«Sono un bianco ignorante, rieducatemi»

L’assurdo mea culpa di un docente accusato di razzismo per aver scritto che agli americani piace lo sport universitario

Ecco un martire dei giorni nostri: un professore della Ohio State University ha scritto un pezzo così insuperabilmente assurdo da meritare un posto d’onore nel mausoleo della cancel culture. Matthew J. Mayhew è riuscito infatti nell’impresa di autocancellarsi da solo, pubblicare il suo mea culpa ed espiare i suoi peccati autoflagellandosi fino a levare residuo di presentabilità alle isteriche rese dei conti avviate nelle università americane.

«Ho sbagliato, peggio, sono stato disinformato, ignorante, ho procurato danni. Mi dispiace per tutta la sofferenza, la tristezza, la frustrazione, la fatica, l’esaurimento e il dolore arrecato dal mio articolo», «faccio anche fatica a trovare le parole per spiegare come soffro per il male che ho fatto». E cosa mai ha fatto il professore Matthew J. Mayhew? Ha scritto un articolo che dice una cosa terribile: viva il football universitario, potrebbe aiutare gli americani «a superare questi tempi straordinariamente difficili di grande isolamento, divisione e incertezza».

IL REATO DI APOLOGIA DEL FOOTBALL

Non solo, nel suo articolo per Inside Higher Ed, intitolato “Perché l’America ha bisogno del football universitario”, ha scritto che il football potrebbe aiutare una «democrazia resa fragile dal virus, dai disordini razziali e da un ciclo presidenziale contestato» perché «occupa un posto speciale e bipartisan nel cuore degli americani». Che aiuta al «rispetto dell’altro», i giocatori «diventano personaggi amati dalla comunità anche oltre i confini dello stadio o del campus». Il football infatti «offre ai giocatori un palco per parlare di cose a cui tengono. Abbiamo visto studenti atleti prendere parte a proteste, chiedere equità razziale, inginocchiarsi contro la brutalità della polizia», college e università nel rispetto delle misure di contenimento dovrebbero pertanto promuoverlo: dopo i mesi di lockdown e col morale a terra, la gente dell’Ohio ha bisogno «dei sabati di football».

LA LAPIDAZIONE IL FOOTBALL È RAZZISTA

Non è un pezzo razzista, suprematista, trumpista, negazionista? Vedere il football come «parte della società» e non «sintomo delle questioni profonde che hanno portato alla polarizzazione politica, ai disordini razziali, alla svalutazione dell’istruzione e alla devastazione prolungata della pandemia Covid-19»? Sono solo alcuni passaggi della lettera di un professore del Dallas College, Andrew McGregor, che ha guidato la lapidazione del footballista Mayhew. E con che argomentazioni? Riassunto: il football fa concorrenza alla formazione, soffia le donazioni ai programmi accademici («in un momento in cui le nostre istituzioni democratiche sono afflitte dall’anti-intellettualismo che nega i fatti fondamentali, respinge i dati scientifici e denuncia il ruolo degli esperti, ci si deve chiedere come questo aiuti la democrazia»), ma soprattutto, la voce degli atleti afroamericani che si è levata per chiedere la fine delle ingiustizie razziali resta inascoltata perché alle federazioni importa «solo dei loro corpi, non delle loro menti», e vengono fatti parlare «solo per alleviare il senso dei colpa dei bianchi» e giocare solo per sollazzare i «contribuenti annoiati».

In altre parole, come la fai, la fai sbagliata, se non trasformi il football in un comizio sei razzista, se lo fai sei ipocrita, se non passi il microfono a un giocatore nero sei razzista ma sei anche razzista se lo fai, e sei razzista anche solo se scrivi un pezzo in cui non dici che comunque vada il football è razzista. È allora che il professor Mayhew fa la frittata, chiede scusa, anzi, implora il perdono dei suoi studenti, dichiarando di essere «un uomo bianco perseguitato dalla propria ignoranza».

«SONO SOLO UN BIANCO DISINFORMATO E SCONNESSO»

«Questo è l’inizio di un processo molto lungo», scrive in un articolo di riparazione che pare estorto col mira puntato, cita la comunità di studenti, social media e illustri accademici grazie ai quali ha deciso di intraprendere un arduo processo di «apprendimento antirazzista». È appena iniziato ma ha già capito che avrebbe potuto intitolare il pezzo «Perché l’America ha bisogno di atleti neri», che il suo punto di vista sull’utilità del football universitario era dettato solo «dal mio essere un bianco disinformato e sconnesso», che ha lasciato il peso «della responsabilità della guarigione della democrazia alle comunità nere, le cui stesse vite sono in pericolo ogni giorno». E ancora, scrivendo che le persone di ogni razza e convinzione politica apprezzano il football universitario, non comprendeva di fare del male alle persone di colore con le sue «parole disinformate e spensierate», le sue «parole imprudenti», espressioni di una «ideologia forgiata dall’essere bianco e privilegiato».

«UN BIANCO PERSEGUITATO DALLA PROPRIA IGNORANZA»

«Ho imparato che parole come “distrazione” e “allegria” nascondono i fatti dolorosi che stanno accadendo nel paese e in particolare nella comunità nera», «che mi sono divertito partecipando a eventi che richiedono agli atleti neri di mettere in gioco i loro corpi e correre rischi fisici», «che non sono così informato come pensavo di essere, non così antirazzista come pensavo di essere, non così attento come pensavo di essere. Per tutto questo, mi scuso sinceramente. So che non è compito di nessuno perdonarmi, ma chiedo perdono – un altro fardello di una persona bianca perseguitata dalla sua ignoranza». E va avanti, eh? Parla del suo dolore, «dolore dentro», «lacrime e vergogna», «odio davvero l’idea di ferire qualcuno. Odio averlo fatto: se non avessi ignorato il dolore di tanti, questo articolo non sarebbe mai stato scritto. Odio che i miei studenti si siano fatti carico del mio razzismo ignorante in ogni momento» e giù di scuse ai colleghi dell’Ohio, agli studenti neri, al dottorando con cui ha firmato il pezzo incriminato, a chiunque abbia una borsa di studio, ad amici neri e di ogni colore, e di ringraziamenti «per la grazia concessa» dai tre attivissimi docenti di colore che si battono per l’uguaglianza Donna Ford, Joy Gaston Gayles, Gilman Whiting, e la loro disponibilità a «lavorare con me su questi temi. So che stanno correndo un rischio, portando un peso a perdere del tempo con me».

«MA IO, BIANCO IGNORANTE, CAMBIERÒ»

Dulcis in fundo: per iniziare davvero il lungo processo di «apprendimento antirazzista», il professore penitente ha affermato che sta lavorando a un progetto per trasformare i suoi «Mi dispiace» in «Cambierò» per fare di Black Lives Matter non solo un motto ma una azione: tornare studente, «disimparare e riapprendere ascoltando, leggendo, dialogando, riflettendo e scrivendo per aumentare la mia consapevolezza e conoscenza sul razzismo sistemico e le esperienze di persone di colore ed emarginate». Che aggiungere? Nulla. A parte i migliori auguri agli studenti americani per il coraggio, l’ardimento e la sconcertante forza del pensiero critico con cui gli atenei pensano di salvare la democrazia, liberare l’America dal razzismo, soppiantare il football con la lettura di articoli assurdi come questo.

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