Storia della famiglia Maggiore di Lampedusa, e dei loro cento figli venuti dal mare

Si chiama Seydou il 17enne senagalese arrivato su un barcone e ora in affido alla famiglia Maggiore, che prima di lui ha dato ospitalità a centinaia di minori

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Da sinistra, Seydou con Eleonora, Piera e Lillo Maggiore, la famiglia di Lampedusa che lo ha preso in affido

Lillo Maggiore e la moglie Piera hanno due figlie, Maria (24 anni) e Eleonora (19): lui lavora in una scuola come assistente amministrativo, lei è comandante dei vigili urbani. Particolare non trascurabile: sono di Lampedusa. «È iniziato tutto dopo la tragedia del 3 ottobre. Il naufragio di un barcone, in cui persero la vita più di 366 persone», racconta Lillo a tempi.it. «In quei giorni abbiamo accolto a casa nostra, per 4 mesi, Teame, che all’epoca aveva 22 anni e Alex (24), due ragazzi eritrei, sopravvissuti al naufragio. Per noi sono dei figli, anche se oggi Teami vive in Norvegia e Alex in Olanda. L’anno scorso, Teame, che è diventato un sacerdote ortodosso, è tornato a Lampedusa e ha detto a mia moglie: “Mamma Piera, sarei felice che fossi tu ad accompagnarmi all’altare, e vorrei sposarmi qui, su quest’isola”. Io gli ho promesso che non solo accadrà questo, ma che il rinfresco del matrimonio lo offrirò io».

SOPRAVVISSUTO. Esiste un’umanità nascosta a Lampedusa ed è quella di tante famiglie come i Maggiore, di cui si parla poco, eppure hanno grandi storie d’accoglienza da raccontare. «La mattina del 3 ottobre 2013 ero alla scuola a lavorare – ricorda ancora Lillo –. Perciò, non vidi al molo le navi dove man mano sbarcavano i superstiti della strage. Nel pomeriggio, rincasando, incontrai per caso in una via un ragazzo che piangeva. Chiesi se stava male, perché non sapevo ancora nulla. Si chiamava Alex e fu lui a raccontarmi cos’era successo. In mare aveva perso il suo amico più caro. Lo invitai a bere un caffé e a fare una doccia a casa mia. Con lui e con Teame è come se sia scattata una molla. Nei giorni successivi, tornarono ogni giorno a mangiare a casa nostra e a usare il computer per contattare i loro parenti che vivevano all’estero. Ogni giorno erano da noi, e a me, aprire le porte di casa, è parsa la cosa più naturale da fare. Chi non farebbe la stessa cosa di fronte a chi è scampato a una tragedia? Alex e Teame sono rimasti a Lampedusa sino al 10 gennaio 2014, poi sono partiti. Noi piangevamo come matti, è stato doloroso separarci, proprio come se partissero due figli. Ma con loro non era finito qualcosa, semmai era iniziata una vita diversa».

«È SEMPRE UNA FESTA». Nel periodo in cui hanno conosciuto i due eritrei sopravvissuti, la famiglia Maggiore ha aperto le porte della propria casa a molti altri ragazzi, a cui hanno sempre offerto una doccia, un caffè, un pranzo, la loro amicizia. «Sono state proprio le mie due figlie le principali promotrici di questa accoglienza. Noi siamo solo in quattro ma stiamo facendo i salti mortali, ci spogliamo noi per accogliere loro. E non potrebbe essere diversamente. Non esagero se dico che abbiamo dato ospitalità a centinaia di ragazzi. Tutti quelli che riesco ad incontrare per strada, quando incrocio i loro occhi malinconici, li invito ed è sempre una festa quando vengono. A loro basta pochissimo. Basta un sorriso: chi glielo offre diventa il loro migliore amico. E continuano a mantenere i rapporti».

SEYDOU. È così, racconta Lillo, che «un giorno, noi quattro ci siamo domandati perché accoglievamo solo per poco tempo questi ragazzi. Ne abbiamo parlato: ci affezionavamo e regolarmente li vedevamo poi partire per altri paesi mentre a noi restava dentro la nostalgia. Perché allora non presentare una richiesta regolare di accoglienza per qualcuno di loro? A causa della burocrazia per sette mesi tutto è rimasto fermo. Nulla è accaduto sino ad una domenica mattina quando, uscito da Messa, ho incontrato per caso due volontarie dell’associazione per le adozioni internazionali Ai.bi. Mi proponevano di frequentare un corso per l’affido temporaneo. Dopo meno di due mesi qualcosa si è mosso. Seydou è arrivato a casa nostra: è un ragazzo senegalese di 16 anni, che è stato soccorso mentre viaggiava su un barcone dalla missione Mare nostrum il 4 gennaio 2014. Seydou è arrivato a Lampedusa il 10 gennaio, il giorno del compleanno di mia figlia Maria. Avete presente il colpo di fulmine? Ecco cos’è successo a noi. Ci presentammo a riceverlo con dei cartelloni in francese, la lingua del suo paese, con disegni e scritte di benvenuto. Quel giorno abbiamo fatto festa sino a mezzanotte. Le mie figlie lo abbracciavano e coccolavano. L’indomani lo abbiamo iscritto a scuola, perché lui non era mai andato: siccome ama il calcio l’ho iscritto ad un’associazione sportiva».

«ACCOGLIETE ANCHE VOI». Un anno dopo Seydou ha intanto preso la licenza media, e ha voluto iscriversi all’istituto alberghiero di Lampedusa. «È un figlio, e chi lo lascia andare?» dice commosso Maggiore, ripetendo che «ad Ai.bi sarò sempre grato, mi hanno dato un nuovo figlio a tutti gli effetti. Quella dell’accoglienza che stiamo vivendo è un’esperienza meravigliosa, che voglio consigliare a tutti. Abbiamo insistito perché mantenesse i rapporti con la famiglia di origine e Seydou li sente due volte alla settimana, e proprio ieri sera ha saputo che è arrivato sano e salvo, anche lui dopo un viaggio in barcone, suo fratello. Mi sono sempre chiesto come questi ragazzi trovino la forza di viaggiare sino all’Italia. La famiglia di Seydou aveva del bestiame, lo hanno venduto per pagargli il viaggio. Per due mesi ha attraversato ben quattro paesi e il deserto del Sahara, con pochissima acqua e cibo, prima di arrivare a Tripoli, ed essere messo in mare».

«PAURA INCULCATA». In questi ultimi giorni, si respira aria di preoccupazione nell’isola, dopo la presa di Sirte in Libia da parte dell’Isis. «Ci viene inculcato un po’ di terrore attraverso i telegiornali. Sentiamo parlare in continuo del timore che sui barconi si infiltrino terroristi. È normale che ci sia un po’ d’ansia anche nei lampedusani, ed è normale che ci si immedesimi troppo in quello che si legge o ascolta in tv. Io sono più che convinto però che l’Isis non viaggerebbe mai sui barconi per arrivare in Italia. E assolutamente, anche in questo contesto, mi sento di ripetere l’invito ad accogliere soprattutto i minori non accompagnati che arrivano dal mare. Molti di loro scappano dai centri di accoglienza e dalle comunità, perché l’affetto e l’amore di una famiglia non possono essere sostituiti. Ma se questi ragazzi scappano, diventano facili prede della malavita e della criminalità organizzata: prego chiunque possa di impedirlo, basta solo aprire le porte di casa».