Il “falso storico” della torcia olimpica: fu inventata dai nazisti, non nell’Antica Grecia

Di Emmanuele Michela
05 Febbraio 2026
L'idea di Carl Diem di portare il fuoco da Olimpia per i Giochi del '36 piacque al Cio, e a Goebbels per l'uso propagandistico che se ne poteva fare. Fu un successo e diventò tradizione
Il passaggio della fiamma olimpica a Vicenza, il 20 gennaio scorso
Il passaggio della fiamma olimpica tra due tedofori, il 20 gennaio 2026 a Vicenza, 17 giorni prima dell'inizio dei Giochi invernali di Milano-Cortina (foto Ansa)

Anni Trenta. Carl Diem – dirigente sportivo tedesco e discepolo fedelissimo di Pierre de Coubertin – durante le attività preparatorie e i sopralluoghi in Grecia assieme al collega di una vita, Theodor Lewald, si lascia prendere da un’idea nuova per accompagnare l’attesa dei Giochi Olimpici del 1936, che si sarebbero svolti nella Germania nazista. Unendo la passione per le staffette a quella per gli sport della Grecia classica (su tutte le antiche lampadedromie, cioè corse fatte con le torce), propone al Comitato olimpico internazionale una nuova modalità per aprire le Olimpiadi: accendere un fuoco direttamente a Olimpia e portarlo, a piedi, con una staffetta di corridori, fino alla città ospitante, appunto Berlino.

L’idea che piacque al Cio e a Goebbels

È così che nasce la tradizione della torcia olimpica, oggi simbolo di unione e fratellanza, ma che nella sua origine ha invece caratteri diversi. Non si trattò della rinascita di una usanza dell’età classica – nella Grecia antica esistevano fuochi sacri, ma non staffette tra poleis – bensì di una reinvenzione moderna. L’idea fu accolta favorevolmente dal Cio e, successivamente, dal ministro della Propaganda Joseph Goebbels, che convinse Hitler a valorizzarla: entrambi videro nei Giochi l’occasione di mostrare al mondo la grandezza della Germania nazista. E nel rito della torcia che da Olimpia raggiunge Berlino, un potente strumento simbolico utile a suggerire la continuità tra il popolo tedesco e un passato glorioso.

Non che Diem fosse un sostenitore del Terzo Reich. Anzi, fu inizialmente attaccato dai nazisti per le ascendenze ebraiche della moglie e per la presenza di numerosi docenti e studenti ebrei nella sua Deutsche Hochschule für Leibesübungen, il primo ateneo al mondo dedicato alle scienze motorie. Tuttavia, lo spazio che riuscì a ottenere era per lui prezioso, soprattutto per chi, come lui e Lewald, si era già impegnato nel 1914 per portare i Giochi del 1916 in Germania (poi annullati dalla Prima Guerra Mondiale). Hitler finì per riconoscere l’utilità del suo talento organizzativo e dell’impatto positivo che i Giochi del ’36 potevano avere sull’immagine della Germania. Nei decenni successivi Diem fu spesso criticato per la sua collaborazione funzionale al regime, e tuttora gli storici discutono del suo ruolo nell’estetica simbolica dei Giochi del 1936 e, più in generale, del suo rapporto – pur distaccato – con il nazismo.

Il rapper e attore statunitense Snoop Dogg tedoforo a Gallarate (Varese) per la fiaccola olimpica di Milano Cortina 2026
Il rapper e attore statunitense Snoop Dogg tedoforo a Gallarate (Varese) per la fiaccola olimpica di Milano Cortina 2026 (foto Ansa)

Davanti a Pierre de Coubertin

Il 20 luglio 1936, a Olimpia, uno specchio parabolico progettato con tecnologia Zeiss fu usato per accendere la fiamma alla presenza di Pierre de Coubertin. Le immagini di quel momento furono rese celebri anche dal film Olympia di Leni Riefenstahl, incaricata da Goebbels di raccontare i Giochi attraverso un linguaggio cinematografico che avrebbe poi segnato la storia del cinema per tecniche e audacia visiva. La macchina propagandistica risultò molto più potente di quanto il Cio potesse prevedere e probabilmente più di quanto lo stesso Diem immaginasse per la sua idea. Le torce, realizzate dalla Krupp con un sistema a magnesio per mantenere viva la fiamma, rappresentavano l’efficienza tecnologica della Germania dell’epoca.

Il viaggio della fiamma durò dal 20 luglio al 1° agosto: 3075 km e 3075 tedofori, attraverso sei Paesi: Grecia, Bulgaria, Jugoslavia, Ungheria, Austria e Cecoslovacchia. Tutti, negli anni successivi, avrebbero subìto direttamente l’espansionismo tedesco.

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Ma il successo della torcia continua

Non finì con i Giochi del ’36 il successo della torcia. Già alla prima edizione delle Olimpiadi successiva alla Seconda Guerra mondiale, Londra ’48, tornò ad infiammare l’attesa dell’Europa per l’evento a cinque cerchi. Dopo tutto, il Cio era rimasto impressionato dalla spettacolarizzazione che lo sport aveva ottenuto a Berlino, e si poteva andare oltre gli scopi propagandistici desiderati da Hitler e Goebbels. Così si tornò a Olimpia, e da lì i tedofori si alternarono in Italia, Svizzera, Francia, Lussemburgo, Belgio e Inghilterra: nazioni che la guerra l’avevano vissuta sulla pelle, la gran parte. In Germania no, perché dai Giochi era stata esclusa per il ruolo primario avuto nella Grande Guerra.

Erano le Olimpiadi dell’austerità: gli atleti alloggiavano in scuole e caserme, non furono costruiti villaggi o stadi perché di soldi ce n’erano davvero pochi. Ma lo sport voleva rinascere, e spingere il mondo verso una ripartenza. E così si affermò la potenza unificatrice di questa fiaccola, capace di enfatizzare il collegamento tra lo sport moderno e le sue origini classiche, unendo popoli e confini.

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