T.S. Eliot, i 90 anni de “La terra desolata” e l’accadere dei segni

Nell’ottobre del 1922 la rivista Criterion ospita “The waste land”, l’opera di T. S. Eliot che segnerà l’evoluzione della letteratura mondiale.

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«Aprile è il più crudele dei mesi». Si apre così La Terra desolata di Thomas Stearns Eliot, scrittore anglofono che ormai novant’anni fa pubblicò sulle pagine di Criterion la prima versione del suddetto poemetto, destinato a investire i canoni letterari tradizionali di un ulteriore sostrato di significati e di illuminare i poeti futuri. Diviso in cinque sezioni – La sepoltura dei morti, Una partita a scacchi, Il sermone del fuoco, La morte per acqua, Ciò che disse il tuono – compie quasi un secolo il testo che, al pari forse della sola Commedia di Dante e dei Fleurs du Mal di Charles Baudelaire, ha segnato uno spartiacque nel pensare, scrivere, sentire il fatto poetico, e la vita in genere.

THE WASTE LAND. Che La Terra Desolata sia un poema di stampo eziologico, è risaputo. Il destino dell’umanità contemporanea, all’indomani della prima Guerra Mondiale e nel timore dell’avvenire della seconda, non è cosa che dia speranza nell’Europa degli anni Venti. Anzi. Pare che nel medesimo periodo Eliot si trovasse a Losanna con la moglie, quest’ultima preda di gravi disturbi psicologici. Non per nulla, l’unica relazione che ebbe, in quel periodo, con l’editore, fu attraverso lettere. Editore che ha un nome di rilievo: Ezra Pound, lo stesso dei Cantos, lo stesso che imparò dal premio Nobel William Butler Yeats, lo stesso che dalla sua Irlanda introdusse la letteratura pre-raffaeliani in Inghilterra.

IL RAPPORTO CON MONTALE. Ezra Pound, «il miglior fabbro» a cui si riferisce l’esergo de La Terra Desolata, ha ridotto di circa la metà la versione iniziale del poemetto. Questa sintesi ne fa un oggetto prezioso, cristallino, sfaccettato come un diamante illuminato. Si pensi alla continua fusione di elementi della letteratura rinascimentale con quelli tratti dal ciclo arturiano. La ricerca del Graal in un mondo in continuo mutamento e distruzione, la possibilità di un rinascita, la necessità di una risposta che scenda come il tuono dal cielo, è ciò che unisce Eliot a uno dei nostri poeti più vicini, Eugenio Montale, che tanto apprezzerà (Eliot ne volle tradurre, per la sua rivista, qualche brano).

CORRELATIVO OGGETTIVO. Se l’espediente del “correlativo oggettivo” montaliano – su cui la critica avanza una serie di interrogativi, in merito al suo rapporto con l’istituzione della metafora, e propriamente sulla sua esistenza – si pensa mediato e creato dallo stesso Eliot, tuttavia bisogna fare i conti con un’altra figura che, ben prima di lui, praticava la stessa formula: Jules Laforgue. Poeta francese di origine uruguaiana decadente, morto appena ventisettenne, i suoi richiami alla luna raccolgono oggetti investiti di significati ulteriori, pur mantenendo il riferimento referenziale all’astro. Come a dire: le cose hanno sensi e dimensione a noi sconosciute, non oso solo ciò che si vedono. Sono segni, e come tali accadono.

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