Siria. «L’America non può prevedere se chi succederà a Bashar al Assad sarà peggio di lui»

Secondo i sondaggi la popolazione americana vorrebbe rimanere fuori dal “pantano siriano”. Ma politica e media premono per l’intervento. Repubblicani divisi. I dubbi di Colin Powell

Firma l’appello contro l’intervento militare in Siria

Mentre arriva una prima conferma dell’Onu sul ritrovamento di “agenti chimici” nei quartieri controllati dai ribelli a est di Damasco, Barack Obama sta ancora valutando quale azione militare intraprendere in Siria, in rappresaglia del presunto attacco con armi chimiche da parte delle forze governative di Bashar al Assad. Le ipotesi sono un attacco missilistico dal mar Mediterraneo e – opzione meno probabile, dicono gli esperti – un bombardamento aereo.

LA LINEA ROSSA. Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos della settimana scorsa, soltanto il 9 per cento degli americani è favorevole a un’azione militare del proprio paese contro il regime di Bashar al Assad. E soltanto il 26 per cento concorderebbe sull’intervento statunitense nel “pantano siriano”, se fosse dimostrato l’uso di armi non convenzionali contro i ribelli da parte delle forze di Assad.
Per la maggior parte dei media americani, però, l’azione militare non può essere rimandata. È in gioco «la credibilità dell’America», spiegavano ieri il Washington Post e il Wall Street Journal. Se l’attacco chimico fosse confermato, se dunque la linea rossa che aveva tracciato il presidente Obama qualche mese fa, fosse stata davvero oltrepassata, l’America sarebbe costretta a intervenire.

I PROBLEMI DELL’INTERVENTO. Quanto durerà l’intervento armato? Sarà risolutivo? Chi vincerà sarà meglio di Assad? Questi sono alcuni delle domande senza risposta che si pone l’opinione pubblica americana. Li ha ricordati domenica alla Cbs il generale Colin Powell, ex segretario di Stato di George W. Bush. «L’America – ha detto Powell – non può prevedere se chi succederà a Bashar al Assad sarà peggio di lui». Gli Stati Uniti, ha proseguito Powell «non possono continuare ad andare in giro pensando di poter effettivamente cambiare le cose.
Possiamo influire e possiamo essere pronti ad aiutare la gente quando i problemi saranno stati risolti o una delle parti avrà sconfitta l’altra». Una posizione condivisa con molti degli esponenti repubblicani vicini ai Tea Party, favorevoli a una politica estera più isolazionista.

LE DIVISIONI DEI REPUBBLICANI. Mentre il Partito Democratico aspetta la decisione del Presidente Obama, i repubblicani si dividono tra chi approva l’intervento, a patto che sia più consistente di un «esercizio velleitario» di stile e un «cannoneggiamento a salve» (Wall Street Journal), e chi propone di stare fuori dal conflitto o portare la questione al Congresso.
Del primo gruppo fanno parte i vecchi falchi repubblicani, capeggiati da John McCain, che chiedono da tempo un intervento in Siria. Recentemente hanno sottoscritto un appello affinché il Presidente Obama «intraprenda azioni militari limitate in Siria in grado cambiare l’equilibrio delle forze sul terreno e creare le condizioni per una fine negoziata del conflitto e la fine al governo di Assad».
Del secondo gruppo, che per ora non appoggia l’ intervento fanno parte repubblicani di primo piano, come il senatore repubblicano del Texas, Ted Cruz, che lunedì ha spiegato che gli Stati Uniti non possono comportarsi da «poliziotto del mondo». E in appello, sottoscritto da 33 repubblicani e 6 democratici guidati dal deputato conservatore Scott Rigell, chiedono che Obama, prima di intervenire in Siria, chieda l’autorizzazione al Congresso.