«Solo chi conosce Dio, conosce l’uomo»

Pubblichiamo stralci del magistrale intervento al Meeting di Hanna-Barbara Gerl Falkovitz, che ha appena ricevuto il premio internazionale Medaglia d’oro alla cultura cattolica

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Pubblichiamo una nostra trascrizione di stralci dell’intervento inviato ieri al Meeting da Hanna-Barbara Gerl Falkovitz nell’ambito dell’incontro “Chiamati da ciò che ancora non è”. Lo sguardo di Romano Guardini all’esistenza del cristiano. Il docente emerito di Filosofia delle religioni e scienze religiose comparate all’università di Dresda ha appena ricevuto il premio internazionale Medaglia d’oro al merito della Cultura cattolica, conferito dalla Scuola di cultura cattolica di Bassano del Grappa. Sul nuovo numero di Tempi potete trovare un’intervista alla professoressa, tra i massimi esperti al mondo di Guardini.
«Solo chi conosce Dio, conosce l’uomo». Così recita il titolo del tema scelto da Guardini per il raduno biennale dei cattolici tedeschi, tenutosi a Berlino nel 1952. La citazione è nota e per questo motivo non vi si presta più attenzione. Ma, chi conosce veramente Dio? Pensando più in profondità: Chi potrebbe pronunciare una tale frase, così lapidaria, senza essere entrato nel raggio di Dio? Senza presunzione, ma per la familiarità con l’opera di Guardini, mi è possibile dire che tutta la sua persona e il suo pensiero sono stati protesi verso di Lui.
(…)
La proposta qui oggi è la seguente: Guardini ha pensato e sperimentato il Dio vivente come forza del divenire stesso. Cioè, come forza dell’inizio, dell’iniziativa, come inizio della creazione ma, ancora di più, come inizio della salvezza, salvezza che è più grande della creazione: «E se già il creare, il quale fa sì che quanto non esiste cominci ad esistere, è un impenetrabile mistero, così è sottratto ad ogni sguardo e ad ogni misura umana quanto significa che Dio faccia del peccatore una persona che si presenta senza colpa. È una creatività che viene dalla pura libertà dell’amore. Nell’intervallo fra i due stati v’è una morte, un annientamento. Quell’incomprensibilità tocca il cuore».
Da questo secondo, altro inizio, viene disegnato il divenire dell’uomo, che si lascia inserire  nell’opera di Dio e il dipanarsi dell’esistenza cristiana durante tutta la vita. Opera, una parola, nella cui dinamica e prospettiva escatologica, Guardini coinvolgeva i giovani, gli studenti e uditori all’università. Nel divenire è la libertà, nella libertà si decide il destino, e Guardini osava parlare del destino di Dio negli uomini. Ma anche del destino dell’uomo in Dio, dell’uomo che si confronta con Dio.
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Fino alla sua ultima opera incompiuta, L’esistenza del cristiano, una domanda lo ha particolarmente accompagnato: a quale trasformazione sono veramente sfidati, chiamati e di quale trasformazione sono capaci la coscienza cristiana e l’agire cristiano? Tale divenire accade già nella preghiera vera: «Conoscere qualcosa di Cristo o rimanere nella vicinanza del Signore è già in sé un atto santo. Ogni volta che un tratto della sua santa figura diventa vivo o una sua parola ci tocca, questo significa già un divenire interiore».
Alla luce di questo divenire nuovo, la teologia di Guardini, diversamente da tanti altri, non è prima di tutto antropologia, ma prima di tutto parola del Logos divino, prima di tutto parola della Rivelazione, prima di tutto parola del Mistero che si comunica. Di fronte a Dio l’uomo deve inginocchiarsi e diventare in Lui glorioso. Nel Dio rivelato l’uomo si rivela a se stesso.
La forza dell’inizio
Dalla Rivelazione si desta qualcosa di insondabile: il Mistero del nuovo inizio, Dio stesso come inizio. Guardini ama la parola inizio, la usa nove volte nei suoi titoli, la riformula come forza dell’inizio, addirittura come forza di novità, Inizio è qualcosa di enorme, di mostruoso. Inizio inteso come: salto originario, novità originaria – gratuito, semplicemente lì, presente. Ma tutto ciò che è senza motivo, gratuito è Mistero; anche il bambino appartiene a questo Mistero, così come la fonte, così come il seme, così come tutto ciò che prima non c’era ed improvvisamente appare piccolo per poi diventare qualcosa di grande. «Questo è il mistero del bambino: profondità d’inizio, pienezza di futuro, insieme dono e inizio della potenza di vita».
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Cos’è inizio? L’inizio dell’uomo è più di un punto di partenza, che viene subito abbandonato. Già questo, nel pensiero quotidiano, non è scontato. Così come, seguendo lo stesso inaspettato movimento di pensiero, anche la fine non è semplicemente punto e interruzione. «Iniziare passa attraverso tutta la sua vita, la vita dell’uomo e il finire già inizia con il primo respiro». Certamente c’è un inizio, che immediatamente sparisce, quando è fatto: In latino si chiama initium, lo start temporale. Ma Guardini guarda all’inizio permanente: questo in latino si chiama principium, che domina tutto ciò che verrà. «La vita sorge non solo nella prima ora, quasi una volta per sempre, cosi da andare poi avanti in una direzione lineare, ma risorge continuamente dalla profondità, dal nascosto all’aperto. Da ciò che ancora non c’è al reale».
La forza della chiamata
Quale profondità misteriosa viene qui intesa? Questa domanda ci porta nel cuore dell’esistenza, nel suo ambito originario. Guardini chiama il destino più profondo dell’uomo essere chiamato. Inizio è chiamata. E ciò che chiama è una volontà, non semplicemente un informe potere primordiale, una natura generale, ottusa e incosciente. È una enorme volontà che mi crea chiamandomi, cosi come sono, beato di essere. In questa chiamata non sono una copia, uno schiavo, sostituibile da mille altri, bensì sono libero, unico, dato nel suo essere sé.
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Dalla Sua infinità discende tutto ciò che inizia, la Sua forza rende la vita possibile. Ogni nuovo mattino si desta dalla stessa forza , in generale, dove c’è novità, sorpresa, irruzione, risveglio, essa vive dal primo, intramontabile, perdurante inizio.  Da ciò l’importanza del mattino per la liturgia, per il lavoro, per l’esistenza in generale. È possibile formulare questo pensiero in modo significativo anche partendo dal suo altro capo: Dovunque il futuro, inteso come novità, come sorpresa, come qualcosa di non calcolabile, venga pianificato fin nel dettaglio, dove, per esempio, non venga più accettato il bambino come simbolo dell’inaspettato nuovo, questa forza primaria, che tutto porta e tutto vuole, viene esclusa e diventa inefficace. Lì non regna più il soffio vitale di un futuro donato, ma la vacuità della chiusura.
La perdita dell’inizio
E la chiusura è possibile: Certamente non è possibile difendersi dal fatto originale di essere donati a se stessi; o detto in un altro modo: non ci si può difendere dalla beatitudine di essere voluti, ma, ciononostante, proprio questo viene tentato, da ogni uomo, a partire da Adamo.
(…)
Il divenire dell’uomo: nel nuovo inizio
Ogni divenire ha la sua origine nella vitalità del Creatore, più precisamente: nella vitalità del Logos, che chiama creando, irradia il mondo, si offre all’incontro. Dio non è semplicemente essere, Egli è più di questo: «Nessun concetto è applicabile tout court a Dio, neanche l’esse nella sua forma più semplice. L’essere significa in Dio qualcosa di diverso». Già da sempre è opera e realtà. È, ma è anche continuo divenire, si legge nella teoria degli opposti.
Nell’operare manifesto sorge il nuovo, l’altro inizio, la seconda creazione, l’uomo nuovo: «Cosa vuol dire fede? Essere convinti che a partire da Cristo, da una parola, dalla Sua immagine, dalla Sua vita, dalla forza della Sua morte salvifica e dalla Sua resurrezione, il mondo non è come sembra apparire. È anche questo, ma è al contempo più di questo. Non è sigillato in questo, ma attraverso la redenzione in esso è accaduto un nuovo inizio. Da lì si sviluppa una seconda creazione. La fede ha osato ed è certa che questo divenire della seconda creazione può realizzarsi in ogni uomo, attraverso ogni parola, attraverso ogni avvenimento. Trasversalmente a tutto, il divenire dell’uomo nuovo, che si forma secondo l’immagine di Cristo, si compie verso la gloria dei figli di Dio. Il credente, però, mette il suo essere vivente a disposizione di questo divenire. Lo accoglie nella sua responsabilità. Lui stesso lo realizza, insieme a Dio. Perché non deve semplicemente accadergli, ma può realizzarsi solo attraverso la libertà; certamente operato da Dio, ma all’interno del vivo volere e operare dell’uomo, cioè nella sua fede». 
(…)
La fatica della libertà
Perché il divenire sia possibile occorre, prima di tutto, la tensione umana fra il reale, che ci lega nella sua irriducibilità, e il possibile, in cui è dato di poter introdurre dei cambiamenti. Il divenire implica la libertà. «Dappertutto l’uomo è prigioniero, ci sono leggi, necessità, quando il tempo è pesante bisogna farsene carico coraggiosamente, non vi si può cambiare niente. L’uomo è rinchiuso in abitudini e doveri quotidiani e, ciononostante, vi è in lui la forza misteriosa della libertà. Certamente la vita è abitudine, come una costrizione, come un orologio, ma sempre di nuovo arriva il momento della decisione, posso andare a destra e posso andare a sinistra. In certi casi la decisione è molto importante. Questo è forza dell’inizio. Un uomo mi viene incontro, dice qualcosa, posso rispondergli in modo o in un altro, posso ricambiare una gentilezza in un modo o in un altro. Questo è forza di novità, nasce dallo spirito, dal cuore».
Con questo tocchiamo in Guardini la sua comprensione di cuore: il cuore è il luogo del divenire, della decisione, il luogo del cambiamento, ma anche del fallimento. Nell’uomo esiste la stupenda capacità di uscire da sé, verso il bene o verso il male. L’uomo può decidersi, per e contro qualcosa, e con ciò, allo stesso tempo, per sé o contro di sé, più precisamente: per o contro la sua origine. La libertà è il fianco aperto dell’uomo, in cui vi è anche la libertà di perdere tutto. Perciò vive nell’uomo una tragica possibilità, non perché sia stato pensato piccolo da Dio, ma perché è stato pensato grande. La sua grandezza è la sua tentazione; niente gli è stato rifiutato. «Ciò significa che l’uomo è fatto dal mondo verso l’altezza di Dio e da Dio verso la profondità del mondo (…)».
Fatica e benedizione della decisione: la lotta di Giacobbe
Perché il Creatore ha osato mettere nelle mani della sua creatura lo strumento della libera decisione? In un passaggio risalente ad una produzione più remota, Guardini ha tentato una meravigliosa interpretazione di questa domanda, che ci introduce in una più ampia visione dell’uomo. Una concezione che si dispiega attraverso la lotta di Giacobbe con Dio.
Questa lotta, al capitolo 32 della Genesi, svela un misterioso rapporto che, ad una prima comprensione, sembra comunicare poco. Eppure il testo rimane impresso; è rimasto impresso fino ai nostri giorni nel nome stesso di Israele, cioè di colui che lotta con Dio. Secondo la discendenza spirituale, tutti sono figli di Giacobbe, figli della elezione: tutti sono nati dalla lotta del progenitore e con lui benedetti. La lotta di Giacobbe non racconta come essa sia stata, tanto tempo fa, in un periodo molto lontano, ma quale sia l’impronta permanente sulla generazione dei lottatori con Dio, il sigillo, sotto il quale si presentano tutti quelli che verranno in futuro. Una tale storia è avvenimento continuo, che riguarda tutta la casa di Giacobbe ed è cosa buona considerare la forza di questo avvenimento come la grande linea sotto la quale i figli di Giacobbe verranno mandati nel futuro. Potendosi, tuttavia, perdere.
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La lotta è strana: un intreccio oscuro fra superiorità e debolezza al contempo. Giacobbe vince in questa notte infinita, ma zoppica, perché l’altro ha facilmente dimostrato la sua superiorità, doveva soltanto toccare Giacobbe. Ma anche viceversa: Giacobbe zoppica, ma vince, perché il potente sconosciuto si dimostra alla fine sconfitto. Il sole sorge e Giacobbe porta un nuovo nome: e con esso un nuovo destino in cui, una seconda volta, sottometterà il fratello, questa volta in modo legittimo, attraverso la conciliazione. Giacobbe è, secondo Guardini, uno dei grandi nelle tappe della salvezza, un uomo di forza e scaltrezza. Si imbatte nel mistero di Dio, nella vicinanza di Dio, una vicinanza difficile da sostenere, e in questo viene segnato. È il fondatore di una stirpe regale e zoppicante, che perdura fino ai nostri giorni.
Ma si può realmente lottare con Dio? Esiste realmente una decisione per Lui o contro di Lui? Guardini vede nella tradizione biblica un duplice senso: da una parte essa conosce Dio come colui di fronte al quale nulla resiste. Ma lo conosce anche come colui che può ritirare la sua superiorità. Il sovrano arriva implorante, come a Nazareth; arriva secondo la misura dell’uomo, si lascia porre domande e dà risposte. Nella storia di Giacobbe ambedue le cose sono connesse: l’irresistibile e il domabile. Cosa significa che Egli arriva nella lotta o manda il Suo messaggero per lottare, e poi vince e tuttavia non vince? Evidentemente Dio vuole, secondo Guardini, che l’uomo lotti con Lui, anzi che misteriosamente Lo vinca. Qui Guardini fa una affermazione meravigliosa su Dio e sull’uomo: Dio vuole vedere l’uomo lottare, proprio perché l’ha creato a Sua immagine. Anche questo fa parte della somiglianza con Lui: non un essere creato come marionetta, uno che riceva comandi, con il quale Dio avrebbe gioco facile, ma come un essere libero, un essere forte per vivere, creare, plasmare ciò che serve alla propria vita. In questo sta la stupenda sfida alla decisione: l’amore vuole che si lotti con lui, che si lotti per la chiarezza della propria vita, che ci si imbatta con tutte le domande in Dio, lottando. L’amore non vuole l’uomo solamente come bambino.
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Questo intreccio tra sfida e benedizione, tra resistenza e vittoria, tra notte e alba è un messaggio sull’essenza di Dio e sull’essenza dell’eletto. Ciò che arriva come ostacolo e apparente distruzione, arriva quando è stata combattuta la buona lotta come benedizione. La potenza di Dio non arriva distruggendo Essa pretende una forza estrema, un optimum virtutis, ma non vuole sopraffare. Nella forma dell’ostacolo essa vuole essere accolta come amore.
Ciò valga come incoraggiamento per le generazioni future, di resistere nella notte della lotta, come Giacobbe, fino al sorgere del sole. Tutto è già stato ottenuto nella lotta contro di Lui e con Lui. «Il suo pensiero creativo: questo è il mio inizio. Le radici della mia essenza sono nel beato mistero, che Dio ha voluto, che io sia». Proprio in questo Dio provoca l’uomo ad accettare se stesso, ad accettare una crescita verso la grandezza, ad accettare la lotta con la propria origine. Che l’uomo non sia condannato ad un automatismo, ma che possa decidersi, che possa utilizzare la propria forza: tutto ciò viene visto da Guardini come uno dei più imponenti tra i grandi doni della somiglianza con Dio.
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Mettersi in cammino da questa oscurità vuol dire immettersi nel movimento di Cristo, volere il divenire verso di Lui. Con tutta la forza, perché è della grandezza della Grazia, che Essa desideri la nostra collaborazione. Questo mi sembra tocchi il nucleo del pensiero di Guardini: il suo sguardo escatologico sulla lotta di Dio con l’uomo.

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