Terremoto. Cosa bisogna sapere per evitare di parlare a vanvera di “crolli anomali”

È partita la caccia al colpevole, ma che cosa si intende per “edificio antisismico”? Intervista a Piero Celani, già sindaco di Ascoli ed esperto ingegnere civile

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“Crolli anomali”: è il titolo significativo della prima informativa sul terremoto in centro Italia consegnato dai vigili del fuoco alla procura di Ascoli. Il dossier servirà come primo passo nelle due inchieste aperte per accertare le responsabilità nei crolli di Amatrice, Arquata del Tronto e Accumoli che hanno sofferto i maggiori danni dal sisma del 24 agosto, ma intanto sui giornali e in tv rimbalzano le domande e le polemiche sull’errore umano: le costruzioni erano a prova di terremoto? Sono state disattese le norme? E soprattutto, dire che un edificio è “a prova di terremoto” o “costruito a rigor di legge” significa la stessa cosa? «Assolutamente no», spiega a tempi.it Piero Celani, consigliere Regionale delle Marche, già sindaco di Ascoli Piceno ed esperto ingegnere civile: «Non sono assolutamente la stessa cosa. È necessaria però una premessa perché quando si parla di edifici antisismici cadiamo in un grande equivoco: antisismico non significa “incrollabile”, ma progettato per resistere a determinate forze sismiche stabilite dalla normativa nazionale, per contenere le lesioni e per consentire l’evacuazione dei suoi abitanti salvando più vite possibili. Queste forze sono calcolate considerando una serie complicata di fattori in modo da prevedere quali caratteristiche potrebbe avere un terremoto qualora si verificasse in quella determinata zona ed elaborare, attraverso un algoritmo, un coefficiente di sicurezza: si tratta di un criterio ovviamente parziale usato in materia di progettazione e ristrutturazione per adottare provvedimenti specifici che garantiscano un buon comportamento delle strutture sottoposte ad azioni sismiche e contenere le incertezze. È chiaro che ogni evento anomalo, ogni terremoto che superi i livelli previsti per quella zona e quella progettazione, rappresenta una incognita, e non solo per gli edifici che non sono stati costruiti a norma fino ai primi anni Novanta».

Sotto accusa gli interventi di prevenzione e ristrutturazione nei Comuni colpiti dal terremoto. C’è stato dolo, potevamo risparmiare soldi e vite umane?
Noto una grande confusione anche quando si parla di tali interventi: le case dei Comuni colpiti dal terremoto avevano subito semplici ristrutturazioni, miglioramenti o adeguamenti alle normative “antisismiche”? I termini non sono affatto sinonimi e indicano gli interventi contemplati dalla normativa sulle costruzioni esistenti. L’intervento locale, o la semplice ristrutturazione, consiste in una sorta di riparazione o rafforzamento di singoli elementi della struttura e interessano porzioni limitate della costruzione; il miglioramento consiste nell’introdurre nuovi elementi strutturali e materiali che modificano il comportamento dell’intero edificio per aumentarne la sicurezza strutturale pur non raggiungendo i livelli stabiliti dalle norme; l’adeguamento invece interessa l’intera struttura portandola a diventare un organismo edilizio diverso dal precedente, una sorta di nuova costruzione che garantisce prestazioni che conseguono i livelli di sicurezza imposta dalle norme. Ora, nei nostri centri storici vengono eseguiti soprattutto interventi di miglioramento e per ragioni facilmente comprensibili: adeguare una vecchia struttura come quella che può essere una chiesa con navate da 15 metri significherebbe introdurre nuovi setti murari che ne modificherebbero profondamente l’impronta storica. In questi casi è possibile quindi apportare miglioramenti, introducendo cordoli, catene, tiranti, alleggerendo elementi strutturali, tutti interventi che in un’ipotetica scala di sicurezza spostano da 3 a 6 la capacità di risposta sismica di un edificio, ma non la porteranno mai a 10. Per questo quando si parla di inchieste è necessario fare dei distinguo: se i “crolli anomali” si sono verificati in presenza di un intervento di adeguamento, allora è bene indagare e capire di chi sono le responsabilità.

Ma chi decide per quali interventi optare? La normativa è aggiornata in questo senso?
La scelta è in capo a proprietario e progettista e viene effettuata in genere sulla base delle risorse disponibili e alla tipologia dell’edificio. Laddove si è usufruito di finanziamenti pubblici per l’adeguamento, esso andava fatto e a norma di legge. Posto che ogni calcolo scientifico ha sempre un grado di approssimazione, ciò che permette un processo di revisione e miglioramento costante è proprio l’esperienza e il verificarsi di eventi sismici. L’attuale normativa nazionale risale al 2008 ma dopo il terremoto dell’Aquila, così come dopo ogni evento sismico, ha subito profonde rivisitazioni: eppure dal 2012 queste giacciono sul tavolo del ministero delle Infrastrutture e nessun capo di dicastero ha ancora aggiornato e adeguato la norma. Si tratta di un fatto gravissimo.

Sotto accusa i tetti in cemento armato, ribattezzati i “killer” del terremoto.
Anche in questo caso è necessaria una premessa: la forza sismica è proporzionale alla massa dell’edificio che investe, detto in soldoni più un edificio “pesa”, più subirà il contraccolpo della scossa del terremoto. Fino ai primi anni Novanta la normativa consigliava di costruire tetti in cemento armato, ossia strutture resistenti che però in caso di terremoto oscillano in un blocco unico gravando sulla struttura sottostante che se fatta di sassi di fiume come quelle che si costruivano 80 anni fa e che costellano tutti i borghi storici degli Appennini, finisce per non reggerne il peso. Il problema ad Amatrice, Accumoli, Arquata è stato dunque quello della qualità della struttura muraria, non il tetto di cemento in sé che se poggiato su solide strutture fornisce buone risposte al sisma anche se non eccezionali come quelli di legno. Per questo la prima misura urgente per ricostruire dopo il terremoto è avere una mappatura dei nostri borghi italiani, edificio per edificio, casa per casa. Incentivare a livello fiscale e di risorse i privati per costruire case in modo da ridurre veramente la tendenza a subire un danno in seguito ad un evento sismico.

Nel mirino ci sono due ristrutturazioni in particolare, come quella della scuola di Amatrice rifatta nel 2012 o il campanile di Accumoli: lavori clamorosamente inadeguati fatti con fondi pubblici dicono i giornali, è così?
Io le posso dire quello che ho visto ad Arquata del Tronto: la scuola del paese era stata oggetto di un un intervento di miglioramento ed è rimasta in piedi, assolvendo il suo compito di resistere senza crollare. Certo, oggi è inagibile ma se fosse stata piena di bambini non ci sarebbero stati morti, è stato quindi eseguito un buon lavoro utilizzando buoni materiali. Ad Amatrice non so cosa sia successo, ho letto che su 700 mila euro di finanziamenti pubblici ne sono stati usati solo 500 mila, è chiaro che l’intervento non è stato portato a termine e che bisogna accertare le responsabilità. Il campanile merita invece un discorso a parte: si tratta di una costruzione particolarissima che va trattata in modo chirurgico in sede di ristrutturazione, attraverso interventi di adeguamento specifici. È una struttura fragile, con un altissimo grado di vulnerabilità ai terremoti.

Ma sull’Appennino è possibile ricostruire, sostituire materiali e murature? Ci sono esperienze pilota in Italia o è necessario il coinvolgimento dei vari Piano e Fuksas che si sono già spesi sui giornali per offrire il loro contributo?
Assolutamente sì, penso alle operazioni di ricostruzione in Friuli dopo il terremoto degli anni Ottanta e a quelle sull’Appennino umbro-marchigiano dopo il 1997: da Norcia al maceratese sono stati attuati modelli organizzativi e ristrutturazioni che pur migliorabili in funzione delle evoluzioni tecnologiche (e dell’esperienza acquisita nel tempo) devono fare scuola, diventare best practices ed entrare nei manuali di tutti i progettisti italiani e degli enti deputati ai controlli. Ben venga quindi il contributo dei grandi nomi della progettazione laddove si parli di ricostruzione di interi borghi che per la paura del terremoto rischiano ora di venire abbandonati, ma per quanto riguarda la messa in sicurezza, il territorio dispone di una buona scuola di professionisti che hanno acquisito un grande know how, non vedo la necessità di archistar al lavoro sull’Appennino.

Cosa ricorda della notte del sisma?
Ero ad Ascoli. Ho una buona esperienza di terremoti fin dal 1972 quando, ancora studente, vissi quello di Ancona, poi Ascoli, l’Irpinia, il sisma umbro marchigiano, l’Aquila. Mi colpì la virulenza e la forza della scossa sussultoria che si protrasse per quasi due minuti. Ricordo di aver pensato subito a mettere in sicurezza mia madre e di aver guardato mia moglie esclamando: «Questa volta tocca a noi». Non pensavo che la casa potesse resistere a un colpo del genere. Abito vicino a una caserma dei vigili del fuoco, la strada si era riempita di persone e regnava un silenzio irreale. Solo dopo la seconda scossa abbiamo capito che l’epicentro non doveva trovarsi lontano e iniziammo a capire cosa stava succedendo leggendo gli appelli del sindaco di Amatrice e a seguire le notizie su tutte le zone interessate. Raggiunsi Arquata e mi misi subito al lavoro.

Foto Ansa


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