Ma quali sorprese, questo è il Mondiale delle conferme
I più anziani, parliamo del 1971, ricordano E le stelle stanno a guardare, passaggio cult della Rai, ancora televisione di Stato, quando le riduzioni da romanzi (è quello di Joseph Cronin) si chiamavano “sceneggiati” e non “serie tv” come oggi. Ecco, l’attuale Coppa del mondo ha aggiunto un inatteso “non” a quel titolo, perché mai come in questo 2026 le stelle non sono rimaste a guardare. Anzi, sono protagoniste a tutto tondo del torneo distribuito su tre nazioni, confermando per una volta la attese della vigilia.
Giustamente scrive Oliver Kay su The Athletic: «La Coppa del mondo, storicamente, è brutale e spietata. Non fa sconti alla fama. Sul palcoscenico più importante del calcio sono state scritte pagine di storia, ma molto più spesso la pressione si è rivelata insopportabile». Una pressione che ha schiacciato più di un campione in passato.
Quando i grandi steccavano al Mondiale
Pensate alle (dis)avventure di Diego Armando Maradona, che sorrise solo nel 1986 e in seguito si trovò invischiato tra risultati negativi e cartellini rossi (1982), sconfitte brucianti (1990) e positività al test antidoping (1994). O alla testata sferrata nella finale 2006 a Marco Materazzi da Zinedine Zidane, sì campione del mondo 1998, ma anonimo in quel Mondiale tedesco. Pensate a chi non ha mai segnato un gol nella fase finale (Marco Van Basten e Zlatan Ibrahimovic). Oppure pensate al Paolo Rossi di quel 1982 già citato, invisibile e criticatissimo nella fase di qualificazione e irrefrenabile dal match con il Brasile in poi.
Qualcosa di simile è successo a lungo, poi, a Lionel Messi, mai vero protagonista dalla prima apparizione nel 2006 fino al trionfo del 2022, quando vinse per la prima volta il titolo con l’Argentina, chiudendo la bocca ai detrattori che lo accusavano di non essere un valore aggiunto per la Nazionale. Ecco, a 39 anni compiuti sabato 27 giugno, il numero 10 dell’Albiceleste ha dimostrato di non essere emigrato a Miami solo per svernare, ma per continuare a essere un giocatore vero in un campionato meno usurante di quelli europei. Lo ha messo in chiaro da subito: i gol del 3-0 al debutto con l’Algeria e del 2-0 all’Austria sono tutti suoi e, dopo essere partito in panchina con la Giordania, è entrato e ha segnato, proprio nel giorno del compleanno.
Messi, Ronaldo, e i campioni che lasciano il segno
Messi è il capofila di un gruppo di campioni che sta lasciando il segno. Come Harry Kane, uno che ha dovuto abbandonare l’amata Inghilterra (sponda Tottenham) per conquistare finalmente qualcosa in Germania con il Bayern. Gli manca però un’affermazione internazionale, che consacrerebbe una carriera avviata nel 2011. Ci sta provando da capitano dei Tre Leoni, nazionale che ha vinto nella sua storia un solo torneo giusto 60 anni fa, il Mondiale organizzato in casa. Kane si è preso sulle spalle la squadra come sa fare solo lui: poco protagonismo e tanti gol. Ha segnato con Croazia e Panama nel girone eliminatorio, ha realizzato una straordinaria doppietta che ha ribaltato la Repubblica Democratica del Congo in un sedicesimo di finale diventato improvvisamente complicato.
E come lui è stato importante Cristiano Ronaldo, il giocatore in attività che ha fatto più reti di tutti. L’hanno sbeffeggiato dopo il deludente debutto proprio contro i congolesi, l’hanno accusato – a 41 anni – di camminare senza lottare, imbolsito da un campionato di basso livello come quello arabo. Ha incassato, si è sbloccato contro l’Uzbekistan con una doppietta e ha trasformato il rigore che ha aperto la rimonta contro la Croazia ai sedicesimi, nel match che ha mandato a casa l’ex compagno del Real Madrid – e tra poco coetaneo – Luka Modrić.
La preferenza è una cosa seria.
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Haaland, Mbappé e gli altri “giovani”
Se questi sono gli anziani, anche i “giovani” non sono stati da meno. Erling Haaland continua a fare nella Norvegia quanto fa – benissimo – nel Manchester City, dove ha chiuso la stagione con 38 gol in 52 partite (e in quattro annate sono 162 reti in 198 presenze). Doppietta al debutto contro l’Iraq e altri due gol al Senegal, prima di sedersi in panchina in un match inutile con la Francia.
Quella Francia in cui la prima linea stellare ha mantenuto le attese con Ousmane Dembélé, ultimo Pallone d’oro e autore di una tripletta proprio alla Norvegia, ha avuto in Michael Olise un fornitore di assist a ripetizione ed è stato tirato a lucido Kylian Mbappé. Il suo finale di stagione con il Real Madrid era stato ricco solo di sostituzioni, mancati ingressi e polemiche. Al Mondiale ha ritrovato lo smalto perduto (chiedere a Senegal e Iraq), mettendo a tacere la sempre rumorosa critica spagnola. Quella critica spesso più benevola nei confronti di Vinícius Júnior che, pur non brillando anch’egli nel club, ha più di una volta tolto dagli imbarazzi il Brasile di Carlo Ancelotti.
Sorprese? Stelle mai così in forma
Una contemporaneità di rendimento delle stelle che rare volte si era registrata in passato. Certo, come ha ricordato Kane, «nelle partite si vivono momenti da eroe e può essere chiunque nella squadra: con il Congo è toccato a me, ma può essere un intervento decisivo dei difensori o una parata di Pickford». Vero, verissimo. Ma poi sono le statistiche ciò che ricordiamo una volta conclusi i tornei. E quelle, piaccia o meno, le scrive chi segna. Un compito che i big stanno assolvendo benissimo a un Mondiale dove si sono presentati in forma come non mai, nel corpo e, soprattutto, nella testa.
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