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Grazie a Dio e a mia suocera. Storia di Vargas, portiere talismano

Di Andrea Romano
07 Luglio 2026
L’incredibile vicenda del numero uno della Colombia, che da bambino era detto “El Gordo”. E che fece strada nel mondo del calcio dopo l’intervento della madre della moglie
Camilo Vargas, portiere della Colombia ai Mondiali 2026 (Foto Ansa)
Camilo Vargas, portiere della Colombia ai Mondiali 2026 (Foto Ansa)

Un po’ portiere, un po’ santone. E non sempre in parti uguali. Perché più che la parabola di un portiere, quella di Camilo Vargas da Bogotà, Colombia, sembra la vita del protagonista di un romanzo. Dentro c’è di tutto. Vittorie abbacinanti, sconfitte dolorose, maledizioni infrante, rituali antichissimi. Oltre a una lotta continua contro la naturale propensione all’obesità.

La sua storia è un piccolo compendio della narrazione dei portieri sudamericani. Il rapporto di Vargas con la porta è complicato. Camilo inizia a giocare in attacco. Sfrutta la sua stazza per svettare sui difensori avversari. Non ha nemmeno dieci anni. Ma è già in sovrappeso. Parecchio. Tanto che tutti lo chiamano «El Gordo», il ciccione. Un giorno nella squadra della sua scuola manca un portiere. Camilo sente una chiamata. E scopre la sua vocazione. «Profe, yo paro», dice al suo insegnante. È l’incipit di una storia tutta nuova.

Vargas deve perdere peso. La sua struttura fisica lo rende un unicum. Così si guarda intorno alla ricerca da una figura da trasformare in idolo. La scelta è immediata. «Mi colpiva José Luis Chilavert – dirà anni più tardi – la sua personalità, il fatto che fosse un portiere grande, con una corporatura simile alla mia».

La sua scalata è lenta. La vetta sembra inarrivabile. Il ragazzo inizia al pensare al calcio più come un passatempo che come un lavoro. Almeno fino a un pomeriggio del 2004. «A 15 anni feci un paio di partite molto buone in un torneo di quartiere – ricorda – C’era il presidente dell’Independiente Santa Fe». L’uomo resta impressionato. Così decide di andare a parlare con il ragazzo. «Mi invitarono nel gruppo professionistico, ma a una condizione: dovevo perdere 15 chili».

Lepre e aquila

La bilancia è impietosa. Camilo arriva a pesare 102 chili. La strada per togliersi di dosso il peso in eccesso è una lunga salita sotto al sole. Perché il rischio di fermarsi e prendere la strada al contrario è sempre dietro l’angolo. «È qualcosa di genetico contro cui ho dovuto lottare per tutta la carriera – spiegherà il portiere – Bisogna affidarsi a professionisti e nutrizionisti».

All’inizio Camilo gioca nelle riserve. Poi a 18 anni fa il suo esordio in prima squadra. «Debuttai a 18 anni. È come quando c’è turbolenza in aereo: tensione massima, ma una sensazione molto bella». Presto però Vargas smette di essere solo un portiere. Diventa anche un talismano. Il merito in verità è di sua suocera, Sandra Merino. La signora non ama il calcio. Anzi, lo detesta vagamente. Solo che sua figlia Ángela María Bolívar ha iniziato a uscire con Camilo, che in quel momento è il terzo portiere del Santa Fe. Da quel momento Sandra inizia ad interessarsi della carriera del genero. È molto religiosa. Così ogni giorno inizia a chiedere a Dio di dare a Camilo «l’agilità della lepre e la vista dell’aquila». E anche di aprirgli rapidamente le porte della titolarità. Niente di straordinario. Almeno fino a una notte del 2010.

Camilo Vargas, portiere della Colombia ai Mondiali 2026 (Foto Ansa)

Un caso. O forse no

Con il favore della notte, infatti, Dio avrebbe iniziato a rivelarle cosa non funzionava nel Santa Fe. «Lo Spirito Santo mi disse di alzarmi e scrivere — è questo il modo in cui mi guida —. Così mi svegliai e iniziai a scrivere. Mi disse che il Santa Fe era legato a pratiche di santeria, di occultismo. Che erano state aperte porte alla stregoneria e a cose negative, e che dovevo riferirlo al club affinché desse a Gesù il primo posto». E ancora: «Il Santa Fe era l’unica squadra al mondo con un nome profetico: la Santa Fe, che è la fede santa; è l’unica squadra che ha il leone di Giuda come mascotte; il rosso della sua maglia è il rosso del sangue di Cristo; lottava per la settima stella, il settimo titolo di campionato, il numero perfetto di Dio».

Per questo la donna chiede alla figlia e al genero di metterla in contatto con il presidente César Pastrana. I due non le danno retta. E poco dopo il Santa Fe viene eliminato dal Tolima nel torneo di Clausura del 2010. Un caso. O forse no. La donna non può più aspettare. Trova il numero del presidente e lo chiama. Ma la sua versione della storia non fa breccia. L’anno dopo il Santa Fe si ferma a un passo dalla finale. Stavolta viene battuto dall’Once Caldas.

Stavolta Pastrana non ha dubbi. Deve parlare con la signora Merino. E decide di chiederle aiuto. Il primo contatto tra la donna e i calciatori avviene via Skype. Poi una settimana più tardi si presenta in ritiro. Il club viene da una serie di pareggi. L’allenatore Wilson Gutiérrez è sull’orlo dell’esonero. E il clásico contro il Millonarios diventava fondamentale. Sandra inizia a leggere passi della Bibbia. Lava i piedi ai giocatori, li fa camminare scalzi sull’erba. «Non dimentico il volto di Gerardo Bedoya – dice la donna –  si mangiava le unghie e mi guardava incredulo. Ma poco a poco sentì la presenza di Dio nel Santa Fe e finì per essere uno dei leader che spinsero gli altri giocatori a sistemare le cose».

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Una storia da romanzo

Il Santa Fe di Vargas vince 4-3 il clásico. E inizia la sua cavalcata che si concluderà con il titolo di campione di Colombia. Un trofeo che mancava da 37 anni.

Il 2014 è l’anno della grande svolta. Vargas viene chiamato per la prima volta in Nazionale. Poi inizia a girare: Atlético Nacional, Argentinos Juniors, Deportivo Cali. Nel 2019 arriva all’Atlas. In Messico si trova a infrangere un’altra maledizione. Nel 2021 il club vince il campionato. Non succedeva da 70 anni.

In Nazionale non ha lo stesso successo. Passa la vita all’ombra dell’ex Napoli David Ospina. La situazione cambia con le qualificazioni al Mondiale. Vargas diventa titolare. E guida la squadra durante la Coppa del Mondo. Una storia da romanzo. E ora Vargas sogna che la sfida contro la Svizzera non sia l’ultimo capitolo del libro.  

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