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Grazie a Dio e a mia suocera. Storia di Vargas, portiere talismano

Di Andrea Romano
07 Luglio 2026
L’incredibile vicenda del numero uno della Colombia, che da bambino era detto “El Gordo”. E che fece strada nel mondo del calcio dopo l’intervento della madre della moglie
Camilo Vargas, portiere della Colombia ai Mondiali 2026 (Foto Ansa)
Camilo Vargas, portiere della Colombia ai Mondiali 2026 (Foto Ansa)

Un po’ portiere, un po’ santone. E non sempre in parti uguali. Perché più che la parabola di un portiere, quella di Camilo Vargas da Bogotà, Colombia, sembra la vita del protagonista di un romanzo. Dentro c’è di tutto. Vittorie abbacinanti, sconfitte dolorose, maledizioni infrante, rituali antichissimi. Oltre a una lotta continua contro la naturale propensione all’obesità. La sua storia è un piccolo compendio della narrazione dei portieri sudamericani. Il rapporto di Vargas con la porta è complicato. Camilo inizia a giocare in attacco. Sfrutta la sua stazza per svettare sui difensori avversari. Non ha nemmeno dieci anni. Ma è già in sovrappeso. Parecchio. Tanto che tutti lo chiamano «El Gordo», il ciccione. Un giorno nella squadra della sua scuola manca un portiere. Camilo sente una chiamata. E scopre la sua vocazione. «Profe, yo paro», dice al suo insegnante. È l’incipit di una storia tutta nuova. Vargas deve perdere peso. La sua struttura fisica lo rende un unicum. Così si guarda in...

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