Ma perché Obama vuole attaccare in Siria? Qualche domanda scomoda al Nobel per la Pace

Prove incerte, i ribelli che maneggiano i gas letali, tempistiche senza senso. Perché Obama ignora la saggia ritrosia del Pentagono? Perché questa urgenza?

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Sul suo blog sul sito de Il Giornale, l’esperto di politica estera Marcello Foa ha pubblicato questo post che di seguito riproduciamo. Le perplessità di Foa, vanno ad aggiungersi alla lunga lista di quelle di altri autorevoli osservatori. Vi ricordiamo di firmare l’appello contro l’intervento militare.

Seguo con crescenti perplessità, l’escalation che sta portando l’Occidente – o perlomeno Stati Uniti e Gran Bretagna – verso l’intervento militare in Siria.

Il casus belli (le armi chimiche) è molto mediatico ma non del tutto convincente. Per quale ragione Assad avrebbe dovuto usare le armi chimiche, sapendo da tempo che Obama non le avrebbe tollerate? È come se un conducente lanciasse l’auto a 200 km h allora in una zona in cui il limite è 80, pur essendo stato informato della presenza di un autovelox e, dietro l’angolo, di un posto di blocco. Non ha senso.

La priorità assoluta di Assad è di evitare qualunque provocazione nei confronti degli Stati Uniti, essendo consapevole che solo un intervento dal cielo degli occidentali potrebbe costringerlo alla resa, come avvenuto con Gheddafi. È inverosimile che a Damasco siano tutti impazziti. D’altro canto, come ha ricordato a Rainews 24 un ottimo giornalista quale Alberto Negri, gli osservatori non hanno più la certezza che tutti i depositi di armi chimiche siano ancora nelle mani del regime. Dunque i ribelli i potrebbero controllare quantitativi di gas sufficienti per provocare la strage che sta indignando il mondo.

Quei ribelli che più di ogni altro hanno interesse a coinvolgere gli americani nella guerra civile. Vuoi vedere che… Il mio è solo un dubbio, ma plausibile se si considera che c’è un precedente, proprio in Siria, quando l’opinione pubblica internazionale attribuì la responsabilità di uno dei peggiori massacri di questa strana e sporchissima guerra a coloro che in realtà erano le vittime.

La seconda perplessità riguarda la tempistica. Chi segue la stampa specializzata sa che i generali americani sono contrari a un intervento, tanto più se affrettato. Certo, hanno preparato i piani di intervento e sono pronti; ma in queste ore sconsigliano Obama dall’andare avanti. Eppure non sembrano trovare ascolto.

Nelle ultime 72 ore gli spin doctor della Casa Bianca stanno facendo rullare i tamburi per preparare l’opinione pubblica a un intervento moralmente doveroso, giusto, solidale, alternando indiscrezioni allarmiste (raid entro 48 ore!) a rassicurazioni formali (nulla è deciso, decideremo con la comunità internazionale). Un copione già recitato in passato e di sicuro effetto. L’intervento o è già stato deciso o, comunque, è in cima all’agenda presidenziale.

E allora bisogna chiedersi che cosa spinga davvero Obama e i suoi consiglieri a ignorare la saggia ritrosia del Pentagono. Quali gli scopi reali? Perché questa urgenza? Quali le motivazioni strategiche, sono economiche o geopolitiche? O dobbiamo credere che il sempre più probabile attacco alla Siria serva (anche) a far dimenticare il tragico pasticcio egiziano?

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