L’americano Time promuove la famiglia “childfree”. Maioli Sanese: «È la vita in-significante»

Il settimanale americano racconta amanti «felici» che «per avere tutto» rifiutano i figli. La psicologa: «Sono coppie strumentali a un benessere individualista. Per questo censurano fatica e sofferenza»

“The childfree life: when having it all means not having children” (una vita senza bambini: quando avere tutto significa non avere bambini) strilla la copertina del settimanale Time di questa settimana. La foto che accompagna il titolo è quella di una coppia giovane, sdraiata sulla sabbia, con l’aria felice, intenta solo a godersi le vacanze. Nessun marmocchio urlante nei paraggi. È questa la felicità? L’abbiamo chiesto alla psicologa della coppia e della famiglia Vittoria Maioli Sanese.

Le coppie che descritte nell’articolo del settimanale americano sono benestanti, di mezza età e non vogliono bambini. Secondo lei possono funzionare?
Questo è un tipo di coppia “strumentale”, nel senso che il percorso che i due intraprendono è puramente incentrato al benessere reciproco. Si va avanti nel tempo negoziando i propri bisogni, facendo in modo che l’altro vi risponda. È una coppia precaria, a termine, che rischia di franare nel momento in cui, per circostanze variabili, il benessere viene meno.

Qual è la differenza tra una coppia che non vuole figli e una che invece non li ha perché non li può avere?
La differenza sta nella sofferenza. Che in una coppia che non vuole figli viene censurata, non si rischia nemmeno di doversi trovare di fronte alla sofferenza di non poterne avere. La censura è all’origine, perché conta di più il benessere. Manca l’indagine che potrebbe far soffrire. Ma d’altronde il mondo di oggi censura la sofferenza, che può portare un significato. È una vita in-significante, in cui la realtà viene manipolata al fine di non soffrire.

Una donna intervistata si chiede: «Ma se fare la mamma è un lavoro, perché mai dovrei volerlo fare?».
Oggi “fare la mamma” viene percepito così, come un lavoro. Anche la donna che decide di fare figli e intraprende quella strada si trova spesso a combattere con lo stesso pensiero: la maternità a volte rischia di perdere il suo significato più profondo, smette di essere compimento o proseguimento della propria identità, e diventa appunto un “lavoro”. La routine delle cose ne fa perdere il significato più alto, ed è colpa della società. Il figlio diventa un dato oggettivo il cui significato profondo non interessa, diventa quasi uno status symbol. Respiriamo aria inquinata dalla società, le madri si ritrovano a vedere solo la catena delle cose da fare senza rendersene conto.

Il Time cita anche uno studio psicologico che dimostrerebbe che le donne con i figli siano meno intelligenti. Come se a cambiare pannolini si perdesse la ragione.
Mi viene da ridere. Mia madre ha cresciuto me e i miei 7 fratelli ed era una donna intelligentissima, conosceva Pascoli e Carducci a memoria. Eppure passava le sue giornate tra marmellate e bucato a mano. Il lavoro della casalinga viene percepito come un’occupazione “minore”. È qui che affondano le radici del femminismo, che ha sminuito il valore sociale di una cosa così importante. Perché anche mentre stai fissando un pannolino e stai cambiando tuo figlio, stai crescendo quella persona. Il modo in cui guardi tuo figlio e lo cambi, è il modo in cui lo cresci. Contempli un pannolino, e crei una persona.

Un’altra donna nel servizio del settimanale si domanda: «Se non avrò figli, chi mi curerà quando sarò vecchia?».
Con questa affermazione viene eliminato il mistero della vita, e così anche il figlio diventa strumentale, esattamente al pari della coppia intesa come un luogo in cui l’uno serve all’altro in funzione dello stare tranquilli. Viene esaltata ancora una volta la scelta individuale: decido tutto io, e solo per il mio benessere. Ripeto, viene eliminata la problematica della sofferenza. Quando metti al mondo un figlio, quello ha già in sé il mistero della sua morte: lo consegni al suo destino e su di lui non avrai alcun potere. Vedere il proprio figlio crescere è un percorso in cui si accetta la propria impotenza e al tempo stesso ci si riconsegna alle radici più profonde. Un figlio è memoria di questo, ecco il motivo per cui molte coppie lo rifiutano volontariamente.