O il Grande Swap o il grande flop. Letta ha una sola chance per non farci uscire dall’euro. Questa

Una colossale operazione immobiliare per valorizzare il patrimonio pubblico, abbattere il debito e tagliare finalmente le tasse. Difendiamo la proposta di Brunetta

Finalmente una proposta sensata. È la proposta di Renato Brunetta, fatta propria dal Pdl, di ridurre il debito pubblico non a suon di tasse recessive o di improbabili tagli di spesa, ma attraverso una combinazione di vendita e di valorizzazione di asset pubblici. Con un debito che sfiora il 130 per cento di un Pil declinante, questo scannarsi dei politici sull’aumento di un punto di Iva o sul tipo di casa su cui deve incidere l’Imu fa l’effetto del beccarsi dei famosi quattro capponi che Renzo portava all’Azzeccagarbugli.

Ormai siamo nel gorgo. Il debito produce gli interessi, nel Def 2013 previsti in forte crescita, fino a oltre 100 miliardi di euro nel 2016, e gli interessi producono il debito, oltre 2 mila miliardi. Uscirne in tempi rapidi, senza che una intera generazione debba dire addio alla sua speranza di futuro, non può certo accadere per ordinaria amministrazione, ci vuole il coraggio di una discontinuità.

L’Italia ha una fortuna, lo dico senza ironia: è un paese comunista. Ha un patrimonio pubblico enorme (e mal gestito). Musei, ospedali, caserme, scuole, abitazioni e uffici, partecipazioni in società, crediti. Finora nessuno ha voluto guardare dentro a questo immenso regno. Dicono che si tratti di migliaia di miliardi. L’ipotesi del Pdl punta a ridurre di 400 miliardi in 5 anni il debito sovrano, portandolo al di sotto del 100 per cento del Pil attraverso:

100 miliardi di vendita di beni pubblici, a lotti di 15-20 miliardi all’anno, operazione possibile anche in tempi grami come questi;

40-50 miliardi di valorizzazione di concessioni demaniali, un pozzo di san Patrizio usato per gestire ormai ben identificabili clientele;

25-35 miliardi di tassazione ordinaria sui patrimoni degli italiani in Svizzera, ottenibili all’unica condizione che si voglia approvare senza indugio un accordo ormai steso e che sta fermo solo per evitare i rigurgiti moralistici di qualche politico fuori dalla realtà;

215-235 miliardi di valorizzazione del patrimonio pubblico nei termini che descriveremo sotto.

Questa manovra avrebbe, una volta portata ad effetto, un impatto virtuoso sulla spesa pubblica per interessi sul debito, che potrebbe tendenzialmente dimezzarsi in 5 anni. La riduzione deriverebbe dall’intervento sullo stock, dalla conseguente riduzione dei tassi di interesse/rendimento (divenendo quello italiano un paese molto meno a rischio di insolvenza, si ridurrebbe anche il costo del debito in rimanenza), nonché da azioni mirate di riduzione selettiva del costo del debito stesso, attraverso l’acquisto sul mercato secondario di titoli del debito pubblico italiano emessi a tassi eccessivamente elevati.

Tutto ciò non farebbe venir meno l’urgenza di ridurre i costi della macchina pubblica (la famosa spending review) né di portare avanti le riforme dei mercati del lavoro e dei servizi, così da restituire efficienza e competitività alla nostra industria. Al contrario, si tratta di perseguire un effetto virtuosamente cumulativo: più risorse per gli investimenti di cui il nostro paese ha drammaticamente bisogno, con una ricaduta immediata sull’occupazione, e la possibilità di abbattere il carico fiscale di 5 punti nei prossimi cinque anni.

Il potere ai cittadini
Ma chiariamo il senso della manovra di valorizzazione del patrimonio pubblico da 215-235 miliardi. Non si tratta di una vendita. Si mettano il cuore in pace i custodi dei valori nazionali. Nessuna potenza plutocratica potrà specularvi sopra. Non vi sarà nessun Britannia ormeggiato al largo delle coste italiane. Si tratta di uno scambio tra debito e asset. Lo Stato straindebitato – come farebbe una normale impresa nelle medesime condizioni – si rivolge ai suoi creditori, che poi siamo per lo più noi cittadini italiani, e offre loro i propri beni in cambio del debito. È uno swap. Il Grande Swap.

Il modo è, all’essenza, semplice. Soggetti privati (banche, assicurazioni, fondazioni bancarie, Sgr) concorrono alla modesta capitalizzazione di una azienda che compra a credito asset, per lo più immobiliari, che fanno capo a soggetti pubblici. Parliamo degli anzidetti musei, scuole, caserme, ospedali, tribunali, edifici pubblici vari. Sono i luoghi dello Stato e delle pubbliche funzioni. Cambia qualcosa se anziché nella proprietà dei fruitori essi sono nella loro disponibilità per contratto di locazione? No, non cambia nulla, a condizione che i contratti siano di durata adeguata, con diritti di rinnovo. Ebbene, appena ceduti, questi beni vengono dati in locazione al venditore a canoni ragionevoli (diciamo un 5 per cento, per un totale di circa 12 miliardi?) ma tali da sostenerne il valore. Così avremo una gigantesca società immobiliare che godrà dei flussi dei canoni di locazione e potrà emettere obbligazioni a lunga durata (5-10 anni). Queste obbligazioni – poiché coperte da un sottostante in immobili dati in uso a un conduttore solvibile come lo Stato – avranno rendimenti molto contenuti, tipo i Bund tedeschi. Le obbligazioni potranno essere sottoscritte a condizioni di favore dai possessori di titoli del debito italiano, concambiando tali titoli con le obbligazioni medesime. Coi proventi del collocamento delle obbligazioni la società acquirente pagherà gli immobili acquistati e lo Stato ridurrà il debito pubblico in corrispondenza. Ai portatori di obbligazioni verrà consegnato un warrant, un diritto di opzione che consentirà loro di acquistare i beni posseduti dall’immobiliare concorrendo al rimborso delle azioni stesse.

Ma il vero aspetto critico della vicenda sarà la gestione dell’immobiliare. Dovrà essere efficiente e dinamica, tesa all’incremento del reddito ricavabile dagli immobili e alla valorizzazione del patrimonio attraverso operazioni di sviluppo immobiliare nei settori della scolastica, della sanità, della musealità, dell’housing sociale, della difesa e della sicurezza, dei trasporti e così via. La qualità del management sarà fondamentale: servirà personale specializzato nella gestione e nella valorizzazione del patrimonio immobiliare, non la burocrazia che oggi amministra passivamente questi beni. Ci vorrà la collaborazione responsabile delle amministrazioni pubbliche. Bisognerà approntare un nuovo armamentario legislativo affinché lo sviluppo edilizio diventi possibile, non la defatigante corsa a ostacoli che è oggi. Il progetto richiederà un sommovimento e un rinnovamento dell’intero paese.

Tutto facile? Niente affatto. Le difficoltà a realizzare il Grande Swap sono enormi, e lo dimostra il fatto che la proposta non è avanzata dal potere istituzionale, ma da un outsider come Brunetta.

Chi si metterà di traverso
Primo, c’è una classe di burocrati a vario livello che sotto la maschera dell’interesse pubblico vuol continuare a gestire l’enorme patrimonio pubblico italiano.

Secondo, c’è l’ideologia. Il Grande Swap – lo si voglia o no – è una enorme privatizzazione. Un’operazione di spostamento del potere dallo Stato ai cittadini, dallo Stato al mercato. Il suo contrario è, guarda un po’, la patrimoniale. Via patrimoniale lo Stato continua a essere un bell’arnese del socialismo reale e impone il suo risanamento al settore privato: le risorse si muovono dal privato al pubblico, invece che in senso contrario. L’ideologia in questo paese è una cosa seria. Cominceranno a sparare addosso a questa idea agitando lo spauracchio degli speculatori. Ma non dovete crederci, è solo fumo negli occhi per mantenere un carrozzone che dissipa risorse di tutti e fa sì che i palazzi della vita pubblica siano tenuti in modo indecoroso.

Terzo, c’è l’Europa. A una parte di essa fa comodo avere un’Italia dimezzata, azzoppata, avvilita. Fin che dura, dura. Non mi sorprenderebbe se saltasse fuori qualche cavillo contabile per impedire, per esempio, che quel tipo di debito esca dal perimetro del settore pubblico. Ma se così fosse, dovremo rispondere nell’unico modo che questi signori meritano: chissenefrega. Mettetelo dove volete questo debito. A noi interessano solo due cose: il responso dei nostri cittadini e quello dei mercati.

Quarto, c’è l’inconcludenza, il pressapochismo e la cialtroneria della politica e del settore pubblico italiano, quale che sia il suo colore. C’è nel nostro paese una naturale tendenza all’abuso nell’uso del potere. E c’è l’impotenza della politica. Le idee in Italia non marciano, si fermano a ogni sosta. C’è lo stile formalistico e causidico di una certa burocrazia, pronta a trovare cavilli ovunque, indisponibilità, demanialità e interessi superiori che si oppongono. Bisogna mettere in campo un manipolo di “teste di cuoio” pronte a dare battaglia all’ultimo sangue contro chi, in ogni meandro della pubblica amministrazione, si metterà di traverso.

L’ultima chance per non affondare
Come mai ad oggi non c’è un inventario ben fatto del patrimonio nazionale? Chi si oppone? Come mai la Ragioneria non è alla testa di questo movimento? Come mai non si pensa agli strumenti legislativi da approntare per questo progetto? Come mai si perde tempo in mille sciocchezze, con un paese allo stremo, anziché in cose serie come questa?

La rivoluzione si fa qui. E non la possono fare coloro che sono latori di culture, cinismi e concezioni che hanno portato l’Italia, passo dopo passo, oltre il baratro in cui si trova.

Io sono ormai un pessimista. Vedo il treno dell’economia nazionale destinato a schiantarsi contro un muro. Vedo un euro che ci condanna a un lento strangolamento, fino al botto finale, l’uscita disordinata e non pianificata dalla moneta comune, con un sistema che si sfalda e i più deboli che pagano il prezzo salato della fine del regime. Ma questa proposta mi rianima. È un’idea che predico ormai da tre anni: se veramente si facesse lo swap, il Grande Swap, allora potremmo restare nell’euro e giocare la nostra partita con la Germania, senza mani e piedi legati. Forza perciò, sosteniamo questa idea, facciamola nostra come fosse una zattera di salvezza. L’ultima, in mezzo al naufragio.