Speriamo che il Sinodo affronti il vero problema: la fede

Di fronte alla crisi attuale, la “cura” non è fare marcia indietro né vagheggiare balzi in avanti, ma riprendere e attuare il Vaticano II con un rinnovato slancio missionario.

Sinodo. papa Francesco insieme ai vescovi

«Quando il Figlio dell’Uomo tornerà, troverà ancora la fede sulla terra?». Non una società più giusta, un mondo pacificato e solidale, l’umanità finalmente emancipata dalla sofferenza e dal dolore, un eco-sistema più salubre. Ma, appunto, la fede. Alla fine tutto ruota attorno a questa domanda, che in ogni epoca costringe la Chiesa ad interrogarsi, da un lato, sulla coscienza che ha di sé e della sua missione nel mondo, dall’altro sul modo in cui essa interpreta la realtà e, di conseguenza sui fini e sui mezzi dell’azione pastorale.

Ed è a partire da questa domanda che in vista del Sinodo della Chiesa italiana di cui discuterà la 74^ Assemblea Generale della Cei in programma a Roma dal 24 al 27 maggio prossimi, è quanto mai opportuno riflettere su quella che è la posta in gioco dell’assise sinodale. Con un’avvertenza: bien penser pur bien agir, per dirla con Pascal. Se davvero si vuole che il Sinodo non sia l’ennesima occasione per futili e sterili discussioni sull’ovvio dei popoli, se davvero cioè la Chiesa italiana intende sfruttare questo appuntamento chiesto insistentemente da papa Francesco, occorre andare al cuore del problema. E il cuore del problema, come ebbe a sottolineare Benedetto XVI nel libro-intervista Ultime conversazioni, è la fede. I fatti parlano chiaro, restituendo una fotografia tanto nitida quanto impietosa: nella società occidentale è in atto ormai da tempo, con una accelerazione impressionante in questo primo scorcio del XXI secolo, una spaventosa crisi di fede che san Giovanni Paolo II stigmatizzò con due parole precise: «Apostasia silenziosa».

Chiese vuote, chiese piene 

È stato merito di Matteo Matzuzzi inquadrare in una recente inchiesta sul Foglio i termini della questione. In estrema sintesi, se fino a poco tempo fa l’Italia era rimasta immune dall’ondata di secolarizzazione e laicismo che ha investito l’Europa, ora non è più così. Anche da noi le chiese cominciano ad essere vuote; il clero scarseggia e si fa sempre più anziano, le vocazioni registrano in alcuni casi numeri da prefisso telefonico. Ma soprattuto si è creata una frattura, tangibile ad ogni latitudine e in ogni ambito, tra una società ormai compiutamente secolarizzata e una Chiesa in grande affanno che non riesce più a “fare presa”.

Ciò, ad esempio in politica, ha comportato una sostanziale quanto imbarazzante irrilevanza delle istanze della dottrina sociale della Chiesa, complice anche il mutato atteggiamento della gerarchia (o quanto meno di una parte di essa) che sembra aver definitivamente archiviato la stagione del confronto, anche dialettico, con lo Stato a favore di un atteggiamento all’insegna del “dialogo” i cui risultati – vedi il caso delle chiese chiuse durante il lockdown del 2020 – sono sotto gli occhi di tutti.

Poi, certo, ci sono le eccezioni e le isole (relativamente) felici – e qui il pensiero va ai movimenti laicali i quali, tuttavia, cominciano a registrare anch’essi una qualche difficoltà.

Cattolicesimo di facciata

Una cosa insomma è chiara, senza il bisogno di scomodare statistiche e studi di sociologia religiosa: l’Italia non è più un paese cattolico. E tra non molto rischia di non essere più neanche un paese per cattolici. A fronte di questa situazione Matzuzzi – in dialogo con Lucio Brunelli e Massimo Borghesi – pone una domanda provocatoria e solo apparentemente paradossale: «E se il problema, però, non fossero tanto le chiese chiuse di oggi ma le chiese piene e stracolme di cinquanta-sessant’anni fa?».

La tesi sottesa dalla domanda è che se oggi ci ritroviamo le chiese vuote, se oggi esiste ed è palpabile una crisi di fede che abbraccia tutti gli ambiti della vita personale e collettiva, le radici affondano nei decenni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale quando le chiese erano sì piene, ma di un cattolicesimo prevalentemente di facciata e non sufficientemente attrezzato per reggere l’urto di ciò che sarebbe accaduto. Di fronte insomma ad un mondo che stava cambiando alla velocità della luce la Chiesa – dice Massimo Borghesi – «si limitò ad un messaggio di tipo morale e a una morale di tipo moralista, tralasciando così una proposta cristiana che arrivasse al cuore delle persone e che, soprattutto, potesse diventare proposta di vita capace di accogliere i laici nella vita normale, non solo in quella domenicale».

Tre fenomeni

Uscendo per un momento dal seminato, vale la pena soffermarsi sul fatto che nel secondo dopoguerra la Chiesa fu effettivamente investita da tre fenomeni concomitanti: de-sacralizzazione, scristianizzazione e, appunto, crisi di fede.

De-sacralizzazione: ossia la progressiva perdita del senso del sacro, del senso del mistero, conseguente al tentativo di andare incontro ad un uomo disincantato, nichilista quale quello uscito dall’esperienza devastante della guerra parlando la sua stessa lingua, cioè assumendo le categorie della scienza e della tecnica, della sociologia e della politica, ecc.; il risultato fu, appunto, una progressiva de-sacralizzazione o se si vuole secolarizzazione del fatto religioso.

Scristianizzazione: il fenomeno per cui la fede – a motivo del fatto che Cristo non affascina più, non attrae più perché ridotto ad una morale – pian piano si separa, divorzia dalla vita o per scomparire del tutto sicché senza neanche accorgersene l’uomo diventa un ateo pratico, o per essere relegata negli angusti anfratti della coscienza, di fatto protestantizzandosi.

Crisi di fede: è il fenomeno che in realtà è alla base dei primi due, ed è conseguenza del fatto che dopo l’esperienza della guerra l’uomo, semplicemente, non crede più, e non crede più principalmente perché non vede attorno a sé testimoni credibili né qualcuno che gli predichi il kerygma, l’annuncio della salvezza, il Vangelo.

Il Sessantotto

In tale contesto un ruolo cruciale, tornando a Matzuzzi, lo ebbe il ’68, che rappresentò «il colpo fatale o – se si vuole – l’alito di vento che ha fatto crollare il castello senza neanche troppa fatica». Non per nulla Benedetto XVI parlò del ’68 come di una “cesura storica”, inquadrando anche il tema della pedofilia nel clero nei famosi Appunti che tanto scalpore provocarono, all’interno della crisi innescata dall’impatto del ’68 sulla Chiesa.

Fin qui il passato che spiega il presente. E il futuro? Come guarda a se stessa la Chiesa nei prossimi decenni? Va da sé (o meglio dovrebbe andare da sé) che se il problema da cui tutto deriva è la crisi di fede, è da lì che occorre ripartire.

Il caso Germania

Ora la cosa interessante è che se sulla messa a fuoco della “malattia” c’è (abbastanza) consenso, è sulla “cura” da intraprendere che, invece, le strade divergono. Perché, di nuovo, se da un lato la parola d’ordine che risuona in ogni consesso, convegno, dibattito o tavola rotonda, è ri-evangelizzare, è di tutta evidenza come sia assente una unità di vedute su cosa si intenda per evangelizzazione. Con conseguenze anche gravi quando dal piano teorico si passa a quello pratico.

Giustamente osserva Matzuzzi: «Il problema è che spesso le soluzioni proposte sono paragonabili a quelle utilizzate dai tecnici per tenere in piedi aziende in pre fallimento». Caso eclatante la Germania, dove è in dirittura d’arrivo il sinodo biennale cosiddetto con all’ordine del giorno – si vedrà se e come verrà tradotto in provvedimenti concreti – una massiccia “modernizzazione” della Chiesa aprendo il sacerdozio alle donne e il matrimonio alle persone samesex, rivedendo in senso facoltativo la disciplina del celibato, eccetera (per inciso, a proposito del celibato è oltremodo sorprendente che sia la Chiesa tedesca a spingere per una revisione della la disciplina, quando sono proprio le comunità protestanti in primis della Germania dove del celibato manco l’ombra, che essendo ormai ridotte ai minimi termini dovrebbero rappresentare la miglior prova che forse non è il celibato il problema); un approccio, quello tedesco ma non limitato alla Germania, che rappresenta «la tentazione della scorciatoia, ammiccante al mondo e molto politicamente corretta, che prevale sempre di più».

Cosa diceva Biffi

È quanto aveva con profetica lungimiranza intravisto e denunciato in epoca non sospetta il card. Biffi citato da Matzuzzi: «Il cristianesimo ridotto a pura azione umanitaria nei vari campi dell’assistenza, della solidarietà, del filantropismo, della cultura; il messaggio evangelico identificato nell’impegno del dialogo tra i popoli e le religioni, nella ricerca del benessere e del progresso, nell’esortazione a rispettare la natura; la Chiesa del Dio vivente, scambiata per un’organizzazione benefica, estetica, socializzatrice: questa è l’insidia mortale che oggi va profilandosi per la famiglia dei redenti dal sangue di Cristo». 

Fare i conti con la realtà

Se insomma l’inchiesta di Matzuzzi fa emergere chiaramente una situazione dove la toppa che si vuole mettere è (potenzialmente) peggiore del buco essendo nicceanamente “umana, troppo umana”, ciò dovrebbe far riflettere ora che anche la Chiesa italiana si appresta a celebrare un Sinodo.

Ridotto all’osso il refrain di certa teologia ricorrente anche alle nostre latitudini è il seguente: le chiacchiere stanno a zero, è con la realtà che dobbiamo fare i conti. E la realtà è che esiste, e non da oggi, una una spaccatura profonda tra ciò che la Chiesa dice e ciò che molti uomini e donne pensano (e soprattutto fanno).

I tempi sono cambiati

Ora se questa è la situazione, dicono gli “esperti” di ieri e di oggi, anziché domandarci il perché e il percome si sia arrivati a questo punto – esercizio intellettuale magari interessante ma che ha il piccolo difetto che in concreto non serve a nulla, dunque è inutile perdere tempo – dobbiamo piuttosto interrogarci, scrutare e discernere i “segni dei tempi” per capire come colmare l’abisso, cioè come (ri)parlare in modo convincente di Gesù Cristo all’uomo contemporaneo.

Il punto fermo di questo approccio è la presa d’atto che i tempi sono cambiati, motivo per cui la Chiesa deve adeguarsi andando incontro agli uomini e alle donne del suo tempo perché è con questa umanità che bisogna sporcarsi le manine. E se agli uomini e alle donne di oggi la fede e la morale cattolica, in tutte le loro declinazioni, stanno strette, innanzitutto il problema non è loro ma caso mai della Chiesa (laddove beninteso “problema” diventa sinonimo di “colpa”); secondo, e cosa più importante, se le cose stanno così la Chiesa meglio farebbe a rimboccarsi le maniche per trovare il modo di non caricare sulla vita delle persone già provate da mille difficoltà fardelli che non possono portare. 

Recuperare senza perdere

Insomma ciò che conta è seguire l’evoluzione, sapersi adattare alla scena cangiante del mondo, saper intercettare, assecondandole, le dinamiche di cambiamento della società. Ma – questo è il punto – sospendendo ogni giudizio sulla realtà. Anche sulla scia di una visione ecclesiologica secondo cui il cristiano, laico o ecclesiastico che sia, al pari di Cristo che, incarnandosi, è entrato nella realtà concreta degli uomini e con essa ha fatto i conti, è tenuto a sua volta a vivere nel mondo così come è (quasi come se il fatto dell’incarnazione sia più importante di Chi si è incarnato), l’analisi si riassume, di nuovo, nella semplice “presa d’atto”: le cose stanno così e così, inutile stare a cincischiare se i tempi, il mondo e la società siano cambiati in bene o in male.

E se per l’uomo contemporaneo – questo il passaggio successivo del ragionamento – l’asticella della dottrina e della morale sono troppo alte, forse converrà riflettere se non sia il caso di abbassarle un po’ adattandole alla sua misura, se vogliamo davvero provare a recuperarlo o quanto meno a non perderlo del tutto. 

La Chiesa del terzo millennio

Domanda: siamo proprio sicuri che sia questa la strada da percorrere? Non si corre seriamente il rischio che in tal modo venga vanificata la croce di Cristo, evidentemente “superflua” se il Vangelo ti consente di vivere esattamente nella realtà in cui ti trovi, così com’è, in quella precisa condizione umana ed esistenziale senza alcun bisogno – questo il punto – di convertirti come se l’importante fosse curare la ferita e non rimuovere le cause perché non ti ferisca più (e forse non è un caso se la conversione morale – tacendo di altre declinazioni politicamente corrette oggi in voga – sembra essere scomparsa dall’omiletica e dal discorso pubblico ecclesiale, magari in scia ad una miope teologia dell’Incarnazione per cui la realtà viene in qualche modo ritenuta “divinizzata” e, quindi, salvata per il fatto stesso dell’Incarnazione, ciò che è evidentemente un errore e da matita rossa).

Cosa vuole fare insomma la Chiesa italiana del terzo millennio: continuare nella missione che Cristo le ha affidato, che è quella di evangelizzare il mondo perché gli uomini si salvino abbandonando il peccato, o semplicemente  accompagnare l’uomo lungo la sua strada affiancandolo nella fatica quotidiana senza però disturbare troppo, sempre agendo con discrezione quasi che essere o non essere cristiani sia tutto sommato indifferente? Detto altrimenti, vale ancora l’”extra ecclesia nulla salus” o no?

In ogni generazione contro la tentazione di Aronne di mettersi dalla parte del popolo, c’è bisogno di Mosè che scelga di stare dalla parte di Dio, guidando il popolo non dove il popolo vuole andare né tanto meno dove vuole lui, ma dove Dio vuole. La Chiesa italiana (il discorso ovviamente vale anche altrove) non ha altra via che provare a riaccendere la fiamma della fede nel cuore degli uomini.

Le parole di Paolo VI

Nella consapevolezza che tanto grave è la malattia, tanto più forte e incisiva dev’essere la cura. Essa ha già dove attingere, come lo scriba che divenuto discepolo del regno dei cieli «estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52), senza bisogno di inventarsi nulla ed anzi rifuggendo la tentazione, sempre alle porte, di cercare improbabili mediazioni o soluzioni pastorali che rischiano di confondere ciò che è il bene per le persone con quello che gli individui pensano essere il bene per se stessi o, peggio ancora, con ciò che l’opinione pubblica chiede.

Come aveva profeticamente denunciato in epoca non sospetta Paolo VI: «Siamo tentati – disse ai vescovi dell’America Latina il 24 agosto 1968 – di storicismo, di relativismo, di soggettivismo, di neo-positivismo, che nel campo della fede inducono uno spirito di critica sovversiva ed una falsa persuasione che, per avvicinare ed evangelizzare gli uomini del nostro tempo, dobbiamo rinunciare al patrimonio dottrinale, accumulato da secoli dal magistero della Chiesa e che possiamo modellare, non tanto per migliore virtù di chiarezza espressiva, ma per alterazione del contenuto dogmatico, un cristianesimo nuovo, su misura d’uomo, e non su misura dell’autentica parola di Dio».

Il vademecum di Wojtyla

Da questo punto di vista risulta di straordinaria attualità il volume Alle fonti del rinnovamento, scritto nel 1972 a dieci anni dall’apertura del Concilio (e meritoriamente ripubblicato anni fa da Rubbettino), dall’allora cardinale di Cracovia e futuro pontefice Karol Wojtyla.

Un’opera che rappresenta – scrive il cardinale Camillo Ruini nella Prefazione – «il primo e forse a tutt’oggi il più approfondito studio» sul Concilio nell’ottica di quella “ermeneutica della riforma” che Benedetto XVI proporrà nel magistrale discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2005 come alternativa a quella della discontinuità e della rottura.

Il volume si presenta come una sorta di vademecum con cui Wojtyla intendeva illustrare ai fedeli della sua diocesi i frutti dell’insegnamento conciliare, partendo dal presupposto che “sdebitarsi verso il Concilio è attuarlo”. Ma cosa vuol dire attuazione? Non si tratta di riflettere sul “come” attuare ma primariamente sul “cosa” attuare; il come, le modalità vengono dopo, prima bisogna avere chiaro cosa attuare, il che implica capire che cosa è stato il Vaticano II.

«I pastori della Chiesa – scrive Wojtyla – si prefiggevano non tanto e non soltanto di dare una risposta all’interrogativo: in che cosa bisogna credere…ma cercavano piuttosto di rispondere alla domanda più complessa, che cosa vuol dire essere credente, essere cattolico, essere membro della Chiesa?».

Attuazione del Concilio

Un concilio pastorale – e qui va sottolineato come per Wojtyla ogni atto dottrinale del Magistero ha sempre un significato pastorale, e come d’altra parte gli atti pastorali, a motivo del loro «radicarsi nella fede e nella morale, hanno un significato dottrinale», da cui consegue l’impossibilità di separare i due momenti – punta a dare ai credenti uno stile di vita, un modo di pensare e agire, una formazione delle coscienze e degli atteggiamenti.

Cardine dell’analisi la categoria di “arricchimento della fede”, intesa come “partecipazione sempre più piena alla verità divina”, quale postulato fondamentale dell’attuazione del Concilio.

Nuova evangelizzazione

Attuare il Vaticano II non significa pensare terapie, tattiche o piani; significa invece, e piuttosto, vivere quella fede che il Concilio ha posto come carta d’identità dei cristiani del mondo d’oggi. Fede che, coerentemente con la sua impostazione filosofica, Wojtyla considerava non soltanto un’adesione solo intellettuale alla proposta cristiana ma di tutta la persona; è sì assenso ma sempre personale, che non solo non esclude ma anzi richiede un atteggiamento di dialogo come “scambievole comunicazione di idee”. Se dunque attuare il Vaticano II vuol dire tradurre in atteggiamenti concreti quello che il Concilio ha detto, cioè vivere in prima persona l’”arricchimento della fede”, al centro di ogni pastorale non può che esserci l’annuncio del Vangelo.

E non è certo un caso se la cifra del pontificato di san Giovanni Paolo II è da rinvenire in quella “nuova evangelizzazione” da lui lanciata nel 1985 e per la quale si spese fino all’ultimo giorno della sua vita.

Il discorso di Benedetto XVI

Ecco allora ciò di cui la Chiesa ha bisogno: tornare ad annunciare il Vangelo, con un linguaggio nuovo, più esistenziale, meno astratto e moralistico, ma lo stesso Vangelo di sempre, ovvero quelle poche parole racchiuse in quei quattro libricini scritti da Marco, Matteo, Luca e Giovanni.

Il che fa tutt’uno con l’urgenza di tornare al e attuare il Vaticano II, quello vero. Che resta un evento straordinario dove lo Spirito ha realmente parlato alla Chiesa suscitando un’azione di rinnovamento nella, non controoltre la tradizione – come sottolineò Benedetto XVI nel già citato discorso alla Curia romana del dicembre 2005 – fedelmente alla legge dell’et-et propria del cattolicesimo (legge, beninteso, che non è affatto sinonimo, come sostiene ingenuamente qualcuno, di cerchiobottismo; essa significa piuttosto che alla luce della fede tutto si tiene, anche i contrari; l’esatto opposto insomma della logica dell’aut-aut, tipica non a caso dell’eresia, ma distante anni luce anche dalla logica del “sì, ma” propria di certa teologia “situazionista” oggi di nuovo in auge, che spesso e volentieri si traduce in una sorta di “gattopardismo rovesciato” – non cambiare nulla per cambiare tutto – su cui conviene stendere un pietoso velo).

Concilio Vaticano II

Concilio Vaticano II, dunque. Che in parte ha recepì le istanze del rinnovamento biblico, liturgico e teologico degli anni precedenti, in parte ne suscitò di nuove, il tutto cristallizzandosi nei documenti finali che andrebbero riletti magari con un occhio più attento a quello che dicono che a quello che si vorrebbe che dicessero.

E senza dimenticare che proprio in quegli anni lo stesso Spirito che soffiava nella basilica di San Pietro era all’opera – sapendo già cosa sarebbe accaduto di lì a poco – per suscitare nuovi carismi e realtà ecclesiali dove molte delle istanze del Concilio avrebbero trovato attuazione, e che hanno avuto la provvidenziale missione di “puntellare” la barca di Pietro nella turbolenta stagione post-conciliare.

Grazie al Vaticano II è stata rimessa al centro della vita dei fedeli la Parola di Dio (Dei Verbum); è stata varata una riforma liturgica (Sacrosanctum concilium) dove la Messa è non è più un assistere passivamente ad un rito, ma partecipazione attiva, personale e allo steso tempo comunitaria al Mistero Pasquale di Cristo (categoria questa, sia detto per inciso, in grado di esprimere in maniera più compiuta l’opera redentrice che non una visione meramente sacrificale; Mistero Pasquale tiene insieme, infatti, sacrificio, cioè morte, e resurrezione, cioè vita, resurrezione senza la quale l’intera impalcatura della fede crolla come un castello di carte).

È stata riproposta, tornando alle fonti, un’ecclesiologia (Lumen Gentium) dove la Chiesa è Corpo di Cristo e popolo di Dio, all’interno della quale ciascun fedele, in virtù del battesimo, partecipa all’unico sacerdozio di Cristo col risultato di de-sacralizzare la figura del sacerdote – cosa che ancora oggi, e non per pochi, è il vero problema – e di affermare al contempo il ruolo del laicato non più braccio secolare del clero ma protagonista attivo nella vita della Chiesa.

Il timone della barca

Una riforma che, pur non avendo tolto nulla al sacerdozio ministeriale che era e resta imprescindibile,  sicuramente non è stata gradita dai tanti nostalgici dell’era pre-conciliare, e che dopo oltre mezzo secolo tanti prelati (e non solo) fanno ancora fatica a digerire fermi come sono ad una visione del sacerdozio più come potere che come servizio.

Non per nulla il ritornello – a proposito, ad esempio, dei movimenti laicali – è che sì, d’accordo, i laici hanno avuto un ruolo importante quando c’è stato lo sbandamento post conciliare, ma ora il loro compito è esaurito, ed è tempo che i preti riprendendo in mano il timone della barca (auguri). Come se, appunto, fosse tutta e soltanto una questione di potere.

Carismi ecclesiali

Tre riforme – biblica, liturgica, ecclesiologica – che non solo non hanno scalfito di una virgola la Tradizione (altro sono “le” tradizioni, quelle sì suscettibili di cambiamenti), ma che anzi hanno posto le premesse perché il cristianesimo entrasse nella vita concreta, umana ed esistenziale delle persone.

È un dato di fatto che grazie ai carismi ecclesiali nati in quegli anni decine di migliaia di uomini e donne hanno potuto riscoprire la fede, e altrettanti hanno potuto incontrare Cristo per la prima volta. Quanti matrimoni ricostruiti, quante coppie salvate sull’orlo del divorzio o della separazione, quante famiglie aperte di nuovo alla vita avendo accolto senza riserve l’Humanae vitae, con ciò mostrando che si può vivere quanto la Chiesa annuncia!

Il vero Concilio

È vero, durante e dopo il Vaticano II ci furono sbandamenti, eccessi ed errori. Tuttavia, come ebbe a notare l’allora card. Ratzinger nel libro-intervista con Vittorio Messori, Rapporto sulla fede, «sono convinto che i guasti cui siamo andati incontro in questi venti anni (il libro è del 1985, ndr) non siano dovuti al Concilio “vero” ma allo scatenarsi, all’interno della Chiesa, di forse latenti, aggressive, centrifughe, magari irresponsabili oppure semplicemente ingenue, di facile ottimismo, di un’enfasi sulla modernità che ha scambiato il progresso tecnico odierno con un progresso autentico, integrale.

E, all’esterno, all’impatto con una rivoluzione culturale: l’affermazione in Occidente del ceto medio-superiore, della nuova “borghesia del terziario” con la sua ideologia liberal-radicale di stampo individualistico, razionalistico, edonistico”».

“Concilio virtuale”

Aperta parentesi. Queste parole di Ratzinger sono del 1985, ma è fin troppo facile accorgersi quanto siano lo specchio fedele non solo dei decenni successivi ma anche dei giorni nostri. Chiusa parentesi. Non si finirà mai di ripeterlo: checché ne dicano i tradizionalisti cosiddetti, i guasti – che sicuramente ci furono – del post Concilio non accaddero a causa di esso, quanto piuttosto nonostante il Concilio e per il combinato disposto, da un lato, di una precisa interpretazione del Vaticano II, quella che storicamente si è imposta sviluppata in primis dalla Scuola di Bologna che lo ha interpretato a mo’ di cesura col passato e l’inizio di una nuova era; dall’altro, con la sponda fornita da quello che, non a caso, lo stesso Benedetto XVI nel memorabile discorso al clero di Roma del 14 febbraio 2013 definì il “Concilio virtuale”, cioè il concilio dei mezzi di comunicazione, addirittura più forte di quello reale, che «ha creato tante calamità, tanti problemi, realmente tante miserie: seminari chiusi, conventi chiusi, liturgia banalizzata … e il vero Concilio ha avuto difficoltà a concretizzarsi, a realizzarsi».

Ecco i risultati

È sulla scia di questa precisa lettura dell’evento conciliare che più d’uno si è sentito autorizzato a vivere e pensare la chiesa come se il Concilio fosse l’anno zero, in nome del quale si potevano (e forse si dovevano) mutuare acriticamente categorie e forme della modernità per aprirsi al mondo e stare finalmente al passo con i tempi. Ed è così che nacque il Vaticano secondo… me, secondo te, secondo noi…

I risultati li conosciamo bene: crisi delle vocazioni e seminari svuotati, crisi del sacerdozio e conseguente abbandono dello stato clericale da parte di tantissimi preti, alcuni dei quali per stare vicino al popolo, come si diceva allora (si era negli anni delle lotte operaie), smisero la talare per andare in fabbrica (sul punto, sarebbe interessante sapere quanti, dopo aver lasciato il sacerdozio, sono rimasti a fare l’operaio, ma questa è un’altra storia), bizzarrie e amenità liturgiche di vario genere (messe beat ecc.), smottamenti in campo morale – esemplare in tal senso la battaglia, tuttora in corso e dagli sviluppi potenzialmente dirompenti – contro l’Humanae Vitae – dottrinale (si pensi alle varie teologie della liberazione e, più in generale, al tentativo, teorico e pratico, di tenere insieme Cristo e Marx, che in ambito politico sfociò in quell’ossimoro dagli effetti devastanti sotto ogni profilo che è stato il catto-comunismo).

E ancora, crisi del principio di autorità, dovuta principalmente al clima del ’68, le cui conseguenze (ad esempio in ambito educativo con la discussa esperienza di don Milani) paghiamo ancora oggi. L’elenco potrebbe continuare a lungo.

Sazio e disperato

Fatti e misfatti che hanno confortato i critici da destra del Concilio, che hanno avuto buon gioco nel prendersela direttamente con il Vaticano II visto come la causa remota di tutti i mali. Ma un conto è denunciare gli errori, altro è buttare il bambino con l’acqua sporca, come fanno i seguaci di un tradizionalismo anacronistico che sembra misconoscere che la storia si divide in prima e dopo Cristo e non in prima e dopo Trento, insieme ai nostalgici dei (presunti) bei tempi andati convinti che sia sufficiente riportare le lancette dell’orologio alla Chiesa pre-conciliare affinché l’uomo contemporaneo, sazio e disperato (copyright card. Biffi), possa innamorarsi di Cristo con la messa tridentina (in latino, che la gente non capisce), il catechismo di S. Pio X (intellettualistico e nozionistico, per nulla biblico ed esistenziale), la pastorale sacramentale (che presuppone una fede che spesso non c’è più) e tutto l’armamentario delle pratiche di pietà (anche qui, ci vuole fede) e di una morale casuistica lontana anni luce dalla sensibilità contemporanea.

Ieri e domani

O come chi, partendo da una prospettiva opposta, ancora non ha fatto i conti col fatto che la Chiesa ha una natura sacramentale e non democratica, vagheggiando un Vaticano III per riprendere e sviluppare le istanze riformatrici all’insegna del vero “spirito del Vaticano II”, tradito soprattutto dai pontificati di S. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

«Difendere oggi la Tradizione – diceva il card. Ratzinger in Rapporto sulla fede – significa difendere il Concilio. È anche colpa nostra se abbiamo dato talvolta il pretesto… di pensare che il Vaticano II sia stato uno “strappo”, una frattura, un abbandono della Tradizione. C’è invece una continuità che non permette né ritorni all’indietro né fughe in avanti; né nostalgie anacronistiche né impazienze ingiustificate. È all’oggi della Chiesa che dobbiamo restare fedeli, non allo ieri o al domani: e questo oggi della Chiesa sono i documenti del Vaticano II nella loro autenticità. Senza riserve che li amputino. E senza arbitrii che li sfigurino».

Il passo e lo spirito

Di fronte alla crisi attuale, che come si è visto è primariamente crisi di fede, la “cura” non è fare marcia indietro né vagheggiare balzi in avanti, ma riprendere e attuare il Vaticano II con un rinnovato slancio missionario. Tanto più ora che stiamo vivendo in un’epoca per molti aspetti neo-pagana, dove certo non servono pannicelli caldi.

Non per nulla il Concilio ripristinò, tra le altre cose, il catecumenato degli adulti, ossia un itinerario di iniziazione cristiana che era prassi usuale nella Chiesa antica allorquando gente proveniente, appunto, dal paganesimo, voleva diventare cristiana.

È vero che i tempi sono cambiati e che la Chiesa deve stare al passo con i tempi. A patto però che questo non significhi adeguarsi allo spirito del tempo, né alle mode o alle tendenze del momento.

Minoranze creative

Pensare secondo Dio, non secondo gli uomini: a questo sono chiamati i cristiani. Tutti, nessuno escluso. Magari tornando anche a dire, oltreché pensare, qualcosa di cattolico. E tenendo sempre a mente, come recita il Codice di Diritto Canonico, che la suprema lex della Chiesa è la salvezza delle anime, operare cioè per la salvezza del mondo, non per farsi ben volere da esso.

Questo comporta assumere una prospettiva completamente diversa da quella oggi in voga in ampi settori ecclesiali circa il rapporto della Chiesa con il mondo: «Non sono i cristiani – diceva ancora il card. Ratzinger a Messori – che si oppongono al mondo. È il mondo che si oppone a loro quando è proclamata la verità su Dio, su Cristo, sull’uomo. Il mondo si rivolta quando il peccato e la grazia sono chiamati con il loro nome. Dopo la fase delle “aperture” indiscriminate, è tempo che il cristiano ritrovi la consapevolezza di appartenere a una minoranza… È tempo di ritrovare il coraggio dell’anticonformismo, la capacità di opporsi, di denunciare molte tendenze della cultura circostante, rinunciando a certa euforica solidarietà post-conciliare».

Chi ha orecchi, intenda. 

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