processo, ndr), ho immediatamente stampato sulla prima pagina del giornale i documenti di cui mi sono impossessato (in fondo, sono ancora un novellino nell’arte dello spionaggio). Il giudice, ovviamente, mi ha beccato… Questa è la loro unica prova…».
Continua il direttore: «Poiché qui la giustizia è un po’ lenta, il giudice si è raccapezzato solo sei mesi dopo… Come un padre violento che dice al figlio, “sto aspettando che vadano via gli ospiti e poi te la faccio vedere”, lui ha aspettato che finisse il G20. Appena se ne sono andati gli ospiti, ha deciso di arrestarmi per impedirmi di inquinare le prove».

AEROPLANINO DI CARTA. Ma come potrebbe inquinare le prove? «Il giorno in questione, 100 mila copie del giornale sono state stampate; questo significa che ci sono 100 mila esemplari della prova. Ho bisogno urgentemente di manomettere tutto. Ho studiato un piano la prima notte. Ho scritto al mio giro di spionaggio: “Trovate tutte queste copie immediatamente e cancellate con un pennarello nero tutti i titoli”. Ho fatto con il foglio di carta un aeroplanino e l’ho lanciato ma si è schiantato contro il muro della prigione Silivri. Ora sono certo che mi condanneranno per aver cercato di “inquinare le prove”».

LETTERE E STURACESSI. Nel prosieguo della lettera, il giornalista spiega di essere «in cella di isolamento» e di aver usato per scrivere al quotidiano e a «28 leader europei» la carta preposta ad indicare al carcere «le proprie necessità». Tra queste indica: «Carta igienica, nastro isolante per la porta in vista dell’inverno, uno straccio per pulire il pavimento (…) e uno sturacessi». In conclusione, chiede a tutti di non dimenticarlo: «È dura essere una spia, ma è sempre meglio che essere un ladro. Con affetto da Silivri… Sono sicuro che è da tempo che non scrivete una lettera. Se volete scriverne una, questo è il mio indirizzo: A-1 / 5 Silivri Cezaevi 34570, Istanbul, Turchia».

Foto Ansa/Ap


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