Siria. «Per noi la vera guerra comincia adesso»

Reportage da Aleppo. Gli aiuti, i fidanzamenti misti, la comunità cristiana. Come la città sta cercando di riprendersi dopo il conflitto

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DAL NOSTRO INVIATO IN SIRIA – ALEPPO.  La chiesa dedicata a san Bonventura del quartiere di Er Rian, succursale della parrocchia latina di Aleppo, ospita due statue di sant’Antonio che tiene in braccio il Bambino Gesù. Una si trova in un atrio adiacente al presbiterio, l’altra – nella quale sant’Antonio porta pure una corona sul capo – è collocata alla sinistra dell’altare. Nessuno prega mai la statua di san Bonaventura, tutti pregano le due statue di sant’Antonio. Compresi non pochi musulmani, alcuni dei quali per timidezza restano sulla soglia dell’atrio e affidano alla gentilezza di un cristiano di passaggio la candela votiva che hanno portato con sé perché la accenda e la posizioni di fronte al santo. Di fianco alla prima statua c’è una bacheca carica di ex voto di latta che alludono a malattie guarite, gravidanze ottenute, bambini venuti al mondo sani. Al collo di entrambe le statue ci sono alcune decine di rosari di ogni foggia e colore. «Anche quelli sono ex voto», ammette con imbarazzo padre Bassam, il saggio francescano responsabile della struttura, alla quale è annessa una preziosa scuola per ragazzi sordomuti iniziata da due coniugi cristiani e oggi finanziata dalla Custodia di Terra Santa e dall’Associazione Pro Terra Sancta. «Li lasciano qui i cristiani che hanno pregato sant’Antonio di poter ottenere tutti i documenti per l’espatrio, insomma i cristiani che sono emigrati all’estero perché il santo gli ha fatto la grazia».

Quanti sono i cristiani di Aleppo

Ad Aleppo, come nelle altre diocesi siriane, le Chiese stanno facendo sforzi eroici per dissuadere i cristiani dall’emigrazione. Aiuti materiali intelligenti e insostituibili, pastori solleciti di ogni bisogno spirituale e attenti a ogni tormento personale, sacerdoti encomiabili per dedizione alla vocazione e per abnegazione nel ministero. Eppure i numeri sono impietosi: i cristiani di Aleppo erano 180 mila prima della guerra, sono appena 32 mila oggi. Certo, a prendere la via dell’estero non sono solo gli aleppini di fede cristiana. Ma mentre la popolazione totale della città è diminuita del 60 per cento circa, quella cristiana è scesa di più dell’80 per cento.

I programmi

La parrocchia latina retta dai francescani nel quartiere di Azizie è uno degli snodi nevralgici dell’azione delle Chiese a favore della popolazione di Aleppo, con una particolare ma non esclusiva attenzione alla sua componente cristiana. Grazie a contributi di provenienza Cei, Custodia di Terra Santa, Associazione Pro Terra Sancta, Misereor tedesca e donatori privati italiani, la parrocchia spende annualmente più di 2 milioni di euro in programmi di assistenza alimentare, farmaceutica e ospedaliera, per la riparazione o la ricostruzione di edifici danneggiati o distrutti dalla guerra (1.400 unità rese abitabili fra il 2016 ed oggi), per l’avvio o il riavvio di esercizi commerciali con preferenza per i reduci di guerra, per il restauro dei cimiteri delle comunità cristiane, e per altre attività benemerite.

Non accontentiamoci di un figlio solo

Sabato la parrocchia ha distribuito a un centinaio di famiglie bisognose una tanica di olio di oliva da 16 litri: l’olio di oliva è uno dei prodotti tipici della Siria, ma a causa della guerra è diventato raro e costoso. In quell’occasione il parroco padre Ibrahim ha tenuto un discorso un po’ particolare. «Genitori, fate più attenzione ai vostri figli», ha detto. «Ci sono ragazzini di dodici anni che col cellulare già navigano sui siti pornografici. E poi c’è la questione affettiva. Ricordatevi che non tutti i fidanzati sono uguali. A volte ci sono differenze culturali importanti, che avranno conseguenze molto forti sulla vita delle vostre figlie e sulla vostra stessa esistenza. Pensateci bene quando venite a sapere che vostra figlia frequenta questa o quella persona. E quando arriviamo al matrimonio, ricordiamoci che una nuova vita è una benedizione e che Dio ci ha invitati a procreare: non accontentiamoci di un figlio solo. Altrimenti questa comunità si estinguerà!».

Fidanzarsi in Siria

Padre Ibrahim può invitare i suoi parrocchiani alla fecondità con buona coscienza, perché fra i vari programmi di aiuto ce n’è anche uno dedicato ai fidanzati, ai quali viene pagato l’affitto di casa (o un’altra forma di sostegno) per un anno intero quando decidono di contrarre matrimonio. Perché uno dei problemi è proprio la scarsità dei matrimoni fra cristiani. «Tranne i figli unici maschi, che sono esentati per legge, i nostri ragazzi emigrano all’estero per non fare il servizio militare quando diventano maggiorenni o quando non possono più rinviare la leva per motivi di studio», spiega uno dei presenti. «Il risultato è che qui ci sono tante ragazze cristiane in età di matrimonio e pochi ragazzi cristiani. Le ragazze si sposano coi giovani musulmani o vanno a convivere con loro, quando le famiglie sono contrarie al matrimonio. Questo fenomeno mette a rischio la sopravvivenza stessa della nostra comunità».

Farsi beffe della morte

La sera a un incontro coi gruppi giovanili della parrocchia e coi loro responsabili si trova la conferma dei due problemi: quello dell’emigrazione e quello del rapporto sbilanciato fra i sessi. È un incontro molto ben pensato, nel corso del quale ai presenti vengono mostrate immagini che richiamano tutte le situazioni create dalla guerra ad Aleppo e si chiede loro di reagire. Subito uno dei giovani partecipanti obietta: «Perché volete riaprire le ferite? Parliamo d’altro». Il conduttore della serata replica prontamente: «Tenersi le cose dentro fa male. Arriva il giorno che esplodiamo. Invece se le condividiamo andiamo verso la guarigione dell’anima». Effettivamente la condivisione comunitaria delle esperienze del tempo di guerra si dimostra terapeuticamente efficace: i giovani raccontano i pericoli corsi e le vicende più imbarazzanti ridendo e facendo battute. Si fanno letteralmente beffe della morte. Una cosa però balza agli occhi: della cinquantina di presenti due terzi sono ragazze. E quando, trattando la questione del servizio militare, viene chiesto quanti dei maschi presenti sono figli unici, quasi tutti alzano la mano; i pochi che non la alzano restano molto seri. Quando poi viene chiesto quanti abbiano intenzione di emigrare, un terzo dei presenti alza la mano, e sono in maggioranza maschi. Uno solo dice di aver cambiato idea rispetto al suo progetto di migrazione: «Ho deciso che prima finirò gli studi, poi emigrerò». A quel punto padre Ibrahim racconta la storia di Selim, un medico che aveva la possibilità di emigrare, ma è restato nel paese perché considera sua missione curare i malati siriani. Forse qualcuno ci ripenserà.

Il Buon Pastore è con noi

«Sì, fa veramente male al cuore ed è motivo di preoccupazione sentire la nostra gente che dice: “Abbiamo sbagliato a restare qui”», commenta amaro Georges Abou Khazen, il vicario apostolico latino di Aleppo, nella sede del vicariato a Shakbah, appena un chilometro e mezzo dalla linea del fronte, da cui ancora arrivano razzi. «In questi ultimi mesi ci rendiamo conto della stanchezza della gente, di come stiano perdendo la speranza. Noi vescovi, che siamo rimasti qui con loro durante la guerra come pure i sacerdoti, diciamo loro che anche quando siamo circondati dai lupi il Buon Pastore è con noi».

I cristiani che resteranno

«Non credo proprio che tutti i giovani se ne andranno. Qui ogni biennio formiamo 200 catechisti che insegnano gratuitamente il catechismo a 2.000 bambini in 11 chiese della città, e per i tre quarti si tratta di giovani fra i 19 e i 25 anni: queste non sono cose che fanno persone che stanno per emigrare», replica padre Firas Lufti, il francescano incaricato dai sei vescovi cattolici di Aleppo di guidare il Centro per la formazione dei catechisti che esiste dal 1891 e al quale fanno riferimento anche catechisti delle Chiese ortodosse. Tanto è convinto padre Firas che ancora molti cristiani resteranno ad Aleppo che con finanziamenti di Aiuto alla Chiesa che soffre sta costruendo un teatro da 300 posti all’interno del Centro. «Qua le strutture ecclesiastiche sono ancora il principale ambito di socializzazione dei cristiani».

Un posto per i nostri figli

Padre Firas è anche il responsabile del Franciscan Care Centre nel quartiere di Furqat, dove i frati possiedono quello che era un collegio universitario. Ora è un centro dotato di campi da calcio in erba sintetica e di basket, di un’area giochi per i bambini e di una piscina in costruzione, ma soprattutto di un’attività per il trattamento del trauma psichico e di altri disagi psichici coordinato da una psicologa musulmana, la dotoressa Benham. «I bambini sono traumatizzati da violenze in famiglia dovute allo stress, dalla perdita di un genitore, da mutilazioni di membri della famiglia, dall’aver visto morire qualcuno sotto i loro occhi», spiega. «Alcuni soffrivano già disabilità e ritardi nell’apprendimento che la guerra ha aggravato». Nel centro si praticano tutte le attività del caso, dalle tecniche di comunicazione fra genitori e figli all’arte-terapia, lo sport, il teatro, ecc. «Se non ci fosse un posto come questo, certamente anche noi penseremmo a lasciare il paese», afferma convinta la mamma di un maschio e di una femmina che frequentano regolarmente il centro. «Avevamo bisogno di un posto dove i nostri figli fossero trattati come persone normali, e qui lo abbiamo trovato».

Per noi la vera guerra inizia adesso

I frequentatori del Centro di Furqat sono praticamente tutti cristiani, ma ora i francescani hanno deciso di aprire due centri dello stesso tipo nella vicinissima Aleppo est, dove la popolazione è interamente musulmana e i bambini sono stati psicologicamente traumatizzati non solo dalla guerra come quelli dell’ovest, ma anche dall’indottrinamento jihadista. Il Gran Mufti della città benedice l’iniziativa. «I riflettori dei media si sono spenti dopo la fine delle battaglie nel dicembre 2016, ma per noi la vera guerra comincia adesso, con le conseguenze sociali e psicologiche della guerra fatta con le armi», dice Ayman, un giovane insegnante di inglese che collabora col centro. «Se volete che la gente non se ne vada da qui, continuate a parlare di noi, raccontate le nostre difficoltà e i nostri progressi».

Foto Rodolfo Casadei