Sinodo. Viaggio nelle stanze vaticane tra grandi attese ingiustificate e sassolini negli ingranaggi

Intervista a Giuseppe Rusconi, vaticanista e autore del sito web rossoporpora. «La presa di distanza del cardinale Erdő dalla “sua” relazione è storicamente una “prima”»

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«La società non ha futuro se la famiglia non viene valorizzata. Papa Francesco ha avuto un’intuizione felice quando ha deciso di indire sulla tematica della famiglia, prima il Concistoro del febbraio scorso, poi il Sinodo di questo ottobre e infine il Sinodo di ottobre 2015». A dirlo è Giuseppe Rusconi, vaticanista e autore del sito web rossoporpora.org. All’indomani della presentazione della Relatio post disceptationem, il testo-base della relazione finale che domenica sarà presentata al Pontefice, Rusconi spiega a tempi.it che l’assemblea di vescovi riunitasi a Roma per discutere di famiglia non prenderà decisioni finali. «Questo Sinodo – osserva – è soltanto una tappa nel cammino delineato da Francesco. Farà alcune osservazioni che serviranno da base per il lavoro e per la riflessione che si svilupperà a ottobre 2015».

I mass media danno a intendere che gli esiti del Sinodo potrebbero rivoluzionare la prassi della Chiesa cattolica sulle coppie omosessuali e sulla comunione ai divorziati. Sta dicendo che non è così?
Si sono alimentate grandi attese ingiustificate, propagate in origine da cardinali e vescovi particolarmente sensibili al tema e ai desiderata del mondo, meglio del potere culturale oggi regnante. A queste attese cardinalizie e episcopali hanno fatto eco molti media, direi quasi tutti quelli principali – carta stampata, televisioni, web – e, conseguentemente, anche in una parte del popolo cattolico è cresciuta un’illusione che non potrà essere, almeno per ora, esaudita. Si tenta da parte di alcuni di spingere la Chiesa a cosiddette “aperture” che – si vuol far credere – il mondo sostiene. Qualcuno ha inteso il Sinodo come occasione privilegiata di cambiamento per la Chiesa e della sua prassi sul sacramento del matrimonio e sulle coppie omosessuali. Chi si è fatto portavoce di queste istanze ha cercato di fare in modo, anche organizzativamente, che il Sinodo si incanalasse nella direzione voluta. E lei sa che in un Sinodo chi “governa” le procedure parte con 50 metri di vantaggio su una distanza di cento.

Parla dell’ala “riformista” dell’episcopato?
Chi ha organizzato il Sinodo ha lottizzato bene gli incarichi. Salvo Péter Erdő, relatore generale, i posti chiave delle commissioni sono stati affidati a personalità “aperturiste”. Ma la strategia è già stata in parte intaccata dalle elezione (stavolta da parte dei padri sinodali) di alcuni presidenti non schierati sulla linea “innovatrice”. In uno dei circoli anglofoni è stato eletto Raymond Leo Burke, che ha sempre dimostrato attaccamento alla dottrina sociale attuale. In uno italofono è stato eletto il cardinal Angelo Bagnasco, anche lui sulla una linea di fedeltà alla dottrina sociale. A danneggiare la strategia aperturista è arrivata poi lunedì la presa di distanza del cardinal Erdő dalla relazione di cui formalmente è autore: la comprendiamo perfettamente, poiché se qualcuno è deputato, dato l’incarico ricoperto, a difendere pubblicamente tesi contrarie alle sue, a un certo momento umanamente non ce la fa più e succede quel che è successo lunedì.

Su rossoporpora, lei ha parlato di “sassolini negli ingranaggi della gioiosa macchina” del Sinodo.
La presa di distanza del cardinale Erdő dalla Relatio post disceptationem, da lui definita davanti a duecento giornalisti la «cosiddetta mia relazione», è storicamente una “prima”. Ed è stata anche un atto di dignità verso se stesso e di assunzione di responsabilità verso il mondo cattolico. Quanto è accaduto in conferenza stampa indica che gli aperturisti hanno voluto tirare troppo la corda. Tanto che martedì la segreteria generale del Sinodo si è sentita in dovere, o costretta, a pubblicare un comunicato in cui si dice che la Relatio post disceptationem è soltanto un «documento di lavoro». Ma nelle intenzioni la Relatio non doveva essere un qualsiasi documento di lavoro (né lo è mai stata). Era una sorta di documento di base, da integrare qua e là con osservazioni dell’ultima settimana, già ben avanzato per la redazione del testo finale. Che la Relatio fosse già ben strutturata è stato detto anche nella conferenza-stampa di lunedì.

Quali sono le posizioni dei cardinali?
Spesso si è scritto e si è detto che nel Sinodo si sarebbe registrato un confronto aspro e duro fra vescovi dell’Europa e dell’Africa. Non è stato così. I vescovi africani hanno tenuto posizioni in linea con la dottrina sociale della Chiesa e, dunque, hanno chiesto compatti di mantenere regole ben precise che non contrastino con il Vangelo, pur sottolineando il valore della misericordia per la singola persona, la possibilità di un accompagnamento per chi è in situazioni di disagio. Tra i vescovi europei e occidentali le posizioni sono invece molto più diversificate di quanto ci si voleva far credere. Non c’è in Europa quasi soltanto chi vorrebbe che la Chiesa riammettesse alla comunione i divorziati risposati e desse benedizioni alle coppie omosessuali. Negli interventi liberi di venerdì e nelle prime discussioni nei circoli linguistici di lunedì e martedì le voci critiche e severe di porporati europei occidentali non sono mancate.

Saranno apportati grandi cambiamenti?
Difficile dire. Probabilmente ne uscirà comunque una relazione parzialmente aperturista. Non dimentichiamo chi è che ha in mano l’organizzazione del Sinodo. La Relatio ridimensionata di lunedì era caratterizzata in punti delicati anche da un linguaggio assai fumoso, molto ambiguo e in altri da “aperture” mai discusse veramente dal corpo dei padri sinodali, come è stato detto martedì in conferenza-stampa dal cardinale sudafricano Napier. Il clima che pervadeva il documento andava in ogni caso molto al di là dell’espressione di misericordia e vicinanza che prevede la dottrina sociale per chi è in situazione irregolare e prospettava modifiche di peso alla prassi. Una parte consistente dei padri sinodali ha criticato quella che è stata definita una “corsa dissennata verso il nuovo”, che però de facto  penalizza anche l’eroicità di tante famiglie, che sopravvivono nelle difficoltà restando  fedeli «nella gioia e nel dolore». Gli aperturisti continuano a sostenere come gli interventi sulla prassi non tocchino la dottrina dell’indissolubilità del matrimonio. In realtà, siamo onesti,  avrebbero senz’altro degli effetti psicologici sul popolo cattolico. E qualcuno potrebbe reagire così: “Ma chi me lo fa fare a essere fedele e a postulare l’unità della famiglia a tutti i costi?”.

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