Milano-Cortina deve ancora cominciare, ma la partita del “dopo” è già iniziata
Il 23 febbraio 2026, quando l’ultima medaglia sarà già un ricordo e gli accreditati staranno litigando con i trolley tra Malpensa e Linate, i Giochi invernali di Milano-Cortina cominceranno di nuovo. Non sul ghiaccio: nei corridoi vuoti, negli spogliatoi che improvvisamente non servono più, nelle tribune che devono trovare un’altra folla. È lì che si decide se un grande evento resta una fotografia o diventa un’abitudine.
Torino, a vent’anni di distanza, è il posto migliore per capire come funziona questo passaggio di consegne. La pista da bob di Cesana oggi è una scenografia perfetta: cemento, curve, erbacce e silenzio. Ha chiuso nel 2011. A Pragelato, i trampolini sono rimasti lì, come un’insegna senza negozio. Eppure, nello stesso tempo, Torino ha anche un’altra storia da raccontare: un palazzetto nato olimpico – l’Inalpi Arena – che negli anni si è rimesso in moto ospitando Eurovision e le ATP Finals, cioè due eventi che nulla hanno a che vedere con il biathlon ma molto con l’idea di una città che sa riempire sedie e alberghi. La legacy non è un concetto. È un bivio.
I conti non hanno poesia: costi, benefici, debito
La parola “legacy” piace agli organizzatori perché suona pulita, quasi inevitabile. Ma i conti hanno un lessico più ruvido: per Torino 2006 si parla di 3,3 miliardi di euro di costi stimati e di 2,5 miliardi di benefici di lungo periodo tra turismo e infrastrutture, con una perdita netta indicata in 1,3 miliardi. Poi c’è il secondo numero, quello che resta quando gli striscioni vengono staccati: il debito della città. A fine 2025 Torino viene fotografata come una delle città più indebitate d’Italia, con 3,3 miliardi di euro e costi di servizio del debito vicini a 240 milioni l’anno, quasi un quinto della spesa corrente “cash”. Non è moralismo: è cronaca di bilancio. E soprattutto è una cronaca che parla al futuro di Milano.
Milano-Cortina arriva alla vigilia dei Giochi con un copione dichiarato diverso: budget complessivo 5,2 miliardi, di cui 3,5 pubblici per infrastrutture e 1,7 privati per organizzazione e svolgimento. Sul lato delle ricadute economiche, una stima parla di un ‘impatto’ da 5,3 miliardi, dentro cui ci sarebbero 1,2 miliardi di turismo extra e 3 miliardi legati alle infrastrutture (studio Banca Ifis). Numeri da vigilia, appunto. Ma qui il punto non è discutere la cifra: è osservare cosa succede dopo che la cifra è stata spesa.
Porta Romana: il “secondo tempo” scritto nel progetto
E allora conviene spostarsi di qualche centinaio di chilometri e cambiare paesaggio: non più le curve di Cesana, ma lo Scalo di Porta Romana, a Milano. Il Villaggio Olimpico è stato presentato, fin dall’inizio, come un luogo con un secondo tempo scritto nel contratto, non affidato alla speranza. La versione ufficiale dice che dopo marzo 2026 gli edifici diventeranno student housing. I dettagli sono quelli che contano: la progettazione e il racconto del progetto insistono su un “quartiere” più che su un “dormitorio”, con spazi pubblici e funzioni al piano terra. Coima, che ha seguito lo sviluppo, parla di 1.700 posti letto nel post Giochi e colloca il Villaggio dentro un perimetro più ampio: 105.000 mq di residenze previste nello Scalo Romana, con un 50% in edilizia convenzionata e popolare – inclusi i posti letto del Villaggio – e 320 appartamenti in edilizia accessibile.
Questa differenza – tra “impianto” e “quartiere” – è la vera frontiera del dopo. Torino 2006, dentro la città, ha vissuto sulla propria pelle cosa significa lasciare un pezzo urbano senza una seconda vita chiara: un Villaggio Olimpico con parti vandalizzate e occupate per anni, finché una porzione è stata ripulita e trasformata in housing studentesco e sociale. E, sempre in città, un’altra porzione – le arcate vicino al Lingotto – è rimasta in sospeso, con piani che vanno e vengono e un quartiere che aspetta. La differenza tra le due storie non è la bontà d’animo di qualcuno: è l’esistenza (o meno) di un utilizzo credibile, gestibile, finanziabile.
Milano, su questo, parte con un vantaggio: è una città che sa produrre domanda. Non per virtù olimpica, ma per densità. È più facile riempire un’arena in una metropoli che ha già un calendario culturale e fieristico, che vive di flussi e non solo di stagioni. Torino l’ha scoperto nel tempo: lo stesso luogo che durante i Giochi era “un pezzo dell’evento” è diventato, anni dopo, un contenitore di eventi diversi (Eurovision, tennis). Quello che “funziona” non è il ricordo del 2006: è la capacità di non lasciare l’impianto da solo con sé stesso.

Il rischio vero: spendere e poi non usare
Il rischio, per Milano-Cortina, non è tanto “spendere troppo” – quel film si gira sempre, e spesso si monta prima della prima scena – ma spendere bene e poi non usare. Torino offre un dettaglio crudele: gli esempi più evidenti di abbandono sono in valle, lontano dal centro città: pista bob, trampolini. E qui il futuro dei Giochi invernali somiglia sempre di più a un’equazione: più il clima rende instabili neve e temperature, più una sede “specializzata” diventa un lusso difficile da sostenere a lungo. Non serve neppure dirlo: basta guardare la cronologia (chiusa nel 2011) e la geografia (in montagna). La montagna è bellissima finché è piena. Quando si svuota, è spietata.
Immaginiamo allora la scena dopo Milano-Cortina. Non il giorno dopo: due inverni dopo, quando gli atleti non ci sono, e i cittadini non hanno nessuna nostalgia degli accrediti. Se una struttura vive, la riconosci da piccoli segnali: luci accese, parcheggi pieni “in giorni normali”, bar che lavorano non solo durante i grandi appuntamenti. Se una struttura muore, la riconosci dalla manutenzione che si riduce a un cartello e da una promessa che cambia nome ogni sei mesi.
Una legacy che regge: bisogni quotidiani, numeri misurabili
Milano ha già messo sul tavolo una risposta concreta nel punto più simbolico: Porta Romana. Trasformare un Villaggio in studentato non è solo una soluzione urbanistica, è un modo per far sì che i Giochi lascino dietro di sé una cosa che Milano oggi non riesce a produrre abbastanza: posti letto a prezzi sostenibili per chi studia e lavora all’inizio della vita adulta. COIMA lo traduce perfino in percentuali: il Villaggio coprirebbe circa il 6% del fabbisogno di alloggi per studenti a Milano. Non è poesia: è esattamente il tipo di “post” che regge. Un bisogno reale, misurabile, quotidiano.
Il resto, però, non lo farà un comunicato stampa. Lo farà il calendario. Torino, a distanza, ha trovato una via: usare una sede olimpica come casa per eventi che portano pubblico e sponsor. E allo stesso tempo non è riuscita a salvare impianti troppo specifici o troppo lontani, dove la domanda naturale non basta e l’economia del mantenimento si prende tutto. È una lezione che non suona come un consiglio. Suona come una semplice osservazione sul comportamento dei luoghi: i posti sopravvivono quando sono utili senza bisogno di essere eccezionali.
Anche la politica, nel dopo, pesa in modo strano: non tanto per i discorsi, quanto per le forbici. Si racconta che l’hangover finanziario post 2006 abbia spinto Torino verso un’austerità dura, con impatto particolare su spesa sociale e welfare. È un passaggio che a Milano interessa non per paura, ma per realismo: quando arriva il conto, chi non fa rumore rischia di pagarlo. Non serve dirlo: basta ricordarselo quando la città dovrà decidere che cosa tenere acceso.
Inalpi o Cesana: scegliere mentre la fiamma è ancora accesa
E allora Milano, alla vigilia, può permettersi un lusso che Torino nel 2006 non aveva: trattare il dopo come un torneo a eliminazione, non come un epilogo. Ogni luogo uscito dai Giochi avrà un destino tra due estremi: diventare come l’Inalpi Arena – flessibile, attrattiva, riempibile – oppure diventare come Cesana – bellissima, costosa, inutilizzabile. La differenza, spesso, non è nel cemento. È nel fatto che qualcuno, già mentre la fiamma è accesa, stia prenotando date per quando sarà spenta.
In questo senso, i Giochi sono un campionato breve, la legacy è una stagione lunghissima. A Torino il motto era “Passion lives here” e, in un certo modo, la passione ha davvero vissuto: la città si è scrollata di dosso l’etichetta monocorde di “Fiat City”, si è data una metro, piazze pedonalizzate, un centro rimesso a posto, e una reputazione che poi ha saputo spendere. Ma la passione non fa manutenzione. La manutenzione la fanno gli usi, e gli usi li fanno le persone quando un posto è comodo, accessibile, aperto, programmato.
Milano è a un passo dal suo “mese” olimpico: dal 6 al 22 febbraio 2026, con Cortina coprotagonista. Il dopo, però, non comincerà con un comunicato di chiusura. Comincerà con un gesto più piccolo: la prima volta che un milanese entrerà in uno spazio “olimpico” senza sentirsi ospite di un evento, ma cittadino di un luogo. Quando il Villaggio non sarà “il Villaggio”, ma un indirizzo. Quando un palazzetto non sarà “quello dei Giochi”, ma “quello dove si va”. Torino, nel bene e nel male, ha già scritto due finali possibili. Milano può scegliere quale rileggere tra dieci anni.
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Io ho un bruttissimo presentimento: tra Salis e Leonka ci potrebbe essere un assalto delle periferie che sosterranno il “diritto” di vivere come i ZTllini