Silvia Romano. Lo Stato non è una Ong

Il caso Romano mette a nudo l’improvvisazione del governo sul fronte dei rapporti con i gruppi terroristici internazionali

silvia romano

Tratto dal Centro Studi Livatino Sono ancora molti i punti oscuri della vicenda della cooperante Silvia Romano. Anzi, ben poco è chiaro, come è stato illustrato dal cons. Alfredo Mantovano, il quale ha concluso interrogandosi sull’incoerenza di un sistema che finisce per consentire all’estero ciò che è vietato all’interno dei confini nazionali. Non è questa la sede per svolgere analisi di geopolitica internazionale, e non ne ho le necessarie competenze. Mi interessa sollevare qualche interrogativo, in linea col mio lavoro quotidiano fra diritto e criminalità.

1. Partiamo dalle ragioni per le quali Silvia Romano si trovava in Kenya. La cooperante milanese era stata inviata nel paese africano da una organizzazione non governativa marchigiana denominata Africa Milele. Il primo nodo da affrontare è proprio quello relativo allo statuto delle ONG. Si tratta, come è noto, di organizzazioni private che sono ammesse a fruire di finanziamenti pubblici, in buona parte provenienti dall’Unione Europea, allo scopo di realizzare progetti ricadenti, fra l’altro, nell’ambito della cooperazione internazionale e degli aiuti umanitari. La struttura privatistica è difesa gelosamente da queste organizzazioni, perché è considerata indispensabile per operare nelle aree in cui la presenza di soggetti riconducibili ufficialmente a compagini statali, soprattutto occidentali, non viene vista di buon occhio.

Questo tuttavia non può essere considerato come un via libera all’improvvisazione; al contrario, l’estrema pericolosità delle condizioni di intervento dovrebbe indurre le organizzazioni che fanno questa scelta a seguire protocolli di sicurezza rigorosi, a partire dalle necessarie informative da rivolgere agli Stati di provenienza e a quelli dove si va ad operare, prima della partenza e durante la permanenza in un territorio a rischio. Ciò anche perché le missioni riguardano molto spesso zone nelle quali i cooperanti vengono considerati dalle parti in conflitto non per quello che fanno ma per quello che sono, cioè occidentali, dunque nemici. La vicenda di Silvia Romano dimostra quanto sia attuale la questione.

2. Si può anche decidere di mantenere le ONG nell’ambito privatistico, e continuare a erogare loro finanziamenti, facendo riferimento solo alla meritevolezza dei progetti, e non anche all’adeguatezza delle loro strutture; ma forse è giunto il momento di condizionare il sostegno pubblico alla sottoscrizione di precisi impegni concernenti la sicurezza del personale e gli obblighi di informativa: in un recente passato lo ha tentato, senza successo, l’ex Ministro dell’Interno, il sen. Marco Minniti, a proposito delle organizzazioni dedite al soccorso in mare dei migranti. La deregulation non può essere invocata a corrente alternata, dapprima difendendola per godere di mani libere nelle relazioni anche con soggetti inseriti nelle black list di gruppi terroristici, salvo poi a metterla da parte quando si pretende che gli Stati salvino la vita dei propri cittadini all’estero, erogando denaro e ponendo a rischio i funzionari dei Servizi di ciò incaricati: soprattutto quando l’ONG – come nel caso di Silvia Romano – non ha inteso adottare le necessarie cautele per tutelare quella vita e in più si sottrae a ogni rendiconto del proprio operato.

Il caso Romano mette a nudo, altresì, una sconcertante improvvisazione dell’azione di governo sul fronte dei rapporti con i gruppi terroristici internazionali, dagli effetti imprevedibili. Non ripeto le considerazioni svolte da Alfredo Mantovano sulla questione del riscatto. Qui mi preme affrontare la condotta del Governo italiano e dei suoi rappresentanti alla luce degli obblighi assunti dal nostro Paese in ambito internazionale, e le ricadute di tale condotta sulla credibilità delle nostre istituzioni, con specifico riguardo alla coerenza della strategia di contrasto al terrorismo.

3. Parto da qualche interrogativo. Il Ministro degli Esteri ha affermato che a lui non risulta l’avvenuto pagamento di un riscatto; e che anzi, se avesse avuto contezza di una cosa del genere, lo avrebbe denunciato. Che cosa significa esattamente? Che possiamo escludere che sia stato versato un riscatto ai rapitori o agli intermediari? Certamente no, giacché l’on. Di Maio si è limitato ad affermare che a lui non risulta. Ovvero che, anche se è stato pagato, lui non è stato informato.

Prima considerazione. Dal momento che la stessa Silvia Romano ha affermato che il peggio è passato, deve desumersi che la sua condizione in Somalia non fosse particolarmente piacevole: peraltro mai nessuno ha messo in dubbio, neppure la stessa cooperante, che si sia trattato di un sequestro di persona. Delle due l’una: o la rapita è stata volontariamente e pacificamente consegnata dai rapitori, magari perché convertitasi all’Islam, e quindi con il compito di fare sorridente propaganda alla nuova religione, oppure i rapitori sono stati convinti a rilasciare l’ostaggio. Della prima ipotesi non abbiamo prove, e d’altronde la giovane descrive la sua condizione passata come fonte di sofferenza. Resta la seconda. E quindi i sequestratori l’hanno rilasciata verosimilmente in presenza di un’adeguata contropartita; il che vuol dire che c’è stata una trattativa, rispetto alla quale la questione del riscatto passa perfino in secondo piano. Il pagamento di una somma di denaro è aspetto, infatti, del tutto secondario rispetto alla circostanza, non solo non esclusa dal Ministro ma logicamente emergente dai fatti e dal comportamento della cooperante, del negoziato e dell’accordo intervenuto con i rapitori, anche se grazie all’opera di mediatori (fra i quali incaricati del Governo turco).

4. La questione non è di poco conto. Sappiamo bene quanto ha lacerato il nostro Paese la vicenda, reale o presunta che sia, della trattativa Stato-mafia. Come può, si è detto, lo Stato scendere a patti con criminali capaci di ogni efferatezza, compreso sciogliere nell’acido un bambino?

Lo sconcerto non è di meno se tutto ciò accade non entro i confini nazionali, bensì all’estero. Posto che dall’altra parte del tavolo non c’è un soggetto meno pericoloso di Cosa Nostra, anzi. E posto che scendere a patti con sgozzatori di professione induce in questi ultimi, oltre al compiacimento per il successo propagandistico – amplificato dal risalto mediatico che i rappresentanti del Governo Italiano hanno deciso di dare alla liberazione -, il legittimo convincimento che rapire cooperanti occidentali è pratica fruttuosa.

Vi è di più. Ha riflettuto, chi ha deciso di scegliere la trattativa, sulle conseguenze di tale modalità di interlocuzione con i terroristi di matrice ultra fondamentalista islamica anche nei confronti di tutti coloro che stanno operando sui medesimi scenari? È del tutto evidente che, per effetto di tale condotta, costoro ora si trovano ad essere dei potenziali bersagli di azioni analoghe a quelle che hanno visto come vittima Silvia Romano: assumendo, agli occhi di Al Shabaab e di gruppi simili, la veste di appetibili strumenti per assicurarsi più che lucrosi profitti da reinvestire.

Lo sconcerto travalica i confini nazionali. L’Alto Rappresentante europeo per gli Affari Esteri, Josep Borrell, infatti, non ha nascosto il disappunto dinanzi alla notizia del verosimile versamento del riscatto, e comunque della trattativa intervenuta con i sequestratori. Sia perché il denaro, se versato, servirà ai terroristi per comprare armi e proseguire nelle loro azioni non proprio umanitarie, sia perché il negoziato con questi ultimi si pone in netto contrasto con le politiche dell’Unione Europea in tema di contrasto al terrorismo.

La strategia dell’Unione Europea al riguardo è chiara. Nel documento del Consiglio dell’Unione Europea del 30 novembre 2005, cui ha concorso anche l’Italia, si legge: “Rafforzeremo i nostri impegni per smantellare l’attività terroristica e perseguire i terroristi oltre frontiera. Ci prefiggiamo di smontare i piani dei terroristi, smantellare le loro reti e attività di reclutamento, tagliare i loro finanziamenti e l’accesso al materiale necessario per preparare attacchi, e di consegnarli alla giustizia nel rispetto dei diritti dell’uomo e del diritto internazionale”. Più di recente, la direttiva 2017/541 disegna in termini stringenti gli obblighi di prevenzione e di contrasto al terrorismo gravanti sui paesi membri.

5. Ancora una volta, si impone un interrogativo. Ha riflettuto, chi ha deciso di negoziare con i terroristi, sui vincoli assunti dall’Italia nei confronti degli altri Paesi dell’Unione Europea, nonché sulle convenzioni sottoscritte anche in ambito internazionale, non ultima quella di Palermo dell’ONU in tema di contrasto al crimine organizzato e al terrorismo fortemente voluta da Giovanni Falcone e di cui quest’anno ricorre il 20° anniversario? Su questo versante è del tutto manifesto che non attribuire cogenza a tali obblighi mina la credibilità e la coerenza del nostro Paese nella lotta alla criminalità, soprattutto terroristica, e ne pone a rischio la leadership morale e operativa conquistata in decenni di missioni all’estero e di costi, anche umani, pagati dall’Italia. 

Se chi ha deciso la trattativa era consapevole di tutto questo e ha deliberatamente scelto di procedere ugualmente, escludendo cioè di salvare la cooperante milanese senza individuare strade alternative alla sottomissione al ricatto terroristico, l’effetto è che in un solo colpo sono stati resi vani i sacrifici di quanti, nelle istituzioni e al di fuori di esse, non si sono piegati, pure a costo della vita, ad alcun ricatto, sia mafioso che terroristico.

Se, invece, tutto questo è stato deciso e realizzato senza porsi il problema del devastante ventaglio delle conseguenze illustrate, c’è solo da prendere atto che lo Stato, in questa vicenda, si è comportato da ONG. Ritenendo di aver le mani libere da accordi, convenzioni, leggi, e soprattutto da ogni dovere di giustizia e di verità.

Ma è qualcosa di cui non andare fieri. Soprattutto da non salutare con bandiere al vento, calici alzati, e comitati di accoglienza in favore di telecamere. 

Foto Ansa