Tesoro di san Gennaro: una grande storia di fede e di popolo (tutto il popolo, anche la malavita) [link url=https://www.tempi.it/fotogallery/il-tesoro-di-san-gennaro#.UnId7JTX9hw]Foto[/link]

Il voto dei napoletani, che fecero un patto con san Gennaro andando dal notaio, le collette tra il popolo per raccogliere soldi e ampliare il tesoro, fino all’impresa di Navarra, il “re di Poggioreale”. Ci racconta tutto Paolo Jorio

Solo una fede semplice e pazza come quella del popolo napoletano poteva spingere la città a chiedere una grazia a san Gennaro andando dal notaio. Nel 1526 Napoli voleva liberarsi dal flagello della guerra degli angioini, che avevano anche causato la peste in città avvelenando il fiume Bolla, e da quello del Vesuvio, che ogni giorno provocava terremoti come quello dell’Aquila. «Per questo i napoletani decisero di votarsi al loro santo e la grazia ottenuta portò alla costituzione del famoso tesoro di san Gennaro». A raccontare a tempi.it la «storia di popolo» del tesoro il cui valore è superiore perfino ai Gioielli della Corona d’Inghilterra e dello Zar di Russia è Paolo Jorio, direttore del Museo di san Gennaro di Napoli e curatore della mostra il “Tesoro di Napoli”, da ieri esposta per la prima volta a Roma grazie alla Fondazione Roma.

Perché i napoletani sono andati dal notaio?
È una cosa unica, epocale. I napoletani promisero al santo che in cambio della grazia gli avrebbero costruito una nuova cappella, più grande. E per sottolineare che la cappella non sarebbe stata né della Chiesa né dello Stato ma di tutti i cittadini di Napoli, fecero un patto notarile ufficiale il 13 gennaio 1527. Crearono anche un assessorato per la cappella.

 Ottennero la grazia?
Certo, i flagelli finirono e nel tempo la cappella grazie a un patrimonio di beni popolari e il contributo di imperatori, re, regine e papi arrivò a raccogliere una collezione di 21.610 capolavori. La cappella è diventata la casa di tutti e per centinaia di anni niente è mai stato rubato perché i napoletani sono il migliore antifurto.

La mostra che ha aperto ieri è unica e contiene pezzi dal valore inestimabile.
Sì, oltre alla mitra incastonata da 3.326 diamanti e la famosa collana realizzata con 13 grosse maglie in oro massiccio con appese croci tempestate di zaffiri e smeraldi, ci sono anche 54 busti d’argento che rappresentano i santi conpatroni di Napoli e che sono stati commissionati e pagati tutti dal popolo, che poi li portavano in processione.

Il tesoro è una grande storia di popolo?
Esatto. Per realizzare la mitra, che serviva da copricapo alla statua di san Gennaro durante le processioni, è stata fatta una colletta in tutte le parrocchie del Regno e sono stati raccolti oltre 20 mila ducati tra la gente comune, una cifra abnorme per l’epoca, impensabile.

Anche Napoleone stesso contribuì.
Sì, lui che aveva saccheggiato tutta l’Italia, a Napoli non toccò niente ma offrì una croce e un ostensorio di rara ricchezza. Tanti altri potenti del mondo aggiunsero doni alla collezione, sia perché erano devoti sia per ingraziarsi il popolo. Del resto, san Gennaro non è di destra né di sinistra ma di tutti, è un santo laico, oserei dire, si crede a san Gennaro. Punto. Questo vale anche per la malavita.

In che senso?
C’è una storia che pochi sanno e che ci tengo a raccontare. Durante la Seconda guerra mondiale una bomba cadde sul duomo di Napoli e per proteggere il tesoro i napoletani lo fecero custodire al Vaticano. Terminata la guerra, il Vaticano era riluttante a restituirlo. Al cardinale di Napoli si presentò un palombaro di nome Giuseppe Navarra, molto famoso per le sue attività nel mercato nero. Era soprannominato il re di Poggioreale, era un malavitoso insomma, e disse: «Il tesoro ve lo recupero io». Il cardinale, allora, gli diede l’incarico ma non fu così facile.

Cosa accadde?
Dopo dieci giorni si seppe che era riuscito a riprendere il tesoro ma Navarra sparì nel nulla e a Napoli si disperavano chiedendosi come avessero potuto fidarsi di lui. Dopo dieci mesi, invece, Navarra si presentò davanti al Duomo con tutto il tesoro intatto. Non aveva preso niente e spiegò che conoscendo le bande di sbandati che c’erano al tempo aveva dovuto viaggiare solo di notte e per strade secondarie facendo un giro lunghissimo per raggiungere Napoli. Quando gli chiesero cosa voleva in cambio disse: «Niente, voglio solo avere l’onore di essere riconosciuto come colui che ha riportato il tesoro di san Gennaro a casa». Questa la dice lunga.

Come è nata l’idea della mostra?
Grazie all’intuizione del direttore della “Fondazione Roma” Emmanuele Emanuele, che è rimasto così meravigliato dalla collezione che ha deciso di farla vedere a tutti per la prima volta. Alcuni pezzi infatti erano esposti al Museo, altri erano custoditi in un caveu. Oltre a essere un momento di valorizzazione e promozione unico per noi, al termine dell’esibizione la Fondazione ci regalerà le teche blindate di cui dispongono così che potremo esporre al Museo di Napoli dei pezzi che fino a oggi sono sempre rimasti nascosti al pubblico.