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«Siamo erba calpestata dagli elefanti, continuate a pregare per la Siria»

aprile 16, 2018 Redazione

«Siamo preoccupati, la fine della guerra è lontana, la nostra gente tornerà a scappare». L’appello di padre Ibrahim Alsabagh, parroco di Aleppo

«Non sappiamo cosa sia successo ad Homs e a Damasco, riceviamo notizie contraddittorie da parte russa e americana. Sappiamo che si sono stati danni materiali agli edifici e siti militari, di più non abbiamo capito. Siamo preoccupati perché questo l’ennesimo segnale che la guerra in Siria non finirà presto né facilmente e che la volontà di continuare a combattere ancora e a lungo sul territorio siriano dalle potenze internazionali è fortissima. Quando gli elefanti combattono insieme, l’erba soffre. E quest’erba oggi, calpestata da tutto il mondo, è quella della Siria. Questo significherà maggior instabilità e la nostra gente, in particolare la minoranza cristiana, comincerà di nuovo a pensare di emigrare, di lasciare questo paese. Continuate a pregare per noi, continuate a pregare per la pace. Uniti nella preghiera per vincere il male con Cristo che ha vinto il male, che ha vinto la morte».

È il testo di un messaggio inviato anche a tempi.it da padre Ibrahim Alsabagh, frate francescano parroco di Aleppo, che è la voce della Siria senza pace e dei bambini abbandonati a migliaia dalle forze che fino al 2016 hanno occupato la città. Una città di macerie, disoccupati, dove manca acqua, elettricità, e soprattutto lavoro, e che ha bisogno di tutto, per sopravvivere e crescere quel lascito strano di quasi otto anni di guerra e bombardamenti, morti e feriti, ma soprattutto figli senza padri, senza vestiti, senza cibo ma nemmeno un nome. Sono migliaia o bambini abbandonati dalle famiglie e nati dagli stupri e abusi che non ricevono assistenza dallo Stato perché considerati figli del peccato e che nemmeno vengono iscritti all’anagrafe. Per questo il vicario apostolico di Aleppo monsignor George Abou Khazen, fra Firas Lutfi e il Gran Muftì di Aleppo hanno deciso di dare vita al progetto sostenuto dall’Associazione pro Terra Sancta “Un nome e un futuro” per provvedere ai bisogni essenziali di 500 famiglie che verranno accolte in un centro predisposto e aiutare duemila fra piccoli e piccolissimi, che verranno riforniti di assistenza materiale e soprattutto di rinforzo psicologico superare i traumi causati dalla guerra. L’obiettivo è riuscire ad aprire ad Aleppo nel giro di un anno quattro centri di accoglienza, aiutare le donne a trovare un’occupazione, sostenere le famiglie. Ricostruire l’umano dalle fondamenta.

Ma invece di pace e stabilità la popolazione siriana riceve bombe e missili, «hanno gettato la maschera. Prima era una guerra per procura. Ora a combattere sono gli attori principali. Sono sette anni, è iniziato l’ottavo, che si combatte sul suolo siriano e ora che gli attori minori sono stati sconfitti, in campo sono scesi i veri protagonisti del conflitto», ha tuonato monsignor Georges Abou Khazen, nel commentare al Sir i raid aerei di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia sferrati la notte del 14 aprile contro tre obiettivi a Damasco e Homs, in risposta ai presunti attacchi delle forze di Bashar al-Assad con armi chimiche sulla città di Douma. Dove, attacco dimostrativo o meno, oggi sventola la bandiera siriana segnando la ripresa di Goutha est, da cui «sono cominciati gli attacchi verso i civili che abitano nella parte controllata dal governo, e non viceversa. Lo stesso Ghouta dove – occorre ricordarlo? – i civili che non appoggiavano i jihadisti sono stati messi in gabbie di ferro: uomini, donne, esposti all’aperto e usati come scudi umani. Ghouta: il quartiere dove oggi i civili che vogliono scappare, e rifugiarsi nella parte governativa, approfittando dalla tregua concessa, sono presi di mira dai cecchini dei ribelli», denunciava la lettera-appello diffusa a marzo dalle trappiste di Azeir, in Siria, fondazione del monastero italiano di Valserena, raccontando la Damasco sotto le bombe dei ribelli che avevano fatto strage in una scuola e il terrore dei bambini di dover vedere ancora i loro compagni di classe saltare per aria, o saltare loro stessi, «bambini che non riescono a dormire la notte, per la paura che un missile arrivi sul loro tetto. Paura, lacrime, sangue, morte. Non sono anche questi bambini degni della nostra attenzione?». Per tutta la Siria, per la pace, per quell’erba calpestata il vescovo di Assisi con le famiglie francescane, le autorità e le associazioni della città hanno indetto una giornata di preghiera venerdì 27 aprile.

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