Gli Stati Uniti e un problema più grave del razzismo: la violenza

Alto tasso di omicidi, onnipresenza delle armi, regole d’ingaggio da far west, scarso addestramento, poca prevenzione e troppa demagogia. Numeri per capire i fatti di Dallas

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A Dallas, durante una manifestazione organizzata dalla comunità afroamericana per protestare contro l’uccisione di due neri da parte di poliziotti bianchi, quattro cecchini hanno ucciso cinque agenti (tra cui due donne) e feriti altri nove. La più grave strage di poliziotti dagli attentati dell’11 settembre è stata definita dal presidente Barack Obama «un attacco feroce e premeditato, senza alcuna giustificazione».

TUTTE LE VITE VALGONO. “Black lives matter”, le vite dei neri contano come recita lo slogan delle manifestazioni contro i poliziotti, ma anche “blue lives matter”, cioè quelle dei poliziotti, come ha ricordato Obama. E per quanto il razzismo non sia ancora stato estirpato dalla società americana, il ritornello per cui ogni nero che finisce ucciso da un poliziotto bianco in servizio, che sarà poi difeso da giudici bianchi, è un problema di razzismo non pare una spiegazione esaustiva. Se un problema di violenza legato all’azione della polizia negli Stati uniti c’è, ed è innegabile, il razzismo non sembra affatto essere la prima causa scatenante.

UCCISI DALLA POLIZIA. Di dati ne esistono pochi, ma quest’anno gli americani uccisi da poliziotti finora sono 509 secondo un conteggio del Washington Post. Così divisi, in base all’elemento razziale: 238 bianchi, 123 neri, 79 ispanici, 23 di altre razze e 46 di origine sconosciuta. Il dato, che non giustifica la tesi del razzismo, è altissimo se comparato ad altri paesi sviluppati come il Regno Unito dove i morti sono quasi sempre prossimi allo zero. Nello stesso periodo, l’anno scorso erano morte 27 persone in meno. In tutto, nel 2015, le persone morte in seguito a sparatorie con la polizia sono state 990.

TASSO ALTISSIMO DI OMICIDI. Perché un numero così alto? Le cause sono tante. Gli Stati Uniti hanno un elevato numero di omicidi, incomparabile con quello di altri paesi sviluppati: nel 2013 sono stati 12.253 (3,9 ogni 100 mila abitanti, contro un tasso di 0,8 in Italia), la maggior parte causati da arma da fuoco. Inoltre ogni potenziale criminale negli Usa è un criminale armato, visto l’enorme numero di armi presenti a tutti i livelli nella società. Se gli americani rappresentano circa il 4,5 per cento della popolazione mondiale, ben il 42 per cento di armi in mano ai civili nel mondo si trova negli Stati Uniti.

SPARARE PER PRIMI. Questo fattore mette sotto pressione i poliziotti perché, come ha ben spiegato un agente americano, all’Economist, «il problema delle armi consiste nel fatto che se io ti sto parlando e tu hai un’arma, l’azione batte sempre la reazione». Nel 2013, 49.851 agenti sono stati assaliti in servizio, nel 30 per cento dei casi sono stati feriti. Circa 150 poliziotti ogni anno vengono uccisi in servizio. Secondo uno studio del 2011 condotto sui tempi di reazione, quando un criminale è armato e decide di fare fuoco, anche i poliziotti con più esperienza quasi sempre non sono in grado di fermarlo anticipandoli. Molti di conseguenza, davanti a situazioni di pericolo, sparano per primi.

REGOLE D’INGAGGIO. Quando possono farlo? Le regole d’ingaggio della polizia americana, che spesso variano da dipartimento a dipartimento, sono molto diverse dalle nostre. In base a quanto stabilito da sentenze della Corte suprema, un poliziotto può sparare «per proteggere la sua vita e quella di un altro innocente» o per «prevenire la fuga del sospettato». Successive sentenze hanno stabilito, in quest’ultimo caso, che è legittimo sparare a chi è in fuga solo se questi potrebbe mettere a rischio la vita di altre persone. Nel primo caso, invece, è stato deciso che il poliziotto può sparare per auto-difesa solo quando la sua convinzione che esista una minaccia è «oggettivamente ragionevole». Il criterio però resta sempre soggettivo e la minaccia non deve essere reale, ma solo credibile. Per questo i produttori di armi finte da anni applicano sempre questa etichetta sui giocattoli: “Attenzione, la polizia potrebbe scambiare il prodotto per un’arma vera”. L’uso della forza, in questo caso, sarebbe legittimo.

DIFFICOLTÀ LEGALI. Un avvocato della California, Walter Katz, specializzato nella gestione dei casi controversi di uso della violenza da parte della polizia, spiega anche perché quasi sempre i poliziotti vengono scagionati anche quando le loro azioni sono molto dubbie: «Le sparatorie avvengono in modo estremamente rapido. Di solito, dal momento in cui un agente crede che sia necessario l’uso della forza al momento in cui usa effettivamente la forza in modo letale, premendo il grilletto, passano circa due secondi. Decidere se in quei due secondi la minaccia era percepita dal poliziotto in modo oggettivamente ragionevole o no per gli inquirenti è molto difficile».

12 MILA DENUNCE. Resta il fatto che ogni anno, secondo Human Rights Watch, la polizia riceve 12 mila denunce per uso eccessivo della forza da parte degli agenti. Meno di 50 terminano con una condanna. Ma secondo un studio del Dipartimento di giustizia americano, l’84 per cento degli agenti ha visto almeno una volta un collega usare la forza in modo eccessivo e il 61 per cento spesso non l’ha denunciato. Alcuni poliziotti sostengono che i media stanno esagerando e che i filmati mandati dalle televisioni non aiutano: «Quando vedi un video di 10 secondi con un poliziotto che picchia un uomo, sembra terribile. Però nessuno viene mai a conoscenza di cosa quell’uomo stava facendo prima. L’uso della forza è sempre terribile, anche se è necessario». Se in alcuni casi ci può essere un accanimento, i numeri dei morti e delle denunce non lasciano spazio a dubbi: il problema dell’uso sproporzionato della forza esiste.

ADDESTRAMENTO E PREVENZIONE. Molti lamentano la mancanza di addestramento adeguato per gli agenti, che insegni a dosare e a misurare la forza, e di misure in grado di prevenire la violenza, come l’installazione di una telecamera sulla divisa. Secondo uno studio pilota del 2012 in California, che ha fatto indossare le telecamere agli agenti per un anno, «le denunce sono diminuite rispetto all’anno precedente dell’88 per cento e l’uso sproporzionato della forza degli agenti del 60 per cento». Ogni numero va preso con le pinze, ma forse è una misura che potrebbe aiutare.

MALATI DI MENTE. Ci sono anche casi in cui i poliziotti si ritrovano impotenti. Come quando finiscono uccise persone malate di mente, che non sono in grado di rispondere agli ordini perentori degli agenti. Dichiarano sempre alcuni poliziotti all’Economist: «Se la persona non è ricettiva, non c’entra l’addestramento, non è un problema nostro. A volte un agente percepisce che non può fare altro che usare la forza e magari dopo scopre che quella persona era solo bipolare». Ma, prosegue il ragionamento, come si fa a saperlo prima?

UN PROBLEMA, NON IL PROBLEMA. Gli incidenti che coinvolgono poliziotti bianchi e cittadini neri negli Stati Uniti sono tanti. Ma tutti gli elementi elencati sono tessere di un puzzle molto più complesso di quello propugnato dai sostenitori del razzismo. Come scriveva l’anno scorso un insospettabile, l’ex campione dei Phoenix Suns, la leggenda del basket Charles Barkley, «l’idea che i poliziotti bianchi vadano in giro per ammazzare i neri è ridicola, assolutamente ridicola». Il razzismo può essere un problema, ma non è il problema.

Foto Ansa/Ap

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