Siria. Capire la stranezza di una tregua che sembra reggere

Perché la “strana” convergenza tra America, Russia e Turchia può essere l’inizio di una via (forse drammatica) verso la pace. Parlano Eran Lerman, Gian Micalessin, Sergio Romano

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Questo articolo è tratto dal numero di Tempi in edicola da oggi, giovedì 15 settembre (vai alla pagina degli abbonamenti)

Se i cosiddetti “ribelli moderati” che dal 2011 combattono in Siria per rovesciare il governo di Bashar al-Assad fossero un potente esercito di liberazione, appoggiato dal popolo e vicino a conquistare la capitale Damasco, la loro ultima proposta di pace verrebbe presa sul serio e la guerra finalmente cesserebbe. Ma poiché l’accozzaglia di fazioni armate sunnite, più o meno jihadiste e più o meno unite, finanziata e armata da Qatar, Turchia e Arabia Saudita, non ha più credibilità né consistenza sul terreno, la loro “Visione per la Siria” presentata la settimana scorsa è stata clamorosamente snobbata dalle grandi potenze. Come sia possibile, dopo cinque anni di guerra, oltre 200 mila morti e 11 milioni di sfollati, insistere sulla cacciata di Assad come prerequisito per la pace è un mistero. Ma è un mistero che gli Stati Uniti, e non solo loro, non sembrano più intenzionati a sondare. Nell’ultimo mese la guerra in Siria è cambiata: storici nemici sono tornati a parlarsi e la speranza è che il nuovo protagonismo congiunto di Turchia, Stati Uniti e Russia porti a una pace duratura.

L’intesa tra Obama e Putin
Il passo più importante è stato compiuto da Washington e Mosca, che il 10 settembre hanno raggiunto un accordo per fermare i combattimenti e unirsi nella lotta alle fazioni jihadiste più pericolose, a partire dallo Stato islamico. Dopo oltre 15 ore di colloqui a Ginevra, il segretario di Stato americano John Kerry e il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov hanno stabilito un cessate il fuoco dalla mezzanotte di lunedì (giorno in cui questo giornale è andato in stampa) per dare tregua alla popolazione siriana. Per sette giorni dopo l’inizio del cessate il fuoco all’esercito siriano, appoggiato da Russia, Iran e milizie sciite Hezbollah, è stato concesso di continuare ad attaccare Isis e Jabhat al-Nusra, la fazione siriana di Al-Qaeda che ha appena cambiato nome in Jabhat al-Fatah al-Sham, mantenendo però lo stesso pedigree jihadista. Vladimir Putin, inoltre, dovrà fare pressione su Assad perché la sua aviazione non bombardi i centri abitati, mentre Barack Obama dovrà convincere i ribelli “moderati” a rompere ogni alleanza con le milizie jihadiste. Se tutto questo avverrà, Stati Uniti e Russia formeranno un’alleanza militare inedita per eliminare l’Isis e gli altri gruppi terroristi qaedisti.

La cauta soddisfazione generale è stata stemperata dai ribelli, che hanno reagito male all’accordo. Per due motivi: da un lato la loro proposta di pace è stata cestinata senza essere nemmeno considerata, dall’altro molte milizie combattono insieme ai jihadisti e rischiano quindi di essere bombardate. Ciò nonostante, non hanno rigettato il cessate il fuoco.

«Il riavvicinamento fra Putin e Obama è positivo», ragiona con Tempi Sergio Romano, scrittore e giornalista, già ambasciatore presso la Nato e Mosca. «Se Russia e America riescono a mettersi d’accordo sulla Siria, forse potranno trovare un’intesa anche su altri fronti, come l’Ucraina». Per quanto sia un «passo avanti», nell’accordo ci sono però dei punti oscuri. Primo fra tutti, il futuro di Assad: «Non ci hanno detto nulla su questo. La Russia è legata a lui perché è l’uomo su cui può maggiormente contare per difendere i suoi interessi, legati soprattutto alle basi militari», continua Romano. «Mi è sempre sembrato che i russi fossero disposti ad accettare un’uscita di scena di Assad, ovviamente decorosa e organizzata nel modo giusto. Ora però non sono più così sicuro».

Le priorità di Erdogan
Decifrare le intenzioni russe non è semplice, molto difficile prevedere quelle americane: «Il povero Obama ha cambiato idea molte volte sulla Siria e naviga a vista», spiega Romano. «Prima ha avuto una fase democratica, sostenuta dall’idea secondo la quale un mondo di democrazia è più pacifico di uno con regimi dittatoriali. Non per forza è così, ma questo era il credo del presidente americano, che voleva anche rimediare agli errori di Bush e sganciare gli Stati Uniti da impegni costosi e complicati come l’Iraq o l’Afghanistan». Poi però la Siria ha travolto Obama, costringendolo a minacciare: «Se Assad usa le armi chimiche lo punisco», riassume l’ex ambasciatore. «Le armi chimiche sono state usate e lui si è accorto che per mantenere la parola doveva agire come Bush. L’opposto delle sue intenzioni. Quindi non l’ha fatto, cambiando strategia di nuovo. Diciamo che vive alla giornata».

Meno incline a usare eufemismi l’inviato di guerra Gian Micalessin: «Il problema di Obama è che non ha mai avuto una strategia per la Siria», dice a Tempi. «Gli americani non hanno ancora deciso se vogliono fare la guerra ad Assad o allearsi con i jihadisti. La conseguenza di sette anni di incapacità politica di Obama è che tutti si permettono di fare i propri comodi: a cominciare dalla Turchia».

Ankara è protagonista di una delle svolte più rilevanti della guerra siriana. Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha sempre cercato di rovesciare Assad in accordo con gli Stati Uniti, finanziando milizie jihadiste, favorendo lo Stato islamico e appoggiando il Consiglio nazionale siriano, riconosciuto anche da Europa e America, che rappresenta politicamente i ribelli “moderati” e quelli legati ai Fratelli Musulmani con sede a Istanbul. La Turchia è arrivata perfino a uno scontro frontale con la Russia, culminato nell’abbattimento di un jet russo a novembre. Dopo cinque anni Ankara ha cambiato strategia: si è riappacificata con Mosca, nonostante la militanza nella Nato, e a fine agosto, dopo un colloquio Erdogan-Putin, ha mandato l’esercito a invadere il nord della Siria, ha cacciato l’Isis da una striscia di territorio di circa 100 chilometri lungo il confine turco-siriano, ma soprattutto ha ferocemente combattuto le milizie curde, alleate degli Stati Uniti contro l’Isis. I curdi, infatti, da sempre presenti nel nord-ovest e nord-est della Siria, erano quasi riusciti a unire i loro territori strappando una città dopo l’altra ai terroristi islamici di Al-Baghdadi, con l’obiettivo di creare una federazione.

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La Russia non si è opposta come in passato all’intervento turco, segno che qualcosa è cambiato. «Non sono per niente sorpreso dalla mossa di Erdogan», analizza la situazione con Tempi il colonnello israeliano Eran Lerman, che dal 2009 al 2015 si è occupato di politica estera nel Consiglio della sicurezza nazionale del premier israeliano e oggi lavora al Centro studi strategici Begin-Sadat. «Il peggiore incubo della Turchia è la creazione di uno Stato curdo lungo i propri confini, esattamente quello che si stava realizzando nel nord della Siria. La Turchia fino ad ora si è sempre concentrata sulla cacciata di Assad, ma ora le priorità sono cambiate: per Erdogan è più importante combattere Isis e curdi. Ma per farlo, doveva prima accordarsi con Putin. Il cuore del compromesso, probabilmente, riguarda Assad: Ankara non cercherà più di mandarlo via». Così Erdogan cerca anche di rimediare agli errori compiuti nella prima parte della guerra.

La coerenza non sempre è virtù
«Non dimentichiamo», ricorda Romano, «che la Turchia si è sempre comportata in modo ambiguo e ha favorito di fatto l’Isis. Poi si è accorta di avere allevato un mostro e ha cambiato strategia, anche per contrastare gli attentati islamisti». Il riavvicinamento con Putin dimostra poi un’altra cosa: «Se la Turchia comincia ad avere, come ora, una politica regionale assertiva dettata dai propri interessi, significa che la Nato le interessa un po’ meno di prima. Questo atteggiamento non è sicuramente coerente, ma l’obiettivo di una politica estera seria non è la coerenza: è fare gli interessi del proprio paese». Putin, aggiunge l’inviato di guerra Micalessin, «ha approfittato della nuova strategia turca perché i territori curdi non interessano ad Assad e la Turchia avrà più problemi che vantaggi nell’amministrarli».

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Ora che la tregua firmata da Stati Uniti e Russia sposta gli obiettivi delle grandi potenze dalla cacciata di Assad alla distruzione dell’Isis, resta da capire cosa sarà della Siria. Il cessate il fuoco arriva proprio nel momento in cui il governo è arrivato vicino alla conquista di Aleppo, assediata dal 2012 da ribelli e jihadisti. «Questo è il punto oscuro dell’accordo fra russi e americani», afferma Romano. «Se si smette di combattere adesso si va ovviamente verso la spartizione del paese, significa che Assad ha rinunciato all’unità dello Stato». La divisione del paese è secondo Lerman la sola soluzione per mettere fine alla guerra: «È l’unico compromesso possibile. Assad non ha le forze per riconquistare tutto il paese, ma anche gli americani hanno capito che il presidente siriano non può essere sconfitto. L’unica via concreta e realistica è dividere la Siria in tre: tutta la parte costiera ad Assad e alle minoranze religiose, il nord ai curdi, con l’eccezione della parte presa dalla Turchia, e nelle regioni restanti i sunniti».

Questa visione, che piace a molti analisti, ha però un problema, nota Micalessin: «Sarebbe una soluzione drammatica. Ricordiamoci che l’opposizione sunnita è composta soprattutto da terroristi islamici. L’Occidente dovrebbe dunque lasciare una parte della Siria ad Assad, che considera un dittatore brutale, e un’altra ai jihadisti, abdicando così in modo clamoroso alla lotta al terrorismo. Non mi sembra nell’interesse dell’Occidente». C’è un’alternativa? «Sì, una soluzione politica che parta dal riconoscimento che Assad controlla già i territori principali del paese e che ad oggi è l’unico governo legittimo, in mancanza di alternative. Serve una trattativa politica con le zone controllate dall’opposizione per arrivare a nuove elezioni e a un nuovo governo». Prima di pensare a dividere la Siria, concorda Romano, «bisogna che si stabilizzino i rapporti di forza sul terreno. Allora si potrà pensare al futuro, ma non siamo ancora alla fine della crisi». Prima bisogna eliminare l’Isis e il governo siriano dovrebbe riprendere Aleppo. Un risultato impossibile con la tregua in atto. Ma «si sa», conclude l’ex ambasciatore, «che le tregue possono essere violate».

Foto Ansa

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