Tre parole per smontare il ddl Zan

Una sbirciata alle chat dei parlamentari del Pd per rendersi conto che c’è qualcuno molto consapevole delle derive liberticide della legge sulla omotransfobia

omofobia, manifestazione, ragazzo con cartello arcobaleno

Un uccellino ci ha fatto dare una scorsa alle chat interne ai parlamentari del Pd. Di che si parla? Del ddl Zan, argomento tornato d’attualità in questi giorni con l’accusa d’ostruzione in commissione giustizia al Senato nei confronti del leghista Andrea Ostellari e con le prese di posizione di intellettuali come Fedez e Elodie (ironia). Ma pure Enrico Letta, neosegretario del Pd, ha indicato nel testo unico sulla omotransfobia una delle priorità del suo partito.

«Quando parlo della legge Zan, parlo di cose che porterebbero il nostro Paese nel futuro, ci toglierebbero dal Medioevo».
Enrico Letta intervistato a diMartedì (La7), 6 aprile

All’apparenza, nel dibattito italiano i fronti contrapposti sono due: da un lato, la sinistra con i grillini e qualche sparuto rappresentante di Forza Italia, dall’altro la destra “omofoba e retriva” (“medioevale”, per dirla alla Letta) di Lega e Fdi.

Femministe e “differenza”

In realtà, a leggere le chat piddine ci si accorge dell’esistenza di un altro fronte, per lo più dimenticato, che è rappresentato dalle “femministe”. Sono – ma i lettori di Tempi lo sanno, ne abbiamo parlato spesso – coloro che, sin dagli anni Settanta, battagliano per affermare la “differenza” femminile, le sue peculiarità, i suoi diritti.

In questo fronte composito possiamo elencare alcune esponenti americane che in questi anni hanno fortemente criticato l’avanzata della cultura che presenta come donne i trans maschi. Un esempio lampante di questa posizione fu espresso da Elinor Burkett in un articolo sul New York Times tradotto poi in Italia da Repubblica (rileggetelo, è spettacolare). Oppure possiamo ricordare le battaglie di Sylviane Agacinski contro l’utero in affitto o, e ora arriviamo in Italia, le campagne di Arcilesbica contro la maternità surrogata e il testo unico Zan.

Dubbi sul ddl Zan

Ecco, dentro al Pd c’è qualche donna che da quel mondo proviene e che guarda con sospetto il ddl Zan. Perché sa che se domani s’azzarderà a dire che «solo le donne sono donne» potrebbe essere accusata di transfobia. Quindi c’è un problema di libertà di espressione non solo per i “medioevali”, ma anche per i moderni, buoni e tolleranti che stanno sul lato giusto della storia. A riprova del fatto – e qui lo diciamo senza ironia – che prescindere dal dato di realtà biologico con stratagemmi linguistici è un male che si ritorce contro tutti: medioevali, moderni, uomini, donne, omosessuali e trans.

Il Pd in un vicolo cieco

Come ha notato acutamente Gaetano Quagliariello sull’Huffington Post il Pd è finito in un vicolo cieco. Da un lato, lotta per la parità di genere, dall’altro, combatte perché questo genere sia fluido, non definibile, non sia un’identità ancorata a un dato biologico.

Quindi Enrico Letta impone la sua linea perché ai vertici dei gruppi di Camera e Senato vi siano due donne per combattere il “maschilismo” del partito, ma poi si schiera a favore di una legge che punisce chi crede esistere una differenza sessuale tra uomini e donne.

Detto altrimenti e con l’esempio paradossale proposto da Quagliariello:

«Basterebbe, cioè, immaginare cosa accadrebbe se dopo un’aspra battaglia per strappare una posizione di influenza al maschilismo imperante (sempre Letta dixit), una donna assurta a un determinato ruolo in virtù del proprio essere donna si svegliasse una mattina percependosi uomo. Come se ne uscirebbe? Azzerando e ricominciando daccapo la conta sul pallottoliere rosa e azzurro degli incarichi apicali, fino al prossimo cambio di percezione? O ammettendo che, al di là delle bandierine ideologiche che si vorrebbero tramutare in testi di legge, l’identità è qualcosa di consustanziale alla persona e impossibile da scindere del tutto da un ancoraggio alla biologia e al diritto naturale?».

Il capogruppo del Pd

Stressiamo ancor di più l’esempio e immaginiamo che domani, dopo l’approvazione del ddl Zan, Andrea Marcucci, ex capogruppo del Pd al Senato, escluso dalla carica a favore di Simona Malpezzi per il solo fatto di essere “uomo”, si svegli e dica: “Mi sento donna, rivoglio il mio posto di capogruppo”. Con quali argomenti si potrebbe contestare questa sua legittima aspirazione? Se Marcucci si “sente” donna, “è” donna. E chi lo nega è transofobo in base alla legge Zan. Ma se Marcucci “è” donna come Malpezzi, perché la seconda ha più diritti di lui (lei) al ruolo di capogruppo?

Stupratori seriali trans

Paradossi grotteschi? Mica tanto. Un documento di Arcilesbica presentato all’attenzione dei parlamentari di sinistra e M5s per introdurre modifiche al ddl Zan, fa notare che la legge che secondo Letta ci porterà nel futuro è così vaga in alcune sue definizioni che rischia di avere pesanti conseguenze.

Conseguenze che già vediamo oggi negli sport, con atleti trans che primeggiano nelle gare femminili, così come in altri campi più “sensibili”.

«È successo più di una volta in Gran Bretagna e in Canada che degli stupratori seriali, al momento della condanna, si dichiarassero transgender e venissero messi in carceri femminili dove hanno aggredito altre donne».

Se a far fede è la dichiarazione

E a proposito di penitenziari, il Los Angeles Times ha appena raccontato una storia molto istruttiva che arriva dalla California dove una legge iper progressista su queste materie è appena stata approvata. Poi è successo questo: centinaia di trans, detenuti nei carceri maschili, hanno chiesto il trasferimento nelle prigioni femminili. Uomini, dunque, che si dichiarano donne, a prescindere dal fatto che abbiano completato la transizione di genere e a prescindere dal fatto che queste loro parole siano vere o meno.

Se a far fede è, infatti, la dichiarazione di identità e non l’identità attestabile da un dato biologico, che gli vuoi dire? Per ora, a parte quattro già effettuati, tali trasferimenti sono stati sospesi usando come scusa la pandemia.

«Men are coming»

La battuta più interessante di tutto l’articolo del Los Angeles Times è quella che smonta in sole tre parole tutta la retorica sul gender, sul sentirsi uomo o donna, sull’identità fluida, eccetera eccetera. Quando la realtà diventa pressante, quando – come in questo caso – il pericolo che gli stupri aumentino è un pericolo molto reale, concreto, sentito, fattuale, bastano le tre parole con cui le guardie hanno avvisato le detenute del prossimo arrivo dei trans: «Men are coming». Attente, gli uomini stanno arrivando.

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