Sotto i ferri, avere un amico è meglio
Nella mia vita mi è capitato di andare quattro o cinque volte sotto i ferri. Della prima, la più importante, una vicenda lunga mesi, non ho ricordi e percezioni precise. Ero giovane giovane. Vivevo sì intensamente, ma il presente era quasi solo il balzo che apriva al futuro. E l’ospedale, solo una parentesi.
Ricordo però due cose: la prima è che mentre io ero lì, nel letto dei dolori, passava spesso da me un giovane specializzando. Extraparlamentare di sinistra, Avanguardia operaia per la precisione. Già allora ero parte di un’amicizia che, come è intuibile, veniva numerosa ogni giorno a trovarmi. Il giovane specializzando di Avanguardia operaia forse incuriosito, forse attratto da un’umanità che sentiva in sé non compiuta, si fermava, un giorno sì e l’altro pure, presso il mio letto. Il problema era che, a me che giacevo, quasi esausto, raccontava e confidava tutti i suoi problemi, le sue incertezze, tutte le sue paure. Mi sfiniva. Voi non sapete cosa voglia dire aggiungere al carico, di chi già si sente schiacciato, anche un solo grammo in più. Avrei voluto dirgli che non ero Gesù e che non ero in grado di farmi carico di tutti i mali del mondo. Figurarsi i suoi.
Il secondo ricordo ha a che fare con il professor Vittorio Staudacher, luminare della chirurgia. Si annunciava sulla porta, entrava, e faceva quel che doveva fare, senza tentennare. Una volta arrivò a togliermi, dalla pancia, pinze alla mano, un gesto deciso dopo l’altro, in rapidissima successione, una quindicina di metri di garza. Nei giorni precedenti i suoi assistenti, paradossalmente per delicatezza nei miei confronti, me ne toglievano un pezzetto per volta. Con il fatto che, dopo, la ferita rimarginava e, ogni giorno, dovevano riaprirla di nuovo. Giuro che nelle mani di Staudacher sarei morto fiducioso. Chi è nel bisogno capisce se chi ha davanti ha del suo oppure no. Insomma, tra il giovane di Avanguardia operaia e Staudacher capii forse per la prima volta, il detto evangelico: «A chi ha verrà dato. E a chi non ha verrà tolto anche quello che ha».
Fare del male a chi sta male
Gli ultimi ricoveri sono più recenti. Il penultimo nelle mani di un amico. L’ultimo in una struttura dove non conoscevo nessuno e che un’infermiera, all’atto dell’accettazione, definì non privata e neanche pubblica. Quasi pubblica. Cosa voglia dire non lo so. Ricoverandomi nelle mani del mio amico chiacchieravo con lui, mi interessavo alle vicende dell’ospedale e del reparto. Vivevo quella strana esperienza per cui guardavo con simpatia medici e infermieri che lo guardavano con simpatia, ero contento quando lo trattavano con deferenza e stima. Insomma, le sue vicende erano le mie e mi ero già un po’ impossessato dell’ospedale.
Nell’ultimo ricovero, invece, mi son trovato annegato in un mare di fogli da firmare, di protocolli, di etichette da appiccicare. In quell’ospedale quasi pubblico ognuno aveva la sua parte, il suo compito. Dove smetteva uno incominciava l’altro, e io passavo di mano in mano come un pacco Amazon e, ad ogni passaggio, ricominciava la trafila: nome cognome, terapie in atto, allergie, fumo, alcol, passate anestesie ecc ecc. Diciamolo subito: tutto è andato bene. Qualcuno mi ha ricevuto all’entrata, qualcun altro mi ha accompagnato all’uscita. In mezzo i tanti, ognuno con i suoi compiti diversi. Chi mi ha operato non so. Non ho chiesto il nome e nessuno me l’ha detto.
Intanto che il chirurgo operava (spinale e quindi cosciente) pensavo: «In compenso, però, qui, almeno funziona» e mi venivano in mente i tanti ospedali, anche qui nel nostro Meridione, o gli ospedali di Gaza o in Ucraina, o in chissà quali altre parti del mondo sotto le bombe. E pensavo: fare del male a chi sta male è proprio un crimine. E poi dopo ho pensato che anche far del male a chi sta bene è comunque un crimine.
Come dal meccanico di famiglia
Qual è la differenza fra i due ospedali? Non so. Quello che è certo è che i chirurghi riparano i corpi. Un po’ come i meccanici che mettono mano alle macchine. Tolgono un pezzo, ne aggiustano un altro, puliscono e grattano via le incrostazioni, ricalibrano la centralina, lubrificano i meccanismi. La differenza secondo me è un po’ come quando tu vai dal meccanico di famiglia che ha già messo mano sulle tue vecchie auto e anche su quelle dei tuoi parenti e amici e quando vai lì, chiacchieri e lui ti dice: «Vedi qui si è grippato il pistone: è da buttare. Possiamo vedere di trovarne un altro». «Meno male che le valvole non si sono piegate». Oppure: «Ma quanto tempo è che non la fai vedere quest’auto?, non vedi che fa schifo?». O ancora: «Bisogna pulire i contatti, la pompa di benzina non tirerà avanti ancora per molto». E tu ti informi e chiedi, ma cosa mi verrà a costare? Devo proprio cambiarla la pompa? Non riusciamo a tirare avanti ancora per un po’? «Mah, si può tentare, ma non garantisco». Oppure anche: «Io non te lo consiglio».
L’ultimo ospedale, quello quasi pubblico, invece, è come quanti porti la tua auto per il tagliando obbligatorio (altrimenti perdi tutte le garanzie) in una di quelle officine autorizzate giapponesi: vai, consegni le chiavi, la tua auto scompare dietro una porta a sensori e riappare qualche giorno dopo da un’altra porta sempre a sensori a fianco della prima. Prendi le chiavi, sali in macchina e te ne vai.
Domanda astratta, risposta concreta
Quale è meglio fra le due officine? Non lo so. So di essere un po’ qualunquista, io però preferisco la prima. La prima ti dà l’impressione che la tua macchina c’entri con te, che faccia quasi parte della tua storia familiare, di contro la seconda sembra tua quasi per caso, non perché è stata scelta. Si lascia fare, indifferente a chiunque salga alla guida. Obbedisce si potrebbe dire, se non fosse che il termine obbedire è ancora umano, troppo umano. C’è una morale in tutto questo sproloquiare di ospedali, medici, auto e officine? Sì, che c’è. Tanto semplice da suonare perfin banale. Ed è che, fatta salva la competenza, in ospedale, come nella vita, è sempre meglio avere degli amici. Pensateci.
PS. Potrebbe esserci chi, preso da una di quelle questioni astratte che sono tanto care all’animo occidentale, potrebbe chiedere: sì, sì, hai un bel dire tu, ma, visto che c’è di mezzo la vita, dovendo scegliere tra amicizia e competenza, cosa sceglieresti? A domanda astratta risposta concreta: la prima degenza di cui sopra fu lunga anche perché un giovane chirurgo tentò un’operazione più grande di lui. Ero un caso interessante e avrebbe fatto, come si dice, curriculum. Un amico no, questo lo so per certo, avrebbe riconosciuto la propria inadeguatezza e mi avrebbe deposto nelle mani di altri più preparati. E, infatti, amici medici, mi strapparono di là, e mi portarono da Staudacher. Fidatevi, amico è meglio.
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